Si vis pacem fac bellum

“Si vis pacem para bellum” : così dicevano gli antichi Romani per significare che solo l’equilibrio delle forze militari tra comunità politiche in potenziale conflitto poteva garantire la pace. C’è poco da obiettare: se una potenza dispone di un arsenale bellico preponderante rispetto a un’altra, difficilmente potrà resistere alla tentazione di attaccarla, accampando qualsiasi pretesto, che può sempre essere ammantato di ragioni ideali. A ben vedere, è il principio al quale si è ispirata la strategia del terrore  ai tempi della cosiddetta “guerra fredda” tra USA e URSS. La corsa agli armamenti, da una parte e dall’altra,che comprendeva anche e soprattutto il dispiegamento di sempre più micidiali ordigni nucleari, serviva a mantenere in equilibrio la potenza di fuoco dei  due supercolossi, così da scoraggiare ogni attacco di ciascuno dei due ai danni del rivale. Certo, a differenza del mondo antico, che neppur conosceva le armi da fuoco, c’era una variabile temibilissima, quella costituita, appunto, dalle armi nucleari. La deterrenza pareva garantita, quindi, non solo dall’equilibrio degli armamenti, ma anche dal fatto che, chiunque si fosse azzardato a usare per primo un ordigno nucleare per annientare il nemico, si sarebbe sottoposto a un pericolo di risposta uguale e contraria, col risultato complessivo di una totale distruzione reciproca, suscettibile di travolgere con sé il mondo intero.

Era proprio questo scenario apocalittico ad alimentare, con qualche buona ragione, quella galassia pacifista che vedeva schierati personaggi come Albert Einstein e Bertrand Russell. A chi, nel cosiddetto mondo democratico, sosteneva la necessità dell’equilibrio fra i potenziali bellici, a costo di impiegare grandi somme di denaro per finanziare l’acquisto di sempre nuove armi in un crescendo senza limiti, al fine di scongiurare l’assoggettamento alla dittatura bolscevica, si usava replicare:”Meglio rossi che morti”. Al che, qualcuno rispondeva:”Da qualche parte del mondo, purtroppo, si è sia rossi sia morti. Inoltre ci sono valori, come la libertà, che non hanno prezzo. Si può anche morire pur di difenderli”. Sarà, dico io. Ma se moriamo tutti, non rimane più niente da difendere. Muore anche quella libertà in nome della quale si è combattuto fino alla morte. Anzi, non ha più senso neppure parlare di libertà. Scomparso il genere umano, rimane la Natura bruta.

In alternativa non solo all’ideologia dell’equilibrio bellico ma anche di un pacifismo alimentato dalla sinistra marxista che si opponeva agli armamenti dell’Occidente, in particolare della NATO, ma aveva poco da dire su quelli del blocco sovietico – in linea con un sottofondo ideologico che vedeva tutto il male nel Capitalismo e tutto il bene nel Comunismo – verso la fine degli anni Settanta dello scorso secolo cominciò a diffondersi la teoria del disarmo unilaterale.In Italia se ne fece portavoce lo scrittore Carlo Cassola, che dedicò a questo ideale gli ultimi anni della sua vita, con articoli ospitati dal “Corriere della sera”-in contrasto con la linea politica del quotidiano, allora molto più aperto do oggi alle voci dissenzienti – e con alcuni saggi. Il suo pensiero, in sintesi, era questo: si avranno guerre, sempre più rovinose per la disponibilità di armamenti via via più sofisticati, finché sulla faccia della Terra esisteranno Stati sovrani armati. Per scongiurare il pericolo che tutta l’Umanità corra verso la sua rovina, bisogna battersi perché tutti gli Stati si disarmino. In che modo? Qualcuno deve avere il coraggio di cominciare.L’esempio a poco a poco sarà contagioso. All’obiezione che, se uno Stato si disarma, gli altri avranno buon gioco a soggiogarlo senza difficoltà, si rispondeva che l’attacco a un popolo inerme avrebbe provocato un’esecrazione così forte a livello internazionale da scoraggiarne la messa in atto. Pensiero generoso, tutt’altro che risibile, ma inficiato da un grave errore. Non è che uno Stato, rinunciando alle forze armate, divenga una cosa buona. La macchia non è l’apparato militare, ma la Sovranità, cioè il monopolio della violenza, di cui le forze armate nei confronti dei popoli esterni e le forze di polizia nei confronti del popolo soggetto (titolare della Sovranità solo per finta, unicamente perché ogni tanto viene chiamato alle urna per scegliere i suoi padroni) sono i necessari bracci operativi. Sovranità senza Forza non può esistere.Il problema, quindi, non è quello di disarmare gli Stati mantenedone la Sovranità, ma distruggere gli Stati per riconsegnare la Sovranità, in astratto, a tutto il popolo, non genericamente inteso, ma, concretamente, a ogni singolo individuo: che in questo modo diverrà sovrano solo di sé stesso, accettando di limitare eventualmente il proprio potere solo in via consensuale, entro un contesto sociale in cui la libertà dell’ uno, lungi dall’essere limitata dalla libertà dell’altro, cresce e si rafforza con questa, cooperando a una crescita materiale e spirituale di tutto il consorzio umano. Programma un po’ troppo  ambizioso, come disse De Gaulle a chi gli proponeva l’abolizione dei cretini. Ma spesso l’utopia di oggi è il senso comune di domani. 

In attesa che l’utopia diventi realtà, oggi si è aperta una nuova fase nella riflessione relativa al rapporto tra guerra e pace. Non più “si vis pacem para bellum”, e tanto meno disarmo unilaterale, ma “si vis pacem fac bellum”. Non solo preparare la guerra, ma farla. Una bella contraddizione, che però è stata proclamata da quel genio di Mario Draghi (lo stesso che attribuiva ai vaccini poteri taumaturgici, bollando i cosiddetti no-vax come untori).Vale la pena, disse qualche mese fa, da Presidente del Consiglio, di soffrire un po’ di caldo spegnendo i condizionatori, pur di spedire armi all’Ucraina e di sottoporre a sanzioni la Russia, fino alla sua disfatta: solo così si arriverà alla pace (una pace che, sottomettendo il Donbass e la Crimea  alle grinfie del civilissimo governo di Kiev, assomiglierebbe al deserto di cui parlava Calgaco nel’ “Agricola” di Tacito: “Ubi solitudinem faciunt  pacem appellant”).

Sta di fatto che, a dispetto degli armamenti di cui l’Ucraina è stata dotata con il concorso degli Stati Uniti e dei Paesi Nato, Italia in testa, la guerra è ben lungi dall’essere finita. Si esulta perché, in queste ultime settimane la Russia ha ritirato le sue truppe di occupazione sulla sinistra del fiume Dniepr,abbandonando la città di Kherson. E’ l’inizio della fine, per Putin, esultano gli amici del saltimbanco Zelenski (quell’infame  che, quand’era ancora un buffone da quattro soldi, sbeffeggiava in TV la Crimea ridotta alla fame e alla sete dai sabotaggi del governo filo-occidentale di Poroshenko).Può essere vero. Ma può anche essere che la Russia ricorra alla tattica già sperimentata con Napoleone e con Hitler. Quella di lasciar fare, per intanto, al Generale Inverno, approfittandone per riorganizzare le proprie forze e scatenare l’attacco definitivo all’arrivo della bella stagione.

Sia ben chiaro, a scanso di equivoci, che non me lo auguro. Sarebbe anche questo un deserto, a scapito dell’Ucraina filo-occidentale. Sarebbe stato opportuno usare tutte le potenzialità diplomatiche da parte dei cosiddetti Paesi democratici per addivenire a un “cessate il fuoco”, al fine di trovare una soluzione di compromesso che salvaguardasse le ragioni dell’uno e dell’altro contendente. Ma è chiedere troppo agli omuncoli e alle donnette che in questo triste momento governano il mondo. 

Giovanni Tenorio

Libertino

Un pensiero su “Si vis pacem fac bellum

  • 24 Novembre 2022 in 3:42 pm
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    Se il novello Adolfo ritiene di piegare col freddo gli ucraini, per me sbaglia.
    Gli ucraini non sono da meno dei russi (di cui sono una costola) in fatto di freddo, semplicemente lo patiscono poco. Non che non lo sentano, ma temperature che per noi sarebbero una tragedia per loro sono solo un disagio superabile.

    I tedeschi hanno forse piegato i russi a Leningrado in tre inverni di assedio?
    No, i mugicchi sono diventati anche cannibali, ma non hanno ceduto.
    E Shostakovich ha trovato il tempo di scrivere pure un bella sinfonia.
    Gli ucraini non saranno da meno (almeno finchè Uncle Sam li rifornisce e li sostiene, obviously)

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