Don Giovanni

Autonomia differenziata

Grande confusione sotto il sole dopo che la riforma della “autonomia differenziata” è stata approvata in Parlamento in modo piuttosto burrascoso, tra urla e schiaffoni. Mi chiedo che cosa ci abbia capito, che cosa immagina che sia il cittadino medio, quello che ascolta le notizie attraverso i più diffusi mezzi di informazione audiovisivi, senza aver il tempo e la voglia di approfondire gli argomenti di cui gli viene data contezza (non è una colpa: la vita quotidiana è dura per tutti, altre necessità pratiche urgono, alle quali bisogna provvedere subito, se non si vuole soccombere). Per avere un’idea della nebbia mentale dominante, anche fra persone non proprio del tutto analfabete, che magari possono esibire anche qualche bel diploma scolastico, vi racconto quel che mi capitò quando, qualche anno fa, in alcune regioni del Nord, si fu chiamati alle urne per un referendum consultivo riguardante proprio la possibilità di introdurre, nell’ordinamento  regionale italiano, quell'”autonomia differenziata” che la riforma del Titolo V della Costituzione, risalente al secondo governo Amato del 2001, rendeva possibile. Incontrai un vecchio amico il quale, parlando proprio dell’imminente chiamata alle urne, mi confessò di essere del tutto favorevole all’autonomia differenziata. Quando gli chiesi il perché, mi raccontò di essere stato recentemente nella sua terra d’origine, la Calabria, e di essere rimasto scandalizzato al vedere lo sfarzo delle vetrine nel centro di Reggio. Ecco dove finiscono i soldi guadagnati dal laborioso Nord! E’ ora di finirla con questo parassitismo! Autonomia, autonomia! Ognuno disponga della ricchezza che produce con il proprio lavoro. Rimasi di stucco, ma neanche troppo. Non era la prima volta che sentivo un terrone parlare malissimo dei terroni, con argomentazioni che avrebbero fatto impallidire il Bossi di allora, quello dei Kalashnikov pronti a sparare su Roma ladrona. D’altra parte, è sempre stato così. Gli aguzzini peggiori sono i rinnegati, i kapò.

Credo che la maggior parte dei nordisti di oggi la pensi come quel mio amico terrone, e rimanga convinto che l’ “autonomia differenziata” sia quella roba lì: trattenere al Nord i soldi del Nord per migliorare i servizi pubblici a vantaggio del Nord, lasciando che i terroni si arrangino. Deplorevole, ma non mi pare che il dibattito tra gli addetti ai lavori, uomini politici, opinionisti, esperti, politologi e quant’altri, sia nel complesso molto più virtuoso. Premesso che sono il primo a considerare l'”autonomia differenziata” come un’autentica schifezza, non mi pare che le critiche avanzate dai sudisti colgano davvero nel segno. Le obiezioni sono due: 1) la riforma sottrarrà risorse al Sud, che in questo modo vedrà crescere il suo divario dalle regioni ricche del Nord, e aggravarsi i problemi che da sempre lo attanagliano, a vantaggio dell’Italia più ricca, che invece disporrà di maggiori risorse e vedrà crescere i suoi privilegi; 2) i cosiddetti LEP, i “livelli essenziali di prestazione”, che dovrebbero garantire la qualità dei servizi in ogni regione, senza scendere al disotto di uno standard predefinito, introdurrebbero di fatto nuove discriminazioni, limitandosi a prescrivere ,appunto, un “livello essenziale”, che di fatto si tradurrebbe in un “livello minimo”: al quale sarebbero condannate le regioni più deboli, a fronte di prestazioni eccellenti di cui invece beneficerebbero le regioni più ricche. A me sembra che le cose non stiano proprio così. Cercherò di spiegare il perché, anche se sono ben consapevole che potrei a mia volta sbagliarmi, prendendo lucciole per lanterne in una materia tutt’altro che lineare.

Se non vado errato, il finanziamento dei servizi che saranno trasferiti dalla competenza del potere centrale a quella del potere regionale sarà fissato sulla base della “spesa storica” che lo Stato ha sempre sostenuto per finanziare quei servizi in quella determinata regione. Il neoborbonico Pino Aprile fa un esempio, in sé corretto: se, per pagare una matita da assegnare a ogni alunno nella regione X lo Stato ha sempre messo a disposizione 1 euro, nel momento in cui sarà l’amministrazione regionale a dover provvedere a tale servizio, riceverà, a copertura della spesa, 1 euro per alunno, come prima. Però -e qui comincio a non cogliere più i nessi del ragionamento – le regioni più ricche, in sede di contrattazione, riusciranno ad avere di più. Ad esempio, 3 euro per alunno invece di 1. Perchè mai? Da che cosa lo deduce? Una volta fissato il principio inderogabile che la spesa deve corrispondere a quella storica, non vedo in che modo possa essere aggirato. Quanto ai LEP, sono stati introdotti proprio per garantire che una Regione, una volta richiesta la facoltà di amministrare una serie di servizi fino a quel momento offerti dal potere centrale, non finisca di amministrarli in modo più inefficiente di prima, con grave danno per gli utenti. Mi sembra una norma più a vantaggio del Sud che del Nord. E’ risaputo che le regioni settentrionali sono più efficienti, nell’erogazione dei servizi, di quelle meridionali. E’ prevedibile, quindi, che anche nelle nuove competenze dell'”autonomia differenziata” riusciranno a mantenere un livello qualitativo non inferiore a quello precedete. Il problema si pone invece per il Sud, dove è sotto gli occhi di tutti l’inefficienza del sistema sanitario, di competenza regionale, rispetto al Nord. C’è quindi il pericolo che, qualora una regione meridionale chieda l'”autonomia differenziata” in alcuni ambiti fino a quel momento  sottoposti all’amministrazione centrale, si riveli incapace di mantenere il livello qualitativo fino a quel momento garantito. Quindi, o si corregge, o rinuncia all’autonomia. Ma, si continua a obiettare, mettiamo che, grazie alla sua efficienza amministrativa, una Regione del Nord riesca fornire servizi di qualità con un esborso più contenuto di quello che prima toccava allo Stato,, riuscendo ad accantonare risparmi. Questi risparmi sarebbero utilizzati sempre a vantaggio di quella regione, aumentando le disuguaglianze. A parte il fatto che non vedo il motivo per cui chi è virtuoso non debba godere i frutti della sua virtù, mi pare che ,secondo la normativa approvata in seguito a un emendamento di Calderoli, i surplus delle regioni più virtuose non rimangano alle regioni, ma ritornino nel bilancio dell’amministrazione centrale, per essere usati a fini perequativi proprio a vantaggio delle Regioni più deboli.

Detto questo, continuo a pensare, come premesso, non solo che la riforma del 2001, introdotta da un governo di sinistra, sia una repellente schifezza, e che l’ “autonomia differenziata”, che ne è una coerente espansione, sia una schifezza ancora più repellente.  Penso anche che il regionalismo italiano sia una schifezza fin dalle origini. Ha avuto una storia che, fatte le debite differenze, assomiglia un po’ a quella dell’Europa Unita. Sono due presunti federalismi, uno dall’alto verso il basso (quello regionale) e uno dal basso verso l’alto (quello europeo).In realtà, sono una caricatura del federalismo propriamente detto. Nei regimi autenticamente federali, le distinzioni fra le competenze del potere centrale e quelle dei poteri locali è netta: non ci sono “competenze concorrenti”, che provocano soltanto defatiganti contenziosi fra uffici locali e uffici centrali,  e il potere centrale, accanto a competenze di portata strategica come la politica estera, la difesa, la moneta, la politica economica, conserva pe sé la cosiddetta “competenza della competenza”, quando si tratti di decidere di eventuali contrasti fra competenze locali e competenze centrali. Nell’Unione Europea che cosa è capitato? In un sistema pochissimo democratico, dove il Parlamento ha poteri assai ridotta ed è di fatto la Commissione a esercitare il potere legislativo e quello esecutivo secondo le direttive tracciate dal Consiglio, gli Stati nazionali che ne fanno parte hanno delegato e continuano a delegare alla burocrazia europea competenze che dovrebbero rimanere riservate alle decisioni dei governi nazionali. Così ci troviamo, per esempio, a dover modificare i tappi delle bottiglie di plastica perché l’ha detto l’Europa, a dover mandare al macero le zucchine e i fagiolini che non hanno certe dimensioni perché l’ha detto l’Europa, a modificare la nostra dieta tradizionale perché così vuole l’Europa a tutela della nostra salute, magari un domani a dover scrivere sulle etichette del Chianti “il vino fa male”, perché lo vuole l’Europa, Leonardo da Vinci, noto estimatore del mirabile dono di Bacco ed esperto vignaiolo, era una testa di cazzo e la grande scienziata Antonella Viola, sindacalista degli astemi, una gloria italiana. Questa è l’Europa. E le Regioni? Fin dall’inizio si sono accaparrate competenze che anche nei regimi autenticamente federali appartengono al potere centrale. La tutela del territorio non può essere lasciata alle amministrazioni locali. Una volta il Genio Civile, tutto sommato, svolgeva un buon lavoro. Lo spezzettamento fra le varie amministrazioni regionali di quelle che una volta erano le sue esclusive competenze ha provocato i danni che sono sotto gli occhi di tutti. Piove per tre giorni e il territorio della Romagna diventa un inferno.  Colpa dei cambiamenti climatici, dicono gli imbecilli. No, colpa di un territorio abbandonato a se stesso. Solo un robusto potere centrale può provvedere a una tutela ambientale e territoriale degna di un Paese moderno, con finanziamenti adeguati, secondo decisioni sottratte alle pressioni di poco puliti interessi locali. Piccolo è bello? No, piccolo è corrotto. Carabinieri e Polizia di Stato sono quello che sono; ma le Polizie Locali sono una schifezza al cubo. E che dire del Servizio Sanitario Nazionale? Se è nazionale, non si vede perché debba essere gestito dalle Regioni. Poi ci si stupisce se molti meridionali salgono al Nord per farsi curare, visto che gli ospedali dei loro territori sono spesso  da Terzo Mondo.

E con questi bei chiari di luna, si vorrebbero, con l’ “autonomia differenziata”, attribuire alle Regioni competenze che hanno che fare con la politica internazionale, i rapporti con l’Europa e ll commercio con l’estero? Ma vogliamo scherzare? Ve lo immaginate un Fontana, uno Zaia o un Toti che prendono accordi ,in nome delle loro Regioni, che so,  con Deng Xiaoping? Sembra una barzelletta, ma è quello che ci si prospetta.

Se io potessi premere un bottone per cambiare il mondo (e non mi si desse la possibilità di creare un sistema di anarchia diffusa), sceglierei un’Europa semplicemente confederale, fatta di Stati sovrani uniti da un sistema commerciale privo di barriere doganali e di ostacoli alla libera circolazione delle persone (sul modello di Schengen). Rigido controllo della frontiera esterna comune, accordi interstatali per un controllo severo dell’immigrazione, che non deve diventare il pretesto pseudo-umanitario per riserve di manodopera a buon mercato, reintroducendo di fatto forme di schiavitù. A ognuno la sua moneta, a ognuno il suo sistema fiscale, a ognuno la sua politica economica. Dio ne guardi e liberi da un esercito comune. Alla lunga, tanti saluti alla Nato. Sarà il libero scambio a mantenere la pace. Dove passano le merci, non passano i cannoni. La Leonardo può andare in fallimento, tanto di guadagnato.

Per l’Italia, abolizione del sistema regionale e introduzione di un sistema di decentramento amministrativo basato su Province, Comuni e Città Metropolitane. Questi soggetti potranno avere competenze molto più ampie di quelle finora riconosciute, fermo restando che alcune materie come il sistema sanitario , la tutela del territorio, la salvaguardia dei beni artistici e ambientali devono rimanere saldamente nelle mani dell’amministrazione centrale. Saranno liberi di federarsi tra loro, secondo comuni necessità. Potrà cos’ capitare che l una Provincia della regione X stringa accordi amministrativi  con una Provincia confinante, ma appartenente a una regione limitrofa.

Vi pare che stia vaneggiando? Eh, lasciatemi divertire, come diceva Palazzeschi. Se però mi replicate che, con i tempi che corrono, c’è poco da divertirsi, non posso che darvi ragione.

Giovanni Tenorio

Libertino

3 pensieri riguardo “Autonomia differenziata

  • Marcotti (che ormai l’algoritmo di google mi segnala ad ogni sua uscita) era andato in brodo di giuggiole sull’a.d.
    In questo caso, quindi, Marcotti non è più tanto “amico”, ma lo è di più Pino Aprile.
    Aprile, però, io lo prenderei con le pinze, perchè a parte aver generato una bella donna come Marianna, non trovo in lui altre qualità.
    Io per contro dell’a.d. non ci ho capito niente e mi va bene così, la cosa non mi disturba più di tanto.

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  • Sarebbe altresì interessante sapere se qualcuno ha capito fa faccenda del passaggio da aziende di erogazione in regime di mercato tutelato a quelle in regime di libera concorrenza, che proprio in questo mese (perlomeno da me) si è attuato.

    E non parlo del sistema in teoria (quello lo capisce anche un somaro), ma su cosa realmente ci aspetta al varco. Dovremo inseguire ogni anno chi fa i prezzi più bassi? Ma che razza di vita è? Senza contare tutti i rompicoglioni che da anni ci hanno rotto i cabasisi per telefono e porta a porta alla caccia di un contratto.

    Intanto, sarà un caso, ma negli ultimi tre mesi da me ci sono state più interruzioni di corrente che negli ultimi cinque anni.

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  • Oh, dunque, l’amico qui sprotubera una valanga di odio per la Von der Layen (e questo so che è cosa gradita in codeste contrade), non disdegnando però una strizzatina d’occhio per gli impresentabili di AfD.
    Se questo padovano non è un indipendentista veneto con vaghe simpatie per gente tipo Freda e Ventura (padovani pure loro), certo pare esserne una perfetta imitazione.
    Il caso si complica, l’intreccio si infittisce.

    youtube.com/watch?v=CyAhylylBhM

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