Don Giovanni

La zecca e il moscerino

A uno come Caleda, segretario di un partitino che conta come il due di picche, zecca per vocazione, non sarà parso vero: la morte di Navalny gli ha offerto l’occasione, più unica che rara, di organizzare una grande fiaccolata di solidarietà per la vittima di Putin, dittatore sanguinario, sulla scia di una protesta cui hanno dato voce tutti i principali organi di informazione nazionale, primi fra tutti i grandi e piccoli quotidiani di regime, dal Corriere alla Stampa alla Repubblica, al Giornale, ecc. ecc. giù giù fino al bollettino parrocchiale del più sperduto paesello appenninico. Quanti italiani poi si riconoscano sul serio in questa protesta è tutto da vedere, se è vero che più della metà non condividono la politica di totale allineamento del governo alla NATO e l’invio di armi all’Ucraina: che tra l’altro è palesemente incostituzionale, a dispetto di quanto a suo tempo cercò di dimostrare, con perizia di leguleio, Sabino Cassese proprio su uno di quei quotidiani allineati. Con l’agenda Draghi, fatta propria dal governo Meloni senza batter ciglio, è d’accordo tutto il sistema di potere, che controlla l’informazione. Molti, purtroppo, sono disposti ancora a credere a tutto quello che ci viene propinato da un giornalismo corrotto, al servizio di biechi interessi. Al tempo della pandemenza, erano la maggioranza. Oggi le cose sono un po’ cambiate (è proprio il caso di dire “un po’ “, per non essere troppo trionfalisti, quando si vede in giro ancora qualche decerebrato con la mascherina, quella chirurgica, non quella di carnevale). La guerra non la vuole nessuno. Anche chi accetta la fornitura di armi all’Ucraina come un dovere cui non è possibile sottrarsi per fedeltà ai nostri presunti Valori e alle alleanze internazionali, non ne è certo entusiasta, e si augura che la trista incombenza cui ci siamo sobbarcati si interrompa al più presto Ma queste sono cose già dette. E’ altro ciò di cui voglio parlare.

In breve: tutti i megafoni di regime ripetono che Navalny è stato ucciso, o lasciato morire di stenti, nell’interesse di Putin. E’ proprio così?Ancora una volta è il caso di domandarsi: cui prodest? Si afferma che Navalny faceva ombra al dittatore, il quale ne provava fastidio a poche settimane dalle elezioni, considerandolo come una voce del dissenso interno che avrebbe potuto appannare il risultato della consultazione. Argomentazione risibile. E’ risaputo che il consenso a Putin è molto vasto, che le voci dissidenti sono fievoli, che Navalny nell’opinione pubblica russa conta anche lui come il due di picche, al pari del nostro Calenda, e anche meno. Da noi è dipinto come un eroe, là si sa bene che tipo è. In un passato non molto lontano ha militato all’estrema destra, proclamando principi razzisti xenofobi e antisemiti. Nel 2008 è stato addirittura dalla parte di Putin nella guerra contro la Georgia. Poi si è riciclato come liberale. Intellettualmente è uno zero. Dopo aver subito un avvelenamento (per ordine di Putin, dicono, e può anche essere, ma sono cose che fanno tutti, anche quelli che sbandierano i “valori dell’Occidente) invece di rimanere all’estero, una volta rimessosi  grazie alle cure cui si era sottoposto  in Germania, ha preferito tornare in patria, senza rendersi conto che non c’erano le condizioni per una battaglia di opposizione al regime dal basso, al di fuori dei partiti politici legalmente autorizzati. Ebbene, chi poteva avere interesse a far fuori un tipo così? Putin? Non scherziamo, per favore. Il successo che l’armata russa sta riscuotendo in Ucraina, dove non soltanto la controffensiva è miseramente fallita, ma il nemico sta addirittura cedendo terreno (la battaglia di Avdiivka, di cui si cerca da noi di parlare il meno possibile, è una vittoria strepitosa, forse la più importante dall’inizio del conflitto) è la miglior garanzia, per Putin, di una riconferma al potere sancita da una votazione plebiscitaria.Si aggiunga la brillante situazione economica, con una crescita del PIL più che sostanziosa, a fronte dei risultati asfittici di quasi tutti i Paesi europei, con una Germania in crisi nera (per ora soltanto all’inizio, ma destinata a esplodere nel giro di poche settimane); senza dimenticare, di là dall’Atlantico, i 34000 miliardi di debito pubblico USA. Navalny? Un moscerino. Non è proprio il caso di sbarazzarsi di un moscerino usando i cannoni. Basta lasciarlo ronzare, se c’è ancora qualcuno non dico che lo ascolta,  ma che si accorge appena della sua esistenza. In conclusione: Putin non aveva interesse a uccidere Navalny; e se Navalny è morto per gli stenti e le torture subite in prigione, Putin ha soltanto da dolersene, perché l’incidente non soltanto non fa il suo gioco, ma addirittura lo danneggia.

Piuttosto, è l’Occidente a trarne ogni vantaggio. Pensate a Biden: con una Russia vittoriosa, che avanza sul terreno e tiene ormai in pugno cinque oblast dell’Ucraina, minacciando di arrivare a Odessa, così da esercitare il pieno controllo sul Mar Nero, con quali carte può presentarsi alle elezioni? Ha tutto l’interesse a evitare ogni trattativa per porre fine alla guerra, perché una sconfitta dichiarata sul campo di battaglia si convertirebbe in una sconfitta elettorale: che è l’unica cosa che gli brucia, non gliene importa nulla se verranno massacrate altre decine di migliaia di ucraini, nelle cui forze armate, ormai ridotte al lumicino, si reclutano anche malati e menomati, facendo retate per le strade (ah, i valori dell’Occidente!). Lo stesso si dica per la squallida classe politica che regge l’infame carrozzone della UE. Anche qui le elezioni sono vicine. Guai a presentarsi agli elettori con il marchio di una sconfitta, dopo che i bilanci pubblici sono stati dissanguati per mandare armi agli “aggrediti”. Il chiasso intorno alla morte di Navalny, con la connessa imputazione della responsabilità, diretta o indiretta, a Putin, serve proprio a non far parlare d’altro: non solo dell’avanzata delle truppe russe in Ucraina e di Avdiivka, ma anche del genocidio che si sta commettendo a Gaza, che ormai sta suscitando orrore anche fra chi ha sempre parteggiato per Israele chiudendo due occhi sulle sue violazioni del diritto internazionale ai danni dei palestinesi.

Questo a livello internazionale. Poi ognuno nel suo pollaio cerca come può di trarne vantaggio per il proprio interesse.Torniamo così a Calenda, il cerchio si chiude. Una nullità come lui, in questo Paese di Pulcinella, per qualche giorno si troverà al centro della ribalta. Finita la sbornia di Sanremo, comincia un altro spettacolo. Ma qui non si tratta di canzonette (ammesso e non concesso che siano soltanto canzonette, quelle di Sanremo: sono sterco puro). Peccato che non sia una finzione. Sullo sfondo c’è lo spettro della Terza Guerra Mondiale.Siamo ridotti al punto (ed è davvero paradossale) di sperare in una vittoria elettorale di Putin, con un conseguente disimpegno degli USA in Europa e una soluzione di compromesso in Ucraina,  perché il pericolo vega sventato.Vi siete chiesti come mai Putin abbia affermato di augurarsi il successo elettorale di Biden, motivando la sua speranza con la presunta esperienza e assennatezza politica di quel bel tomo? Un autentico rimbambito, che non sa di che cosa parla e non capisce neppure quello che legge sul “gobbo”. Con la sua dichiarazione (sorprendente per gli allocchi, in realtà astutissima, degna di un grande statista)  Putin ha voluto proprio fare un favore a Trump, spezzando nelle mani dei suoi avversari l’arma con cui lo dipingono come un amico del dittatore russo. Come può essere amico di Putin, se Putin tifa per Biden?

Per concludere: aspettiamo una fiaccolata di Calenda a sostegno di Assange. Chi era costui? Non ne parla nessuno. Era soltanto un giornalista che faceva il suo mestiere. Ha avuto il torto imperdonabile di dimostrare che i “valori dell’Occidente” sono soltanto una grande panzana. L’apparenza inganna. Per dirla con il poeta barocco Giambattista Marino (cito a memoria): “Quante volte credei veder di bronzo/un pilastro, una guglia, ed era un stronzo”) .

Giovanni Tenorio

Libertino