Sodoma e Gomorra

Inutile girarci intorno, con tante sottigliezze e tanti distinguo: fermo restando che il Cristianesimo, contrariamente a quanto sostengono certi suoi acerrimi avversari (tipo Quirino Principe) ha dato un enorme impulso al progresso dell’umanità, ponendo le basi di quel pensiero liberale sorto e sviluppatosi – guarda caso – all’interno dell’universo cristiano*, nell’atteggiamento relativo alla sessualità il declino della civiltà greco-romana, messa alle strette dalla predicazione degli apostoli e dal proselitismo dei loro successori, ha provocato un netto arretramento. Il sesso ha perduto ogni gioia, conservando come  unico fine quello della procreazione. Difficile trovarne una ragione nei Vangeli; ancor meno nell’Antico Testamento, dove il “Cantico dei Cantici” è tutto un inno alla gioia dell’ Eros, inteso come dono divino (se poi i teologi ci hanno voluto vedere un’allegoria dell’amore di Dio per il suo popolo o di Cristo per la sua Chiesa, tanto peggio per i teologi: imbarchiamoli su una nave e  spediamoli contro i Turchi, come proponeva Erasmo da Rotterdam nell’Elogio della pazzia).

Nessuno nel mondo classico mi avrebbe mandato all’Inferno (al massimo nell’Ade, ma lì ci andavano tutti) per le mie avventure amorose. A mandarmici sono stati i Gesuiti. Mal gliene incolga. Tra l’altro hanno detto un’enorme menzogna. All’inferno non ci sono andato e non ci sto. Sono qui, più vivo e vegeto che mai, a scrivere queste righe. Ogni volta che mi ripresento sulla scena nel capolavoro che il mio papà Mozart mi ha dedicato non sono forse il Don Giovanni assetato d’amore di sempre? Sì, anche il papà poi mi manda all’Inferno, fingendo di credere alla calunnia, ma solo per fare un birignao ai Gesuiti. Tanto poi mi reincarno. Sarebbe interessante contare quante volte mi sono reincarnato tornando sulle scene, in tutto il mondo, da quella fatidica sera a Praga del 29 ottobre 1787. Il mio secondo papà, Da Ponte, mi ha fatto l’onore di portarmi addirittura negli Stati Uniti, al Park Theatre di New York, nel 1825. Io all’Inferno? Ma neanche per idea! All’Inferno ci andranno i Gesuiti, quelli che dicono che se uno parla male della tua mamma devi prenderlo a pugni, e che quando Gesù si soffermò nel Tempio a discutere coi Dottori i suoi genitori gli fecero un culo così.

Diciamola tutta: la colpa è di San Paolo (che sotto altri aspetti ha molti meriti). E’ lui a prendersela continuamente, per una sorta di idiosincrasia inconscia, contro lussuriosi, puttanieri, “arsenokoitai”, cioè maschietti che vanno con altri maschietti. Non sembra però pensare che possa darsi qualcosa di simile all’amore saffico. Eppure era una persona colta, certamente conosceva le liriche della divina poetessa di Lesbo. Lasciamo perdere, sarebbe un discorso troppo lungo e anche un po’ ozioso. Sta di fatto che, mentre nel mondo antico l’omosessualità, maschile e femminile, era ammessa, ed entro certi limiti anche apprezzata e regolata da norme consuetudinarie (nessuno si sarebbe azzardato a considerarla una malattia), nel mondo cristiano il giudizio è mutato radicalmente. San Tommaso d’Aquino la vede addirittura come un delitto contro l’ordine naturale, un’offesa a Dio, una sorta di bestemmia elevata alla massima potenza. Mi chiedo: se uno si sente per istinto portato verso le persone dello stesso sesso, che c’è di contro natura? A meno di non voler vedere l’omosessualità come malattia. Così è stato in epoca moderna fino all’altro ieri. Anche Freud non ha fatto eccezione. Gli psichiatri non hanno esitato a combatterla con tutti i mezzi brutali di cui potevano disporre. Solo da poco sono rinsaviti (ammesso e non concesso che possano rinsavire i pazzi: e i primi pazzi sono proprio gli psichiatri).
Detto questo, se è vero che bisogna smetterla di invocare leggi punitive e cure mediche per culattoni e lesbiche (oggi addirittura si possono sposare: si sono imborghesiti. Se gli piace il matrimonio, se lo godano. Impareranno presto che cosa significa fare il scimunito mestiere di marito), è anche vero che chi li vuol tenere lontani da sé ha tutto il diritto di farlo. Sarà un oscurantista, sarà un omofobo, sarà un bigotto, ma uno ha anche il diritto di essere oscurantista, omofobo, bigotto, a patto di non voler trasformare la sua avversione  in legge valida per tutti: sarebbe come se io pretendessi di imporre a tutti quanti il mio libertinaggio, rendendo obbligatorio per ogni maschietto un “catalogo di Leporello” compilato secondo procedure prescritte e vistato periodicamente da un’autorità pubblica, anzi da un'”Authority”, per dirla in modo più figo. Negli anni Cinquanta dello scorso secolo un industriale tessile era uso licenziare i suoi dipendenti che venivano colti in flagrante a pronunciare bestemmie sul luogo di lavoro. Oggi verrebbe denunciato per attività antisindacale o qualcosa di simile, a dispetto del “Job Act” che, secondo il Renzino, avrebbe reso più fluida la mobilità della manodopera dando un potente impulso alla radiosa ripresa del Bel Paese. Allora si poteva. Quell’industriale era un bel pirla, se così facendo si privava dei suoi operai migliori, tenendosi i devoti incapaci. Più intelligenti quelle suore che, dovendo riparare l’impianto elettrico del loro istituto, chiesero alla ditta appaltatrice di non mandare un tecnico qualsiasi, ma il più bravo di tutti, anche se lo conoscevano come bestemmiatore impenitente. Potevano sempre tapparsi le orecchie e chiedere perdono per lui moltiplicando le recite del rosario.
In somma, uno deve poter fare quello che vuole. Anche una scuola cattolica, se non vuole professori dichiaratamente omosessuali, deve poterli rifiutare. Lo stesso si dica per gli alunni. Io sarei il primo a tenermi lontano da una scuola simile. Non ho nulla contro culattoni e lesbiche, mi trovo meglio con loro che con certi preti (che magari sono pedofili, il che sì mi fa schifo: e non mi si tiri in ballo la pederastia dell’antica Atene, che era tutt’altra cosa**). Però se chi dirige una scuola non li vuole, magari perché anche i genitori degli alunni non li vogliono, fa bene a rifiutarli. Ora leggo che in un istituto cattolico di Monza non è stata accolta l’iscrizione di un ragazzo notoriamente omosessuale. Fin qui, nulla da dire, anche se i soliti politicamente corretti si stracciano le vesti. Io difendo l’indifendibile. Sarei il primo mettere uno spazio di mille miglia tra me e quell’istituto di bigotti, ma sostengo a spada tratta il diritto a essere bigotti e a comportarsi di conseguenza. Sarebbe molto peggio un comportamento incoerente, come quello di chi si proclama cattolico e poi va a insegnare, con tanto di licenza del vescovo, che la Madonna era una ragazza-madre (forse Francesco della Pampa gli mollerebbe un pugno). Però, a legger bene, la faccenda è un po’ più complicata. Se avessero detto ai genitori di quel ragazzo: “Non vogliamo il vostro figliolo perché in una scuola cattolica non c’è posto per i culattoni”, nulla da eccepire. Invece le cose non sono andate così. Pare che l’anno scorso siano girate fra gli  alunni alcune immagini pubblicate in rete in cui il loro compagno appariva impegnato in amplessi omosessuali. Perciò i responsabili della segreteria scolastica hanno fatto di tutto per impedire il rinnovo dell’iscrizione modificando inopinatamente i termini di scadenza e facendo mancare alla famiglia interessata i moduli prescritti. Questa è ipocrisia della peggiore, gesuitismo puro. E’ uno di quei provvedimenti che piacciono tanto a Santa Romana Chiesa (in questo vera sorella, forse addirittura ispiratrice, dello Stato): ad evitandum scandalum maius non si prende la situazione di petto, la si aggira. “Sopire, troncare”, come dice il conte Zio al Padre Provinciale nei Promessi sposi. A questo punto io mi auguro che l’istituto di Monza venga obbligato da una provvedimento giudiziario  a iscrivere quel ragazzo. Anche se un tale obbligo, in sé, è quanto di più illiberale si possa immaginare. Ma se lo meritano.
Leggo anche che in quell’istituto cattolico a Natale non si allestisce più il presepio per non urtare la sensibilità dei musulmani. Mi vien da pensare che il rifiuto dei culattoni abbia allora una duplice motivazione:
  1. il rispetto della dottrina cattolica, che sulle orme di San Paolo, di San Tommaso e tanti altri vede gli “arsenokoitai” come il fumo negli occhi;
  2. la correttezza politica nei confronti dei musulmani, che non solo condannano moralmente l’omoerotismo, ma nei loro Paesi condannano gli omosessuali dichiarati a pene atroci.
Pensiero cattivissimo: vorrei che fosse quell’istituto di Monza a finire in un rogo, incenerito da un Dio un po’ meno crudele di Jahvé, che distrugga i muri, ma lasci illese le persone…

* “Il liberalismo se è qualcosa come radice storica, è cristiano, con buona pace della Civiltà cattolica”. Così Giovanni Malagodi nel suo intervento al convegno “Liberalismo ’70”, promosso dalla Fondazione Luigi Einaudi – Energie Nuove. Il testo è riportato in Liberalismo ’70, Roma-Reggio Emilia, 1970, pag. 161.
** Vedi EVA CANTARELLA, L’amore è un dio. Il sesso e la polis, Milano, Feltrinelli,20125, pagg.95-104, “I ragazzi sono i nostri dei”.
Giovanni Tenorio

Giovanni Tenorio

Libertino

2 pensieri riguardo “Sodoma e Gomorra

  • 23 settembre 2016 in 5:35 am
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    Quell’industriale tessile deglia anni ’50 era forse Marzotto?

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  • Giovanni Tenorio
    23 settembre 2016 in 7:12 pm
    Permalink

    No, non era Marzotto, ma un pesce molto più piccolo, anche se assai stimato e riverito nel suo territorio. Preferisco tacerne il nome. Non vorrei che il discredito cadesse anche sui suoi successori, con i quali mi è capitato di avere qualche buon rapporto.

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