Don Giovanni

Libero mercato o pianificazione collettivista?

Quando il sistema sovietico implose, trascinando con sé le illusioni di quello stuolo di diseredati (ai quali va tutta la mia simpatia) e le farneticazioni di quella cricca di intellettuali (ai quali va tutto il mio disprezzo) che avevano confidato – sul serio, i primi, spesso per finta e per convenienza, i secondi –  nelle magnifiche sorti e progressive dei Piani Quinquennali  di un sistema economico nemico del libero mercato anarchico e discriminatorio, un politologo in erba, che probabilmente aveva studiato la filosofia di Hegel sui bigini della benemerita Casa Editrice Bignami, proclamò, tra il plauso di una frotta di allocchi, la “fine della Storia”. A suo dire, crollato il  Comunismo sotto i colpi della realtà effettuale che ne dimostrava falsi i fondamenti, il mondo non poteva che aprirsi all’unico modello  vincente, la Democrazia Liberale basata sul rispetto della volontà popolare, dei diritti umani, della libertà d’intrapresa; un modello che avrebbe assicurato la pace in tutto il mondo, essendo venute meno le contrapposizioni ideologiche che avevano alimentato la politica dei blocchi e la corsa agli armamenti, mettendo in pericolo la sopravvivenza dell’Umanità stessa come conseguenza di un possibile conflitto nucleare.

Non è andata così. Aveva ragione un altro politologo, molto più serio e preparato, che parlò subito di “scontro di civiltà”. L’illusione di poter diffondere il modello liberal-democratico, sotto l’egida dell’unica potenza egemone, gli Stati Uniti, si è scontrata con una realtà ben differente. Ci sono molti che della Democrazia Liberale non sanno che farsene, soprattutto quando chi se ne fa paladino pretende di esportarla a suon di cannonate. C’è qualche allocco, come un’ illustre firma del più blasonato quotidiano nazionale italiano, il quale  pensa che si possa e si debba fare. La guerra degli USA contro l’Iraq di Saddam Hussein, scatenata attraverso la menzogna delle armi di distruzione di massa che si presumevano in dotazione al regime iracheno, ne sarebbe un fulgido esempio. A suo parere, mentre l’attacco di Putin all’Ucraina sarebbe un’operazione criminale determinata da velleità imperialistiche a danno dell’Occidente pacifico, liberale e democratico, la guerra contro l’Iraq fu invece motivata dal desiderio di portare la Democrazia a un popolo oppresso. Una Storia di questo genere, fatta di buoni tutti da una parte  e di cattivi tutti dall’altra, non dovrebbe essere insegnata neppure ai bambini dell’asilo, che hanno già abbastanza sale in zucca per capire che le fiabe sono una cosa, e la realtà un’altra (ammesso e non concesso che ai bambini d’oggi si raccontino ancora le fiabe delle nostre nonne).

Sta di fatto che, in un mondo in cui gli Stati Uniti, dopo essersi convinti di essere rimasti gli unici a manovrare le leve del potere globale, hanno ormai imboccato la strada di un inesorabile declino, com’è sempre capitato a tutti gli imperi – Roma docet, ma gli esempi sono innumerevoli – si sono consolidati altri regimi tendenzialmente egemonici, come la Cina, mentre  altre potenze, piccole medie e grandi (si pensi all’India) si mostrano sempre più insofferenti del dominio americano. Timorosi di un buon rapporto fra Europa e Russia post-sovietica, da cui potrebbe scatutrire un turbinoso sviluppo economico capace di sferrare una concorrenza di alto livello al loro sistema economico finora dominante, gli USA stanno facendo di tutto per separare la Russia dall’Europa. La guerra in corso fra Russia e Ucraina, trasformatasi fin dall’inizio in una guerra fra Russia e Nato, di cui il povero popolo ucraino, aizzato da uno spregevole burattino come Zelensky, paga le terribili conseguenze, rientra in questo disegno. Gli USA non hanno interesse a trasformare il conflitto in una effettiva guerra mondiale, con il pericolo del ricorso agli armamenti nucleari che provocherebbero una catastrofe. Preferiscono una guerra lenta, che sfinisca l’avversario senza distruggerlo e impoverisca gli alleati europei: tutto a proprio vantaggio. Questo è il motivo per cui l’America è contraria a fornire a Zelenski certi tipi di armamenti, che potrebbero sembrare al momento risolutivi, ma costringerebbero la Russia a correre ai ripari acatenando tutto il suo micidale potenziale bellico, probabilmente con il sostegno della Cina.

C’è però un altro aspetto del dopo-comunismo di cui vorrei parlare. E’ un aspetto sui cui nessuno, a quanto mi risulta, si è mai soffermato. Quel politologo da bigino Bignami di cui si diceva, pensava a un mondo pacificato grazie anche all’accettazione , da parte di tutti i governi, dell’economia di mercato: quell’economia che, come aveva detto la Thatcher, non ha alternative. Ma è andata proprio così? I più feroci critici della cosiddetta globalizzazione attribuiscono i guasti che avrebbe provocato all’applicazione su scala planetaria del “liberismo”. Di questo liberismo si mettono sotto accusa i presunti padri, dalla Scuola Austriaca di Mises e Hayek ai “Chicago boys” di Milton Friedman alla politica di Reagan e della Thatcher che ne sarebbero stati gli alfieri. Davvero? Che ne direbbe un “liberista” nostrano come il compianto Luigi Einaudi davanti a uno scenario mondiale come quello che siamo costretti a contemplare? Penso che si sentirebbe correre un brivido per la schiena.

In realtà, per una sorta di eterogenesi dei fini, l’economia pianificata del sistema sovietico si è presa la sua rivincita. Certo, il modello dell’Urss e della Cina di Mao erano ormai improponibili, per i loro fallimenti. Si è imposto invece il modello della Cina post-maoista, che accetta il capitalismo, la concorrenza -entro ben precisi limiti- l’iniziativa privata, il sistema predatorio delle banche, la  roulette delle Borse, ecc. ecc. , ma tutto all’interno di un ordinamento dove è la politica a dettare le linee-guida e a orientare gli investimenti. Questo in Cina. E nel cosiddetto Occidente? Anche qui è la politica a riservarsi l’ultima parola, una politica però in cui ad avere in mano le leve del potere non sono i governi, ma i grandi potentati economici che li condizionano e, all’occorrenza, li costituiscono o li distruggono. Sono loro a pianificare l’economia. Niente Piani Quinquennali. Bastano, ad esempio, quelle direttive europee che, per il bene dell’Umanità, obbligano i Paesi sudditi a prendere misure per favorire la “transizione green” o la “digitalizzazione”  o la messa al bando dei motori a combustione in favore dell “auto elettrica” o le “energie rinnovabili” o la penalizzazione dei cibi sani della dieta mediterranea a vantaggio delle schifezze propinateci dall’industria alimentare (fra poco arriveranno a farci credere che mangiare la merda fa bene). La politica dei brevetti (che il famigerato “liberismo” ha sempre avversato), a livello mondiale, fa tutto il resto.E che dire della politica sanitaria? Avete presente quel ch’è successo in occasione di questa pandemenza che qualcuno vorrebbe non finisse mai? Non è necessario essere complottologi per comprendere che si tratta di un disegno sapientemente pianificato. Si è colta l’occasione di un’influenza sicuramente più tosta di quelle consuete (occasione? Forse è stata costruita a tavolino anche quella) e la si è trasformata in una peste nera. Fin dall’inizio si è detto, con la complicità di una stampa asservita e profumatamente finanziata, che non c’erano rimedi finché non fosse arrivato il vaccino. Ora si scopre che in qualche modo i vaccini erano già pronti. Si aspettava solo il momento di produrli su larga scala, con l’autorizzazione delle agenzie competenti, largamente compromesse con il sistema, e di renderli di fatto obbligatori grazie alle pressioni del sistema istituzionale: sistema da tempo in combutta con le manovre di Big Pharma, che ormai controlla anche l’OMS. In questo sistema, da una parte ci sono i criminali, quelli che conoscono bene il fine delle loro scelte e si comportano di conseguenza, dall’altra i cretini, che credono di agire per il meglio nel nome dei sacri principi della Democrazia, della Scienza, del Bene Comune, della Legalità, della Solidarietà e altre puttanate del genere. I primi sono una minoranza, i secondi la maggioranza. Sono questi i più pericolosi. Perché i delinquenti ragionano, i cretini no. E proprio per questo i cretini la daranno sempre vinta ai criminali, che scambiano per benefattori dell’Umanità. A dimostrazione che, come diceva nell’antica Atene il Vecchio Oligarca (Crizia?) la democrazia è il governo dei peggiori. Pochi delinquenti, che tirano le fila, e molti cretini, che li seguono.

Cari amici, se questo è il libero mercato, io non sono Don Giovanni Tenorio, ma San Francesco d’Assisi. 

Giovanni Tenorio

Libertino