La mina tra le mani

“Difendi la tua spesa:telefona al governo!”Forse a qualche vecchietto che non abbia perduto la memoria (ma di solito i ricordi più antichi sono anche i più tenaci) queste parole fanno affiorare alla mente un brandello d’un passato ormai lontano. Non saprei collocarlo con precisione, non ricordo più neppure qual era il governo in carica. In ogni caso, erano gli anni in cui, per una serie di motivi che non è qui il caso di rammemorare, l’inflazione correva a due cifre, e si faceva sentire pesantemente nella lista della spesa quotidiana. A qualche bello spirito venne allora in mente di fare qualcosa di simile a quel che aveva escogitato il cancelliere Ferrer al tempo della carestia di cui ci parla Manzoni nel capitolo XII dei “Promessi Sposi” : fissare una “meta”, cioè un prezzo massimo per i beni di prima necessità. Niente di nuovo sotto il sole. Su larga scala, ci aveva provato, con esiti fallimentari,l’imperatore Diocleziano, con il “Decretum de pretiis rerum venalium”, che arrivava addirittura a comminare la morte in caso di trasgressione. Purtroppo, chi governa conosce male la Storia, quindi ripete gli errori del passato, patendone i medesimi fallimenti. Fallì Diocleziano, fallì Ferrer e fallì anche il governo che invitava i cittadini-consumatori a telefonargli per denunciare qualche esercente che non avesse rispettato il limite massimo dei prezzi fissato dal provvedimento amministrativo.

Anzi, capitò di più. Vi racconto quel che fece un macellaio di Genova, il cui negozio era frequentato da molti avventori, perché vi si vendeva ottima carne a prezzi accessibili. Quando, scorrendo la lista governativa dei prezzi massimi relativi ai tagli di carne, si accorse che erano superiori a quelli che lui usualmente praticava, disse fra sé e sé: “Sono davvero uno stupidone a vendere la carne a un prezzo così basso!” ; e subito ritoccò i cartellini, portandone le cifre segnate al massimo consentito. I clienti non solo non protestarono, ma furono contentissimi, perché il loro caro macellaio, rispettando la legge, si dimostrava ancora una volta  uomo di specchiata onestà, com’era sempre stato.

Oggi, che siamo diventati più moderni e più furbi, e per mostrare la nostra intelligenza a ogni parola italiana facciamo seguire tre borborigmi inglesi, non si parla più di calmieri, di mete, di editti e di spesa da difendere, ma di “price cap”. Così l’ha chiamato Mario Draghi, quello del “whatever it takes”. Tutti si sono inchinati alla sua geniale trovata. Certo, che c’è di meglio di un “price cap”, un prezzo massimo per il gas, in modo da far fronte alle smargiassate  di Putin, che pretende di vendercelo a peso d’oro? Peccato che Putin del “price cap” se ne fotta altamente. Quando un bene diventa scarso, è il venditore a fare il prezzo, soprattutto quando beneficia di una situazione di monopolio o semimonopolio. Ma c’è di più. Visto che Putin ha già tagliato le forniture di gas e minaccia di tagliarle ancor di più, quel genio di Draghi va a mendicare gas presso altri fornitori; i quali saranno ben contenti di venderglielo proprio  al “price cap”, se prima erano magari disposti a vederlo a un prezzo inferiore. Proprio come quel macellaio di Genova. E il popolo gonzo a battere le mani… Che genio, quel Draghi!

E’ lo stesso genio che, per salvare l’Euro, adottò l’espediente truffaldino del “Quantitative Easing”. Perché truffaldino? Perché lo statuto della BCE, dettato dai tedeschi pro domo sua, non consente l’acquisto di titoli di debito pubblico dei Paesi membri. E allora che ha fatto Draghignazzo? Ha proposto di acquistarli non direttamente dagli organismi statali che li emettono, ma sul mercato secondario, cioè dai soggetti che li hanno acquistati direttamente e hanno intenzione di rivenderli. I tedeschi dapprima hanno mugugnato un po’, poi, con il beneplacito della loro Corte Costituzionale hanno dato il loro assenso, a patto che gli acquisti riguardassero i titoli di tutti gli Stati membri dell’Eurozona. Da quel momento, la BCE a trazione draghista ha immesso nel sistema valanghe di moneta fasulla, riuscendo a contenere il famigerato “spread”, cioè il differenziale tra il rendimento dei titoli degli Stati economicamente più deboli e più indebitati (in particolare, l’Italia) e quello dei titoli tedeschi. Chi temeva che un simile provvedimento potesse innescare un fenomeno inflazionistico di vaste proporzioni, rimase disingannato:  i prezzi di tutti i beni non soltanto rimanevano stabili, ma addirittura non arrivavano a quell’aumento medio del 2% annuo considerato fisiologico per una buona crescita economica. Che cos’era mai successo? Molto semplice.Tutta quella massa monetaria non finiva nell’economia reale, ma nella speculazione borsistica. infatti i titoli di borsa andavano alle stelle. del tutto disancorati dai fondamentali del sistema produttivo. 

Ora però i nodi stanno venendo al pettine. L’inflazione sta cominciando a galoppare, e nei prossimi mesi diventerà sempre più tosta.I grandi banchieri centrali e i luminari dell’Economia ci dicevano che era un fenomeno passeggero, dovuto alle strozzature della ripresa economica post-Covid, che si sarebbe ben presto risolto non appena la produzione di beni e servizi avesse raggiunto un buon grado di stabilità. Poi è arrivata la guerra di Putin, e allora s’è data la colpa dei prezzi in ascesa alle conseguenze delle sanzioni, che hanno inciso sulle forniture di prodotti energetici, gas e petrolio in primis. Poi è arrivata la siccità, che manderà alla malora i raccolti, facendo salire i prezzi delle derrate alimentari. Anche il pane costerà caro e sarà forse razionato, perchè non arriva più grano dall’Ucraina.

Vero, vero, la guerra, la siccità, il grano dell’Ucraina, e mettiamoci anche la prossima ondata dell’ennesima variante del virus, che ci delizierà nell’autunno venturo con tutte le conseguenze  annesse e connesse (arresti domiciliari, coprifuoco, quarta quinta sesta settima dose di vaccino, green pass, tamponi ogni tre per due, mascherine anche per andare al cesso ecc. ecc.), ma rimane vero che l’inflazione si era già risvegliata, e non accennava affatto a diminuire, ben prima che si affacciassero tutte queste emergenze. Le valanghe di moneta stanno invadendo l’economia reale, mentre i titoli borsistici stanno cadendo a precipizio. 

“Fuori del catechismo della Chiesa non c’è salvezza”, diceva più o meno (cito a memoria) Luigi Einaudi, a significare che se si violano le ferree leggi dell’Economia si combinano disastri. i grandi luminari di oggi hanno studiato nelle più prestigiose Università del mondo, hanno accumulato master su master, hanno fatto carriera nelle più illustri società finanziarie, pontificano da cattedre quotatissime, sono arrivati ai vertici delle banche centrali dei Paesi più potenti, ma, all’atto pratico, si comportano come suggeriva il nonno Giulio.Sapete che cosa diceva il nonno Giulio? “Bisognerebbe fissare per legge il prezzo di tutti i prodotti.Così si fermerebbe l’inflazione, dovuta all’ingordigia dei bottegai”.Oppure come suggeriva la zia Carla. Sapete che cosa diceva la zia Carla? “Perchè non stampano un po’ di soldi e li distribuiscono ai poverelli, così diventiamo tutti ricchi?” Ma almeno il nonno Giulio e la zia Carla dicevano sciocchezze pensando ai poverelli. Invece personaggi come la Lagarde e Draghi fanno sciocchezze (ben sapendo che sono sciocchezze) per distruggere un sano sistema economico, mirando al “Grande Reset” che consegnerà i popoli nelle mani di pochi, potentissimi padroni del vapore. C’è solo da sperare che la mina gli scoppi fra le mani.

Giovanni Tenorio

Libertino

Un pensiero su “La mina tra le mani

  • 20 Luglio 2022 in 7:48 pm
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    Il messaggio era “chiama il governo”, non “telefona al…”. Cambia poco perché sui manifesti c’era un disegno di cornetta telefonica e un numero dedicato. Era il 1973, il governo era presieduto da Mariano Rumor. Quello che quando si trattò di difendere il suo collega Gui dalle accuse sullo scandalo Lockheed, si profuse in una serie di “non ricordo”. Era il 1973, non avevo ancora compiuto quindici anni ma ricordo bene il periodo. Era la stagione del razionamento petrolifero e delle domeniche a piedi. I cattivi dell’epoca non erano i russi ma gli arabi. Quante strane analogie con il giorno d’oggi. Il problema è la memoria perduta non è la caratteristica degli anziani ma della gente comune, specialmente se di cittadinanza italiana. Anche i nomi sono cambiati di poco: il Dio di oggi non si chiama Cleziano ma Mario.

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