Don Giovanni

Il ritorno di Lenin

“I soviet + l’elettricità”. Su questa idea si imperniava il programma di Lenin per la costruzione di una società comunista, dopo la rivoluzione che nel 1917 aveva travolto la secolare autocrazia zarista e ,successivamente, nello scontro interno fra le due fazioni interne del movimento rivoluzionario di matrice marxista, aveva visto il trionfo dei Bolscevichi. Non era un programma da poco. I problemi erano due. Il primo: Marx aveva pronosticato che la rivoluzione proletaria sarebbe scoppiata nei Paesi economicamente più avanzati,. primo fra tutti il Regno Unito,quando la degenerazione del sistema capitalistico fosse giunta al suo culmine, rendendone insostenibili le contraddizioni interne. A quel punto la classe operaia sarebbe subentrata all’oligarchia capitalistica nel governo di un’economia che aveva maturato, nella sua crisi, tutte le potenzialità atte a una profonda trasformazione del sistema produttivo, dove ricchezza e uguaglianza sostanziale (ben diversa da quella puramente formale proclamata dalle democrazie borghesi) avrebbero garantito un progresso armonico nell’ambito di una società priva di classi. Invece, la rivoluzione bolscevica si era svolta in un teatro, come quello della Russia zarista, dove il sistema economico si era incamminato sì sulla strada dello sviluppo capitalistico, ma era ancora in condizioni di arretratezza, per la persistenza di rapporti produttivi ancora legati al feudalesimo (la servitù della gleba era stata abolita da poco più di un cinquantennio, nel 1861). Il sistema non aveva ancora maturato, quindi, tutte le potenzialità necessarie alla transizione. Era necessario pertanto costruire un “ponte”  di passaggio dal vecchio al nuovo ordine, attraverso la cosiddetta “dittatura del proletariato”, un momento provvisorio che avrebbe consentito di raggiungere il traguardo di un sistema economicamente prospero, avente come suoi cardini l’eguaglianza e la libertà vera, sostanziale, non quella puramente formale delle democrazie borghesi. Secondo: Marx aveva formulato una diagnosi acuta e circostanziata  del sistema capitalistico, ammirandone tra l’altro i risultati, molto più prodigiosi delle Piramidi d’Egitto e di altre meraviglie che avevano connotato la storia dell’umanità, ma mettendone in evidenza anche le brutture e le contraddizioni interne che lo avrebbero portato al crollo, insieme con quelle strutture politiche che ne erano l’emanazione sovrastrutturale. Poco o niente però diceva delle strutture politico-economiche che sarebbero scaturite dal processo rivoluzionario e sul loro modo di operare. D’accordo, il proletariato sarebbe subentrato al dominio classista della borghesia, fondato sullo sfruttamento dei ceti subalterni , in una nuova società di liberi ed eguali, senza più distinzioni di classe ed estrazione di plusvalore a vantaggio di pochi detentori dei mezzi di produzione, visto che la proprietà privata sarebbe stata abolita. Ma, di fatto, non era ben chiaro quale sarebbe stato il meccanismo grazie al quale il nuovo ordine sarebbe diventato operativo.

Lenin sembrava trovare una risposta in quel l’ideologia positivista che si era imposta nel secolo precedente con il pensiero di Comte e che, con sfumature diverse nei suoi seguaci vedeva nel mercato capitalistico -in questo accostandosi al pensiero di Marx – un sistema economico irrazionale, da cui si originavano rovinose  crisi periodiche: un sistema che andava quindi non tanto riformato quanto sostituito, eliminando il meccanismo dei prezzi come regolatori della domanda e dell’offerta. La tecnologia avrebbe fornito gli strumenti per individuare razionalmente i bisogni della società e programmarne il soddisfacimento, senza sprechi di risorse. Qual era, nell’Ottocento, la grande innovazione tecnologica che avrebbe consentito un notevole balzo in avanti del sistema produttivo sulla strada della modernità? L’energia elettrica. Ormai, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, il mondo si era andato elettrificando, sia nella vita privata, sia soprattutto nel sistema industriale, che ne traeva un enorme vantaggio in termini di produttività.. La rivoluzione del proletariato, secondo Lenin, doveva approfittare di questa opportunità, piegandola ai propri obiettivi. I “piani quinquennali” dt Stalin sarebbero sorti proprio da quest’idea: sostituire l’irrazionalità del mercato con la ferrea razionalità di un modello ingegneristico nelle mani di pochi tecnici altamente qualificati. Sulla carta, tutto sembrava procedere magnificamente.Nella realtà fu un colossale fallimento, che alla lunga avrebbe portato all’implosione del sistema sovietico e al tramonto dell’ideologia marxista.

La fine dell’esperimento sovietico, con il crollo dell’URSS a conclusione di quello che Eric Hobsbawm ha chiamato “secolo breve”, avrebbe dovuto portare, secondo qualcuno che aveva mal letto e mal digerito Hegel, addirittura alla “fine della Storia, con il trionfo, in tutto il mondo, del sistema capitalistico, identificato senz’altro con l’economia di mercato. Errore grave. Capitalismo e mercato non sono la stessa cosa. Il Capitalismo, quando può, cerca di ridurre il mercato, puntando a privilegiare situazioni monopolistiche. Anche Marx aveva identificato indebitamente i due concetti, rilevando – e qui era nel giusto- la tendenza al monopolio del sistema capitalistico e vedendo -utopisticamente- in un grande “cartello” unico  l’esito finale del processo, la cui crisi irreversibile avrebbe consentito facilmente al proletariato di prendere il potere. Detto in soldoni, nel momento in cui un unico grande capitalista sia padrone di tutte le fabbriche, non è difficile a una massa proletaria affamata tagliargli la testa e farla finita…

La cosiddetta “globalizzazione” è stata la globalizzazione del Capitalismo, non del mercato. Il mercato ne sta uscendo a pezzi, proprio per opera di quelle forze che anche in passato hanno sempre cercato di limitarlo: gli operatori economici , con la finanza in testa, da una parte, e lo Stato dall’altra, che da sempre hanno agito in combutta. Solo il sostegno dello Stato ha consentito al Capitalismo di raggiungere gli obiettivi che si proponeva. Senza lo Stato, il mondo d’oggi sarebbe ben diverso. Non dico migliore o peggiore, dico diverso. Pensiamo a Internet. Se è vero che è stato studiato per obiettivi militari, cioè in un ambito la cui pertinenza è pienamente statale (il monopolio della violenza, e quindi anche e soprattutto il sistema di difesa, sono prerogativa dello Stato) oggi non avremmo la cosiddetta “rivoluzione digitale”. Pensiamo alle grandi case farmaceutiche.Senza i lucrosi brevetti dei farmaci, garantiti dallo Stato, senza i finanziamenti pubblici, senza un sistema sanitario legato mani e piedi agli interessi dell’industria farmacotossica, non avremmo colossi come Pfizer o Astrazeneca. Nessuno avrebbe lasciato scappare un virus ingegnerizzato da un laboratorio di criminali legalizzati per sperimentare su scala mondiale tecniche vaccinali da impiegare per terapie avveniristiche. Saremmo morti tutti, senza vaccini (Draghi dixit)? Ma senza Pfizer e Astrazeneca, e tutto il sistema che sta dietro (leggi: fondi d’investimento che impiegano i capitali dei sottoscrittori nel comparto farmaceutico) non avremmo avuto neppure la pandemenza. Le guerre sono i più grandi delitti della storia dell’umanità. Che cosa sono? Conflitti armati tra soggetti che pretendono di avere il monopolio della violenza, quindi anche, e primariamente, quello della difesa del territorio. La violenza  è connaturata all’essere umano, non può essere abolita. I conflitti esisteranno sempre.Ma senza gli Stati, avrebbero un carattere ben diverso.Senza conflitti armati fra Stati, non ci sarebbe la bomba atomica. Non ci sarebbero neanche i mercanti di cannoni di oggi. E’ un luogo comune liberista quello secondo cui dove passano le merci non passano i cannoni. Sì, se il mercato libero davvero esistesse. Dove non esiste, i mercanti di cannoni fanno affari d’oro. Gli Stati Uniti elargiscono finanziamenti all’Ucraina per comperare armi. Da chi le compera? Dai mercanti di cannoni statunitensi. E’ una partita di giro. Dov’è il mercato in tutto ciò?Da nessuna parte. Dov’è il Capitalismo? Ben visibile: è il motore di tutto.

Per eterogenesi dei fini, pare proprio che sia la punta più avanzata del Capitalismo di oggi, quella, per intenderci, che ha i suoi pilastri in Bilderberg, nella Trilateral, nel WEF di Davos, a voler costruire un sistema mondiale di matrice comunista, dopo aver mandato all’aria concetti come quelli del valore determinato dal lavoro, del plusvalore, della caduta tendenziale dei saggi di profitto e altro ciarpame che l’ideologia marxista si portava dietro. Ritorna il pensiero di Lenin, aggiornato così: grande finanza + digitalizzazione . L’elettricità la fa ancora da padrona, declinata secondo le tecnologie informatiche e tecnetroniche. Non è fantasia di “complottisti”: sono programmi messi nero su bianco, basta leggere gli scritti di ideologi affetti da squilibri mentali come Klaus Schwab o Yuval Noah Harari, che prefigurano un sistema in cui la proprietà privata sarà abolita, nessuno sarà più padrone di niente, si otterranno tutti i beni e i servizi di cui si avrà bisogno grazie a strutture governate dall’alto, in mano a tecnocrati qualificati. La moneta sarà soltanto elettronica. Il sistema attuale dei prezzi sarà abolito. Debiti e crediti saranno calcolati in base al consumo individuale di di energia, che dovrà essere rigidamente controllato per evitare calamità come il riscaldamento globale o l’esaurimento delle risorse naturali. I cittadini, divenuti sudditi, saranno costantemente spiati dal Grande Fratello elettronico, cui darà un enorme supporto l’impiego di una sempre più raffinata Intelligenza Artificiale. Basterà  non rispettare il tabù della la legalità, un concetto basilare che dovrà essere ben inculcato a scuola nelle menti dei giovinetti, per vedersi ridotti alla fame con un clic che blocca i conti correnti bancari, come si è fatto in Canada per stroncare la rivolta degli autotrasportatori.

La politica della UE sta andando in questa direzione. Si vogliono ridurre le superfici agricole e ripristinare boschi e zone umide a suo tempo bonificate (tornerà la malaria? Benissimo, le case farmaceutiche ne gongoleranno). Ci imporranno di mangiare vermi e altre schifezze, naturalmente per il nostro bene. Il mondo contadino tradizionale deve sparire. Anche Stalin fece fuori i kulaki, che erano un residuo del vecchio regime.

Hayek, Mises, e un po’ tutti gli esponenti  del pensiero liberale austriaco misero in evidenza che un sistema pianificato non poteva essere efficiente, proprio per il suo eccesso di fiducia ingegneristica, che non consente aggiustamenti automatici come nel sistema regolato dai prezzi, indicatori di abbondanza e scarsità. Il sistema sovietco è crollato, secondo le loro previsioni. C’è da sperare che crolli anche il folle disegno dei tecnocrati dementi di oggi. Ancor prima che venga messo in atto. La rivolta degli agricoltori in tutta Europa fa ben sperare. Non vogliono fare la fine dei kulaki. C’è da augurarsi che sia la scintilla di una più vasta sollevazione. E se questa volta a vincere fosse la Vandea?

Giovanni Tenorio

Libertino

Un pensiero su “Il ritorno di Lenin

  • Alessandro Colla

    Per adesso stanno vincendo loro. Poi si vedrà e se mi sbaglio, qualcuno mi “corrigerà”.

    Offri un bicchiere di Marzemino all'autore del commento 1
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