Don Giovanni

Cassonetto differenziato

Qualcuno ha detto giustamente che il governo in carica è un governo di felloni. Perché giustamente? Perché si è rimangiato tutte le promesse di cui i partiti che lo compongono si erano serviti come specchietti per le allodole per sedurre quella parte di elettorato che aborriva la politica della sinistra e voleva porre la parola fine a esperienze di governo come quelle di Conte e di Draghi, che avevano dato il peggio di sé negli anni della cosiddetta pandemia. In politica estera il governo Meloni si è subito appiattito sull’agenda impostata da Draghi, sposando la causa delle armi all’Ucraina e facendo propria la linea guerrafondaia della Nato, manovrata dagli USA. Nei rapporti con l’Europa, si finge di litigare ma poi si accetta tutto quello che viene imposto: anche per quanto riguarda il famigerato MES, alla fine ci si allineerà. In politica interna, la scuola in mano a Valditara prosegue nello sfascio in corso da decenni, sotto governi di ogni colore politico. Rinunciando ai suoi compiti specifici, che consistono nel reprimere l’ignoranza, come diceva Pasolini, la scuola  si fa carico di compiti che dovrebbero essere lasciati alla famiglia o ad altre agenzie, come l’educazione alla legalità (anche quando le leggi sono canagliesche, come quelle razziali? Leggi dello Stato anche quelle!), alla sessualità (anche a quella Lgbtqia+)? all’affettività, alla lotta contro il patriarcato ( i maschi sono sempre esseri escrementizi) ecc. ecc. Poi, se uno esce dal Liceo senza saper usare i congiuntivi, poco male. Abbiamo avuto ministri che, pur zoppicando in materia, hanno svolto egregiamente il loro compito. E che dire della Sanità? Il ministro Schillaci, fin dall’inizio, ha mostrato di voler essere la copia sbiadita di Speranza e compagni. Ultimamente ha proposto, con il tacito assenso dei suoi colleghi, un piano pandemico che ricalca per filo e per segno quello sperimentato sotto Conte e Draghi: lockdown (parola orrenda), quarantene, coprifuoco, lezioni scolastiche a distanza, obblighi vaccinali, mascherine, DPCM a iosa, e tutto il resto degli orrori che vorremmo aver dimenticato. Vista la reazione, si è cercato di far macchina indietro, ma il pericolo che tutto, più o meno, rimanga come prima, è ancora incombente. Vedremo come andrà a finire. L’immigrazione? Continua alla grande, come prima e meglio di prima. Quando viene rivelato che un losco figuro, già noto per le sue malefatte che gli hanno sporcato la fedina penale, finanzia la sua organizzazione per il soccorso ai naufraghi (in realtà per l’immigrazione clandestina, cioè per la fornitura di schiavi a buon mercato) con il beneplacito di Santa Romana Chiesa e con il denaro che i fedeli allocchi donano per il culto e per il sostentamento dei preti, nessuno muove un dito. La Chiesa non si tocca, è santa per definizione, anche quando si macchia delle peggiori porcate. Così come non si toccano la Nato e l’Europa.

Rimane vero che una promessa sta per essere mantenuta. Anzi, due promesse,per accontentare, con un do ut des gli elettori di due partiti che fanno parte della coalizione, le cui ideologie per alcuni aspetti non sono del tutto coincidenti, anzi addirittura divergono. Fratelli d’Italia, in omaggio alla sua ascendenza, ha sempre esaltato l’Italia unita che ha nel sistema prefettizio con cui è stata costruita il suo cardine; la Lega è nata indipendentista e separatista, con una forte connotazione anti-meridionale e un’aspirazione, più proclamata che concretamente messa in atto, se non con manifestazioni folcloristiche, alla secessione delle regioni del Nord; poi, gradualmente, è diventata un partito dichiaratamente “nazionale”, sedicente “federalista”, qualunque cosa si voglia intendere con questo termine spesso usato a sproposito, e ha spostato il suo astio dai terroni ai migranti. Per stare insieme, partiti così devono farsi concessioni reciproche. Fratelli d’Italia si porta a casa il cosiddetto “premierato”, un sistema di governo che non vige in nessun’altra parte del mondo e, dov’è stato sperimentato, come in Israele, ha dato pessima prova di sé, mentre la Lega avrà l’Autonomia Differenziata.

Che cos’è questa benedetta Autonomia Differenziata, che sta scatenando un vespaio di polemiche? Vedremo come andrà a finire. A mio parere, è lo sciagurato coronamento di quella sciagurata riforma che fu l’autonomia regionale, entrata in vigore, se ben ricordo, nel 1970. Una riforma in linea con il dettato costituzionale, non c’è dubbio. Il problema delle autonomie locali è un problema serio. L’Italia, come s’è accennato, nacque prefettizia, sul modello napoleonico, ma già i padri fondatori, con il progetto Cavour-Farini-Minghetti, pensavano a circoscrizioni dotate di una moderata autonomia amministrativa (il Nord, il Centro, il Sud le Isole), ben lontana da un autentico modello federale. Al deflagrare del movimento separatista del Sud, sostenuto dal brigantaggio, che riceveva finanziamenti dallo Stato Pontificio e dai Borboni in esilio, il progetto fu accantonato e non se ne parlò più. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, all’Assemblea Costituente i cattolici, sulla linea del Partito Popolaredi Sturzo, avevano qualche simpatia per le autonomie regionali: anche i liberali non erano pregiudizialmente contrari (Einaudi era un federalista convinto), ma forse erano i comunisti quelli più convinti, immaginando di poter attuare  qualcosa di simile al sistema dei Soviet. Sta di fatto che per qualche decennio non se ne fece nulla. Poi, con i governi di centrosinistra si arrivò alla laboriosa riforma delle autonomie regionali. Il risultato? A mio parere, un autentico disastro. Se si potesse tornare indietro, all’Italia accentrata di prima, sarebbe meglio. Lo dico anche se ho sempre visto come il fumo negli occhi il sistema prefettizio, e tutte le volte che passo davanti a un “Palazzo del Governo” mi vien voglia di tirar pernacchie a tutto spiano.

Forse aveva ragione Proudhon quando diceva che l’unità d’Italia era impossibile, perché i popoli che abitavano la penisola erano troppo diversi. Che affinità c’era tra un napoletano e un milanese?  A ben vedere, anche un padre della patria come d’Azeglio, quando diceva che, fatta l’Italia, bisognava fare gli italiani, sotto sotto la pensava allo stesso modo. Ma forse, per fare gli Italiani era necessario rinunciare a ogni velleità autonomistica. Poteva dispiacere, ma era una necessità imposta dalla realtà dei fatti. Com’era nella realtà dei fatti quello che prevedeva Theodor Mommsen, il grande storico, a proposito del   destino di Roma: da centro della Cristianità a sede di governo d’un Paese di secondo rango. Grande la Roma dei Cesari, grande la Roma dei Papi, angusta, deturpata, sventrata e insozzata da goffi palazzacci la Roma del Popolo. Quod non fecerunt barbari fecerunt italici. 

Nate le Regioni come articolazioni amministrative della Repubblica, l’efficienza dei servizi pubblici è rimasta quella di prima. Sarà anche vero che la sanità d’eccellenza è tutta concentrata nelle regioni del Nord, tanto che che molti meridionali salgono a Nord per farsi curare. Però andate a vedere come stanno le cose nei pronto soccorso della civilissima (?) Lombardia. La medicina di base, governata dalle regioni, è disastrosa tanto a Nord quanto a Sud. Non è certo stata l’autonomia regionale a impedire il difetto di base del Sistema Sanitario Nazionale, quello che di fatto ha ridotto i vecchi, indimenticabili medici di famiglia a burocrati che si limitano a scrivere ricette e prescrizioni, visitando i pazienti per telefono e spedendoli, al minimo sintomo un po’ preoccupante, dallo specialista, esimendosi da ogni responsabilità. Il prossimo passo sarà un robot, che provvederà automaticamente alle diagnosi in base ai dati forniti per via telematica, e magari provvederà, attraverso un drone, a fornire  direttamente al paziente il medicinale a casa, e magari anche a iniettargli, suo malgrado,  un vaccino o a infilargli furtivamente una supposta in quel posto. Si salvi chi può.

Le sinistre, dimenticandosi che ad aprire le porte all’autonomia differenziata sono state loro, con la riforma del titolo V, parte II della Costituzione, attuata tramite la Legge costituzionale n.3 del 2001 (che recepiva l’idea del “Federalismo a Costituzione invariata” di Bassanini, formulata per far concorrenza alla Lega e sottrarle elettori su un principio programmatico cui erano particolarmente sensibili) sbraitano proclamando che l’autonomia differenziata spaccherà l’Italia, accentuando il divario tra regioni ricche e regioni povere. Vorrei capire perché. Forse sono io che ho le idee confuse, se sbaglio qualcuno mi corregga. Il nostro non sarà mai un sistema veramente federale, in cui i singoli cantoni, per dirla alla svizzera, o Laender, per dirla alla tedesca, dispongono di un proprio sistema di esazione fiscale per finanziare le spese messe a bilancio. In Italia, sarà sempre il governo centrale a dover finanziare le regioni, devolvendo ad esse parte dei tributi riscossi grazie alle imposte erariali, in base alle esigenze di ciascuna. Quindi, che cosa succederà con l’autonomia differenziata? Alcune competenze passeranno dal potere centrale al potere locale, ma saranno finanziate in base alla spesa “storica” che il governo centrale ha  sempre devoluto ai diversi  soggetti regionali per assolvere i medesimi compiti, mantenendone per sé la titolarità operativa. Che cosa cambia? La spesa rimane la stessa., l’efficienza del servizio, passando da un apparato centrale a uno regionale, può migliorare o peggiorare. Se nelle regioni del Nord migliorerà,meglio per loro, se peggiorerà peggio per loro. Dov’è la discriminazione? Non è che si sottraggano risorse al Sud per arricchire il Nord. Gli amministratori del Sud si sforzino di essere più efficienti e chiedano anche loro l’autonomia differenziata. Che a mio parere si rivelerà un disastro, sia a Nord che a Sud.

Che cosa si insegnerà nelle scuole dell’autonomia? I dialetti locali? Che cosa faranno i governatori (come vengono scorrettamente chiamati i presidenti delle giunte regionali) quando le regioni ad autonomia differenziata acquisiranno competenze proprie in ambito sanitario? Abbiamo visto che cos’hanno fatto i tirannelli regionali e comunali  al tempo dell’emergenza pandemica:  hanno reso ancora più oppressive le normative feroci quanto inutili emanate dal governo centrale. C’era chi imponeva le mascherine anche quando e dove la normativa nazionale non le prescriveva, c’era chi vaccinava in spiaggia, in alcuni comuni i vigili controllavano la spesa dei vecchietti, multandoli se avevano acquistato meno prodotti di quelli prescritti da una stolta normativa comunale, o alimenti di tipo voluttuario, secondo il giudizio dell’imbecille in divisa. Vediamo ora che cosa stanno facendo le autorità locali con la viabilità cittadina, con gli obblighi dei 30  all’ora, le selve di autovelox. e altre trovate del genere (viva Fleximan! Apologia di reato? Sì, apologia di reato, alla faccia della legalità). E’ questa l’autonomia che vogliamo? Se la tengano.  La vulgata secondo cui i governi locali sono sempre meglio di quelli centrali è tutta da dimostrare. Può essere vero, ma non sempre. Don Rodrigo era un tirannello locale, che se ne faceva un baffo delle leggi di Ferrer, l’autorità statale superiore.

Sapete che vi dico? Al macero le autonomie regionali. L’italia è nata prefettizia, e tale resterà. Non si possono raddrizzare  le gambe ai cani. Rimangano i prefetti puzzoni, e buonanotte ai suonatori. 

Giovanni Tenorio

Libertino

Un pensiero su “Cassonetto differenziato

  • Governo di felloni che non è riuscito a imporre le dimissioni a un arrogante fellone beccato col sorcio in bocca. Il Don Chisciotte delle pale eoliche si è tolto dalle scatole da solo, se Dio vuole e alla buon ora.

    Va da sè che ospitate alla Zanzara, Isola dei Famosi e trash programs vari non mancheranno mai (anzi incrementeranno) per l’intelligentone ferrarese.

    Rispondi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *