Democrazie di esportazione

Era appena cominciato il disastro, tuttora in corso e destinato a concludersi chissà quando e con quali esiti, provocato dall’abbandono improvvido e caotico dell’ Afghanistan da parte degli Stati Uniti e della Nato alla furia dei Talebani, che subito le anime belle hanno cominciato a interrogarsi sulla possibilità o no di esportare la democrazia.  Problema serio e degno di essere affrontato in tutti i suoi risvolti, sia ben chiaro, ma privo di ogni nesso con le vicende della fallimentare operazione afghana. Perché? Perché gli Stati Uniti non sono andati in Afghanistan per impiantarvi la democrazia, per quanto abbiano finto di costruirne, in quella landa, una fioca  parvenza. Ci sono andati – lo ha detto Biden – per sconfiggere il terrorismo dei fondametalisti islamici, quelli che avevano covato nel loro seno il mostro di Bin Laden, responsabile dell’attentato dell’11 settembre 2001 alle Torri Gemelle. Tutto da dimostrare anche questo:agli americani interessavano soprattutto la produzione di oppio – che i Talebani avevano tentato di eliminare totalmente, materia prima per almeno il 40% dei medicinali prodotti da Big Pharma – e il controllo degli oleodotti e dei gasdotti che dal Mar Caspio raggiungono i porti del Mare Arabico, aggirando l’Iran. Ragioni prevalentemente economiche, come sempre. Gli ideali di giustizia, libertà, eguaglianza e compagnia cantante sono cosmetici con cui si tenta di ringiovanire e abbellire un orrido mascherone. Comunque sia, rimane vera una cosa: la democrazia, nella faccenda dell’Islam, era l’ultimo pensiero. Lasciamo allora perdere le vere motivazioni della sciagurata guerra afghana e concentriamoci sul dilemma: si può esportare la democrazia o no? Qualcuno risponde: bisogna distinguere; ci sono alcuni popoli che sono pronti a riceverla, altri no. Con i primi l’esperimento può avere buon esito, con gli altri è destinato a fallire. Perché? Perché non si può imporre un determinato regime, nato in determinati contesti e frutto di una determinata cultura, a chi si è formato in culture e contesti del tutto diversi dai principi che informano le istituzioni che si vorrebbero esportare. L’esempio classico è la rivoluzione napoletana del 1799, conclusasi con la messa a morte di coloro che una certa retorica esalta come i primi martiri del Risorgimento italiano. Perché fallì? Vincenzo Cuoco, che la visse dall’interno e ci ha lasciato, di quegli eventi, un saggio storico giustamente famoso,  dice pressappoco questo: fallì per l’eccessivo ideologismo dei rivoluzionari, che, in base alle loro concezioni generose ma del tutto astratte, pretesero di travasare le istituzioni nate dalla Rivoluzione Francese in una società reazionaria, ancora legatissima al potere clericale e al paternalismo dell’ancien regime. E’ una spiegazione comunemente accettata, anche dalla storiografia odierna. In poche parole: la rivoluzione napoletana fallì per eccesso di estremismo ideologico, per troppo di vigore, avrebbe detto Dante. E se invece fosse il contrario? Se fosse fallita per poco di vigore? Le rivoluzioni, se vogliono vincere, devono essere coerenti fino alla brutalità. I rivoluzionari francesi non avevano esitato a far strage dei reazionari vandeani, annegandoli in un bagno di sangue. Anche gli antichi Ateniesi, che esportavano la loro democrazia per ragioni di potere, riservandosi il dominio della Lega Delio-Attica, di cui controllavano le finanze, e trattando i confederati – ordinati democraticamente – come stati vassalli, l’avevano capito benissimo. Che cosa dissero ai Meli che, parteggiando di fatto per Sparta nella Guerra del Peloponneso, volevano rimanere neutrali? “O state con noi o vi annientiamo. Non abbiamo paura degli dèi. Se voi foste al nostro posto, fareste lo stesso”.Gli uomini di Melo furono uccisi, le donne fatte schiave. Duemila anni dopo Niccolò Machiavelli avrebbe scoperto l’acqua fresca. Come sempre, i Greci avevano già capito tutto.Venendo a tempi a noi più vicini, che dire dell’esperimento, invece riuscitissimo senza bagni di sangue, compiuto dagli USA per esportare la democrazia in Germania, Italia e Giappone dopo la Seconda Guerra Mondiale? Qui bisogna distinguere.Germania e Italia avevano già conosciuto il sistema democratico, Nazismo e Fascismo erano state due parentesi. Quanto al Giappone, va riconosciuto che gli americani sono stati così abili da introdurre le istituzioni democratiche lasciando formalmente intatte alcune figure istituzionali  intoccabili, come l’imperatore Hirohito, le cui responsabilità belliche erano state piuttosto pesanti. D’altra parte, Germania, Italia e Giappone sono stati per lungo tempo, e in qualche misura sono ancora, Paesi vassalli degli USA, come le città della Lega Delio-Attica erano vassalle di Atene. Se nel dopoguerra in Italia avessero vinto, in una competizione elettorale democratica a suffragio universale,  le forze social-comuniste, gli USA avrebbero fatto come gli Ateniesi con i Meli. Alla faccia della sovranità popolare.In realtà, esportare la democrazia significa esportare un regime; e per imporre un regime bisogna usare la forza. In alcuni casi basta soltanto minacciarla. Le anime belle, invece, credono che gli ideali di libertà. eguaglianza, fraternità siano innati negli esseri umani; quindi, potenzialmente, tutti i popoli sono inclini alla democrazia. E’ il solito equivoco dei cosiddetti “diritti naturali”.  I diritti sono sempre artificiali. Nascono dalla cultura, non dalla natura. Meglio: dalle culture. Tant’è vero che, di solito, i sostenitori del Diritto Naturale lo identificano con il diritto positivo vigente nel loro contesto culturale. Aristotele, che non era certo l’ultimo arrivato, sosteneva candidamente che la schiavitù è conforme al Diritto Naturale. Oggi un Diritto Naturale di questo genere ci farebbe orrore. Un conflitto fra Diritto Naturale e Diritto Positivo sembrerebbe il cardine dell’ “Antigone” di Sofocle. E’ proprio così? A parte il fatto che, come spesso capita nella Tragedia greca, il problema pare rimanere irrisolto, a me sembra piuttosto che il conflitto sia tra un diritto consuetudinario arcaico, che affonda le sue radici nel sentimento religioso e un diritto statuale moderno, per molti aspetti molto più brutale.Fra le anime belle si colloca l’ineffabile Dacia Maraini, cui di solito sono riservati interventi nelle pagine interne del “Corriere della sera”, mentre una decina di giorni fa, o poco più, ha avuto per la prima volta l’onore di scrivere un editoriale. Che cosa dice la gentile Signora, le cui idee molto spesso non sono così belle com’è bello il suo stile (qualche suo romanzo, ve lo confesso, non mi dispiace affatto)? Sentite qua:”Dovremmo una volta per tutte riconoscere e asserire che i diritti civili,ovvero la libertà di parola,di pensiero, di movimento, non sono valori occidentali, ma universali”. Verrebbe voglia di rispondere: “Dice davvero? Se così fosse, dovrebbero essersi imposti da sempre, e dappertutto. Invece, anche nel cosiddetto Occidente si sono imposti a fatica, a prezzo di lacrime e sangue, e corrono sempre il rischio di eclissarsi. Da Galileo e da Giordano Bruno ci separano solo 400 anni, e l’homo sapiens sapiens abita la terra da qualche decina di millenni, durante i quali quei Diritti Universali che dovrebbero essere scolpiti nel suo cuore sono stati per lunghissimo tempo sconosciuti e quindi bellamente calpestati.  La gentile Signora Dacia si commuove al vedere gli afghani che fuggono dai Talebani in nome di quei Diritti che, fortunatamente, sono patrimonio delle nostre democrazie occidentali, fra cui spicca l’Italia, con la sua costituzione più bella del mondo. Non si accorge che non mai come in questo terribile momento i tanto lodati diritti costituzionali sono stati fatti a pezzi. I nostri Talebani sono i virologi che istigano i governanti -in parte delinquenti, come Draghi, Colao, Cingolani, Cartabia, in parte deficienti, come Lamorgese, Speranza, Di Maio, Bianchi, Gelmini- a imporre misure liberticide. La Scienza, con la maiuscola, come copertura di provvedimenti infami (censure, discriminazioni) proprio come la Sharia,con la maiuscola, come copertura di provvedimenti infami (censure, discriminazioni).Paragone improponibile? Lo so anch’io che, per ora, è meglio, molto meglio, vivere in Italia che in Afghanistan. E’ una questione di grado, ma la sostanza è la stessa. Se non ci si ribella, si finirà in una bella dittatura tecnologica, quella per cui lavorano i suddetti governanti delinquenti (di cui i deficienti sono servi sciocchi), messi qui per attuare un ben preciso disegno da un potere ormai diventato autocratico, che obbedisce a consorterie internazionali di altissimo livello. Apra gli occhi.gentile Signora, invece di gingillarsi con concettuzzi degni di Francesco Alberoni (a proposito, che fine ha fatto ?)

Giovanni Tenorio

Libertino