Don Giovanni

Ardere vivo Mario Draghi (come Capocchio il 15 agosto 1293)

Quando qualche anno fa arrivò per la prima volta al governo del Giappone Shinzo Abe, che prometteva una fulgida rinascita dell’economia nipponica dopo anni di calma piatta, fu una grande festa, e non solo in quel Paese. I giornali d’ogni parte del il mondo cantarono osanna: finalmente qualcuno che aveva capito tutto; se fino a quel momento la banca centrale aveva pompato denaro nel sistema con scarso successo, era solo perché l’aveva fatto con troppe remore e troppa prudenza. Cannonate, ci volevano; valanghe di moneta fasulla, e tutto l’apparato produttivo si sarebbe raddrizzato, come per incanto. Alla bisogna avrebbe provveduto il nuovo banchiere centrale Haruhiko Kuroda, in perfetta sintonia con la politica governativa, che, dal canto suo, in funzione anticiclica, si sarebbe ben guardata dal por mano alla riduzione del debito pubblico. La più pura ricetta di monetarismo sbracato e keynesismo velleitario. Nei primi mesi sembrò avverarsi il miracolo, fra il tripudio dei gazzettieri, ma ben presto si vide ch’era un fuoco di paglia. Oggi siamo al fallimento totale: nessuna ripresa, tutto come prima e peggio di prima. Naturalmente ci si guarda bene dall’accusare la politica della moneta facile e del bilancio in disavanzo: quella è sacra come la Bibbia, anzi come il Corano, ch’è più di moda; guai a metterla in discussione. Come i cattivi scienziati, anche gli economisti -che scienziati non sono, in compenso sono pessimi individui- hanno in serbo la loro giustificazione “ad hoc”: la colpa è della bassa natalità. Non si fanno più figli, la popolazione incanutisce, e i vecchietti rimbambiti né hanno voglia di investire, né si danno ai consumi. Aspettando la morte si tengono i risparmi sotto il materasso.  Al tempo di Galileo per giustificare i moti degli astri che non s’accordavano col sistema tolemaico, gli aristotelici introducevano i cosiddetti “epicicli”. Sappiamo com’è finita: nel ridicolo, anche se sulle prime fu Galileo a rischiare di finir sul rogo. L’ipotesi della bassa natalità come spiegazione del fallimento di Abe e Kuroda è della stessa pasta degli epicicli: una ridicolaggine. La vera responsabilità del clamoroso insuccesso va attribuita alla teoria economica che sta dietro agli interventi di quei due signori. Che poi è la stessa delle Befane e dei Babbi Natale, rispettivamente negli Stati Uniti e in Europa: sapete a chi mi riferisco. La Befana, a dire il vero, sembra aver vinto. L’economia americana pare in ripresa; si dice addirittura che a giorni sarà riveduto al rialzo il tasso d’interesse; il QE sarà gradualmente ridotto fino all’estinzione. Staremo a vedere. Altrove la situazione è grigia. La Cina comincia a perder colpi e l’Europa rimane la grande malata. Babbo Natale farà ancor di più “whatever it takes”, ma con quella faccia da menagramo dubito possa aver successo. Ed è bene che sia un tonfo. Se la ricetta desse buoni frutti, vorrebbe dire che falsare la moneta è da galantuomini. Ma allora, perché arrestare i falsari privati? Anch’essi sono benefattori dell’umanità, con il loro operato contribuiscono a rafforzare gli effetti del QE. Non si possono usare due pesi e due misure. O galantuomini tutti, pubblici e privati, o delinquenti tutti. O tutti sull’altare, o tutti in gattabuia.
Io propendo per la gattabuia. La notte scorsa è venuto a trovarmi nel sonno il mio amico Dante Alighieri. Non sempre sono stato d’accordo con lui, e più d’una volta su queste pagine l’ho scritto. Troppo  “no global”, troppo ostile al libero mercato, troppo prevenuto contro il prestito a interesse, bollato come usura, troppo duro con la “gente nova”, che poi erano i terroni e gli immigrati di allora. Però, come mi fa gongolare quando, lui così devoto, parla male dei preti e mette addirittura più d’un papa all’Inferno! Anche sui falsari sono d’accordo con lui. Vi ricordate come sono puniti nella decima bolgia? Immersi in un fetore insopportabile, sono in preda alle più turpi malattie; alcuni si grattano furiosamente fino a farsi sanguinare, tormentati in eterno dalla scabbia. Tra loro c’è anche il senese Capocchio, che confessa d’aver falsato “i metalli con alchimia”. Era stato arso vivo a Siena il 15 agosto 1293. Il canto XXIX dell’Inferno si conclude proprio con le sue parole. Ebbene, nel sogno Dante mi ha dettato una nuova conclusione del canto, ampliando il discorso di Capocchio. Ve la trascrivo. La parte nuova è quella in corsivo. Il Sommo Poeta si augura venga stampata nelle prossime edizioni del suo capolavoro.
(…)
sì vedrai ch’io son l’ombra di Capocchio,
che falsai li metalli con alchimia;
e te dee ricordar, se ben t’adocchio
com’io fui di natura buona scimia.
Caderà Mario Draghi in esto pozzo
anch’elli un dì,che con fatiga nimia
or va compiendo ‘l suo lavoro sozzo
falsando la moneta in Francoforte
per nutricare all’empie banche il gozzo.
Così  li si apparecchia eterna morte

 

Bravo, amico Dante, far di meglio non potevi. E sai che ti dico? Altro che che gattabuia, arderlo vivo anche lui.

Giovanni Tenorio

Libertino