Confindistria e evasione fiscale

Cari amici, vi sareste mai aspettati che qualcuno desse dell’idiota, magari solo indirettamente, al premio Nobel per l’economia Milton Friedman? Intendiamoci bene, economisti con la testa di legno sono stati più volte premiati e osannati, primo fra tutti quel Krugman dalla barba unta che pontifica dalle pagine del “New York Times”: ma i keynesiani come lui non si toccano, sarebbe un sacrilegio, come parlar male del papa, anzi di Allah e di Maometto suo profeta. Friedman invece era un liberista, con l’unico difetto di ritenere indispensabile l’esistenza d’una banca centrale come ente monopolistico regolatore della moneta di Stato. Ma non si può pretendere che siano tutti libertari o addirittura libertini come me. Libertario è in compenso suo figlio David, che non ama lo Stato, ammette l’opportunità d’un sistema monetario concorrenziale, dove più banche possano battere moneta; e in più non ha tante fisime contro l’immigrazione (anzi, la ritiene benefica) come tanti sedicenti hoppeiani italici più realisti del re… Ma non divaghiamo: chi fa sberleffi, implicitamente, a Friedman padre? Incredibile a dirsi, i dirigenti della Confindustria. No, mi devo correggere. Credibile, credibilissimo, visto quel che sono, e sono sempre stati, i grandi esponenti del capitalismo italico: liberali dopo l’Unità, protezionisti con la Sinistra storica, giolittiani con Giolitti, salandriani con Salandra (caspita, che affare la Guerra Mondiale!), fascisti col Fascismo, democristiani nel secondo dopoguerra (pronti a salire sul carro del “compromesso storico” se mai se ne fosse data l’occasione), craxiani con Craxi, berlusconiani (ma con tanti se e tanti ma, e qualche dissidente di gran peso) con Berlusconi, montiani con Monti e ora renziani con Renzi . Tutto fuorché liberisti, dunque, figuriamoci poi libertari o libertini! Amicissimi dei preti, tanto vero che il loro giornale ospita due teologi di prim’ordine, veri  cappellani delle truppe confindustriali: monsignor Bruno Forte e monsignor Gianfranco Ravasi, due professoroni coi fiocchi.  Ebbene, che ha fatto di recente Confindustria per dileggiare Friedman? Ha affidato a una schiera di esperti il compito di accertare le dimensioni dell’evasione fiscale in Italia, e di valutarne le conseguenze. Non vi ripeto le cifre, certamente fasulle, a mo’ di quelle del riscaldamento climatico o del risparmio di petrolio dovuto all’ora legale ( su questo Pierluigi Battista ha già ironizzato come meglio non si poteva); basti solo ricordare che, secondo questi illustri esperti, se anche solo per metà le imposte evase venissero recuperate, si avrebbe una ripresa economica da Paese di Bengodi. Voi direte: sì, ma che c’entra Friedman in tutto questo? C’entra, c’entra, perché qualche lustro fa, poco prima di lasciare questo pazzo mondo, l’illustre maestro dei “Chicago boys” ebbe a dire, senza alcun intento ironico, che se in Italia non si era ancora andati a picco era merito dell’evasione fiscale e del lavoro nero. Attenzione: lo disse in un’epoca in cui la pressione tributaria era già feroce,  ma non aveva ancora raggiuto i limiti di rapina dei nostri giorni. Cretino Friedman o cretini gli esperti di Confindustria? Né l’uno né gli altri, e fra poco capirete il perché.
Procediamo con ordine. Gli esperti di Confindustria ci fanno credere che, se lo Sato incassasse tutto quanto pretende, compresa la quota finora evasa, il denaro aggiuntivo di cui si riempirebbe la pancia si riverserebbe nel sistema economico sotto forma sia di investimenti sia di consumi pubblici, nonché, per i dipendenti statali d’alto e basso rango, di regalie, prebende, emolumenti e stipendi, a loro volta indirizzati a entrare nel gioco dell’economia: il tutto con un bell’effetto moltiplicatore. Semplice, no? Neppure per sogno. Sarebbe vero se il denaro che gli evasori trattengono per sé venisse messo al sicuro sotto il materasso, come facevano una volta le vecchiette, timorose (oh, quanto avevano ragione!) delle malefatte bancarie. Anche l’evasore spende i soldi che riesce a salvare dalla voracità del fisco, e sicuramente li spende meglio dello Stato, perché non ha nessun interesse a mantenere parassiti o a compiere investimenti inutili e fallimentari, per far piacere agli amici degli amici. Certo, anche fra i privati ci sono spendaccioni e ubriaconi, ma sono un’esigua minoranza, e in breve tempo la loro stolidità li fa finire sul lastrico . Quando invece è lo Stato a spender male o a investire peggio, è ben lungi dal subire un fallimento, perché gli è sempre possibile rimediare ai guasti facendo nuovi debiti ed estorcendo nuove imposte ai sudditi. Infine, è più che mai verosimile che, come pensava Friedman, l’evasione in molti casi sia l’unico espediente per non essere costretti a chiudere bottega. Se all’improvviso fosse resa impossibile – magari con l’ausilio dell’esercito, come facevano i pubblicani dell’antica Roma – torchiando fino all’ultimo centesimo chi finora è riuscito a evitare una rapina integrale, si avrebbe una valanga di cessazioni d’attività, che, con effetto moltiplicatore alla rovescia, impoverirebbero tutto il Paese, mandando all’aria il sistema produttivo nel suo complesso.
Bisogna avere il cervello di Adam Smith per capire queste cose? No! Allora in che senso anche gli esperti di cui sopra non sono cretini, anzi sono furbissimi? Nel senso che tirano acqua al proprio mulino. In un Paese in cui il grande capitalismo vive di favori statali, sovvenzioni, sgravi, incentivi, e chi più ne ha più ne metta, quale grande industriale, e quale suo tirapiedi, ha interesse a esecrare una tassazione da rapina? I soldi rubati ai comuni mortali (tra cui tanti artigiani, tante partite Iva, tante piccole imprese, tanti commercianti) piovono in buona parte nel calderone dei capitalisti statalisti. Che poi magari hanno anche la faccia tosta di definirsi liberali. Come disse al suo tempo il filosofo Bertrando Spaventa: “E’ una razza di liberali che aborro, perché non hanno nulla per meritarsi questo nome”.
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PS. Dialogo (autentico) tra una vecchietta e un vecchietto, l’una rimbambita, l’altro un po’ meno.
LEI Quest’estate sono stata in vacanza in un posto dove sono tutti dipendenti pubblici. Vanno spesso e volentieri a cena fuori, fanno feste, gremiscono le sale cinematografiche, non si fanno mancare nessun divertimento. Benone!  Così il denaro gira, la crisi rimane fuori delle loro porte!
LUI Sì, però quando quei parassiti non potranno più succhiare denaro pubblico perché il ceto produttivo è stato ammazzato dall’estorsione fiscale, anche le loro porte si apriranno a dare il benvenuto alla crisi. Benone! Muoia Sansone con tutti i Filistei …
Giovanni Tenorio

Giovanni Tenorio

Libertino