Garbata replica al prof. Canfora

Cari amici, la volta scorsa per illustrare la situazione di conflitto tra la Grecia e i suoi creditori (e soccorritori, veri o presunti) ho fatto ricorso a una bizzarra parabola. Ora mi vergogno un pochino della mia metafora di grana grossa leggendo lo scritto pubblicato sul “Corriere della Sera” di mercoledì 1 Luglio dallo stimatissimo professor Luciano Canfora, che da grecista di vaglia e politologo consumato traccia un accattivante  parallelo tra la Grecia d’oggi e le vicende dell’antica Atene nella fase finale di quel conflitto passato alla Storia sotto il nome di “Guerra del Peloponneso”. Non so quanti lettori, dopo che la scuola pubblica ha fatto strame della cultura classica e della storia antica, abbiano la preparazione necessaria per comprendere un tale gioiellino storiografico, politologico e letterario, ma è consolante pensare che, nonostante tutto, i giornali di oggi, tra tanta paccottiglia, trovano anche lo spazio per offrire ai lettori più pensosi qualche riflessione di alto livello, illuminata da una visione ad ampio raggio capace di abbracciare presente e passato. Ho un debito particolare col professor Canfora: la lettura, qualche tempo fa, della sua “Storia della letteratura greca” – un’opera dal taglio inconsueto, che si legge come un romanzo, intendo un romanzo di qualità, non un romanzetto da spiaggia- mi ha ampiamente ripagato della noia che decrepiti, pedanti professori di Liceo mi avevano a suo tempo inflitto, guastandomi gli anni della giovinezza.
Detto questo, il bellissimo scritto del professor Canfora non mi trova d’accordo sul piano ideologico. In breve, Angela Merkel è paragonata a quel Tissaferne, satrapo persiano amico di Sparta, che fece di tutto per indurre Atene a cambiar regime politico, da democratico ad oligarchico, in cambio di un sostanzioso aiuto finanziario a beneficio del pubblico bilancio, che per i disastri della guerra, versava in pessime condizioni. Personaggi ambigui – formalmente democratici ma di fatto in combutta con quella parte dell’aristocrazia che non aveva mai accettato il compromesso col demos, su cui si fondava il regime ateniese da Clistene in avanti – quali furono Alcibiade e Pisandro, avrebbero in epoca moderna un loro corrispettivo in statisti poco affidabili come Papadopoulos e Samaras: il primo un socialista vendutosi al mondo capitalistico, il secondo un conservatore asservito agli interessi della finanza internazionale. Strano che non si faccia cenno a un corrispettivo di Tsipras, ma forse è giusto così, perché a quei tempi furono i filo-oligarchici ad avere subito il sopravvento, senza tentativi di riscossa coronati da successo da parte del movimento democratico . A questo punto Canfora prospetta un futuro assai prossimo in cui ,come allora, il popolo sarà defraudato della sua sovranità, con procedure formalmente ineccepibili ma in realtà eversive, e costretto a piegarsi alla volontà degli odierni oligarchi. Ma, come allora il denaro  promesso quale ricompensa per il cambiamento di regime non arrivò mai, anche le promesse d’oggi -così almeno par di capire- non saranno onorate. E poi, che accadrà? Il regime oligarchico filospartano dei Quattrocento fu spazzato via nel giro di pochi mesi. Forse Canfora auspica che anche il regime imposto alla Grecia d’oggi  da Merkel-Tissaferne (dietro cui sta l’FMI – Impero Persiano) faccia la stessa fine…
Bellissimo quadro, ma a e pare che molti conti non tornino. La Grecia d’oggi non è in guerra, la Merkel non è un personaggio appartenente a un altro impero, in combutta col nemico. E’ stata proprio la Grecia, semmai, a fare carte false per entrare nell’impero politico-economico che riconosce ai suoi vertici  istituzioni quali la Commissione Europea, la Banca Centrale Europea -sul cui rigore i tedeschi non cesano di vigilare- e, ad un altro livello, il Fondo Monetario Internazionale. I guai di cui ha sofferto e continua a soffrire sono il frutto di una politica economica sventata, che ha concesso favori e benefici a tutte le categorie senza aver le risorse per finanziarli: di qui un indebitamento divenuto a un certo punto insostenibile. Vero che anche chi ora la rampogna per la sua leggerezza non è privo di colpe: a suo tempo le ha venduto costosi armamenti di cui non aveva bisogno; tutto il sistema bancario internazionale, ed europeo in particolare, ha avallato tanta dissennatezza finanziaria  acquistando a piene mani i titoli di debito pubblico offerti sul mercato dai governi ellenici. Vero anche che il salvataggio della Grecia venne tentato una prima volta, e viene ritentato ora con maggior difficoltà, non tanto nell’interesse della Grecia stessa, quanto dei suoi creditori, Germania in primis,che subirebbero gravi perdite da un suo eventuale fallimento. Ma è naturale che, se si devono concedere nuovi prestiti a chi è in difficoltà  per evitarne la bancarotta,si esigano anche garanzie non soltanto formali: ad esempio, riforme che garantiscano una spesa più oculata, bilanci in ordine e progressiva riduzione dell’indebitamento pubblico. Non mi pare che questo significhi pretendere un cambiamento di regime! Un creditore che chiede garanzie al debitore tutela i propri legittimi interessi, senza menomare la libertà di nessuno. E pretendere nuovi prestiti rifiutandosi di onorare i debiti già contratti significa porsi al di fuori non solo di ogni logica economica, ma di ogni principio etico.
E’ vero, per tornare al passato, che Solone si fece benvolere proprio per aver cancellato i debiti dei contadini più poveri, i quali rischiavano di finire schiavi dei loro creditori per insolvenza: è la famosa “seisachtheia”, lo”scuotimeto dei pesi”. Ma si tratta di  casi del tutto diversi, incommensurabili, e la  soluzione soloniana è anch’essa discutibile (fermo restando che la schiavitù per debiti, come qualsiasi altra forma si schiavitù, è una pratica moralmente inaccettabile). E poi… qualcuno sussurra che Solone, come tanti altri suoi amici, prima si indebitò fino al collo comprando terreni, e poi emanò la  legge sulla cancellazione dei debiti. Sarà anche una calunnia, ma non è incredibile, anzi. Dove si vede che la prima causa della corruzione è proprio lo Stato, con i suoi provvedimenti a beneficio dei poveri.
Caro professor Canfora, se mi dimostrerà che ho torto, sarò lieto di accogliere, ancora una volta, la Sua lezione.
Giovanni Tenorio

Giovanni Tenorio

Libertino