Perle d’autunno

Comincia la stagione della caccia e si annunciano le prime vittime. Uno crede di sparare a una lepre o qualcosa di simile, e invece impallina un essere umano. Se va bene, lo ferisce, se va male, lo accoppa. Divampano le polemiche. E divamperebbero ancora di più se, di questi tempi, non ci fosse carne al fuoco ben più saporita. Gli animalisti chiedono a gran voce che la caccia sia finalmente messa al bando. Ne sarebbe ben lieta anche la Michela Vittoria Brambilla, che piange sui poveri animali uccisi senza pietà, dimenticando però di possedere il pacchetto di maggioranza di una società che si occupa di commercio ittico. Ma si sa: gli uccellini fanno pena, i pesci molto meno. Sono muti, non gridano, anche se, una volta presi all’amo o nelle reti, devono soffrire non poco.
Il problema dei cosiddetti “diritti degli animali” è complesso; ne abbiamo qui qualche volta appena accennato e, se sarà il caso, lo riprenderemo. Una cosa però va detta subito: è uno sconcio che, nell’ordinamento legislativo italico (non so come stiano le cose altrove) l’unica facoltà di violare impunemente la proprietà altrui, entrando in un fondo privato al solo scopo di esercitare l’attività venatoria, sia consentita ai cacciatori. Cominciamo ad abolire questo privilegio. E se poi un cacciatore continua a ritenersi in diritto di entrare in un fondo altrui? Si assuma tutte le sue responsabilità. Se sarà lui a prendersi una bella schioppettata dal proprietario, la legittima difesa, anche in questo caso, sarà presunta. Dimostrino, lui o i suoi parenti, che il ferimento o l’omicidio sono stati volontari o colposi. Forse in questo modo gli impallinamenti diminuirebbero drasticamente.

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Qualcuno viene giustamente condannato per aver usato i muri altrui come supporto per le sue presunte opere d’arte pittoriche, e anche qui si scatenano le polemiche. Bisogna condannare anche se le tracce sul muro, lungi dall’essere semplici sgorbi eseguiti per protesta o per gioco a scopo di danneggiamento, sono opere d’arte? Certo che bisogna condannare. Se Giotto, o Leonardo, o Michelangelo, senza il mio permesso, usassero il muro di cinta della mia proprietà per dipingervi i più sublimi capolavori, io personalmente andrei a ringraziarli, rimbrottandoli però bonariamente per non avermene chiesto prima il permesso; poi farei di tutto per proteggere quelle opere dalle ingiurie del tempo, in modo da salvarle per i posteri. Ma se al mio posto ci fosse un ignorantone che nulla sa di arte e non ha mai sentito nominare né Giotto né Leonardo né Michelangelo, avrebbe tutto il diritto di citare in giudizio gli autori e pretendere un risarcimento, esigendo che la superficie del suo muro venga rimessa in pristino con una mano di bianco. Il giudice non può stabilire se un manufatto è arte o no. Può solo indagare se è stato eseguito da chi ne aveva facoltà con materiali di sua proprietà e su supporti di cui può legittimamente disporre, dietro concessione o per commissione. Ma anche se potesse divinare il carattere artistico di un’opera eseguita illegittimamente su proprietà d’altri, dovrebbe ugualmente condannare. L’essere grande artista non dà la facoltà di violare i diritti altrui.

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Fu l’oncologo Umberto Veronesi ad affermare che, dopo quarant’anni, le cellule del corpo d’una persona sono totalmente cambiate, quindi in un certo senso quella persona è diventata un’altra. Che senso ha allora una pena come l’ergastolo? Perché tenere in cella un essere umano che non è più quello da cui fu commesso il delitto? Il ragionamento è accattivante. Uno potrebbe chiedersi, allo stesso modo: se io ho comperato un’auto quindici anni fa, e in questo lasso di tempo ne ho cambiato tutti i pezzi, in momenti diversi, della carrozzeria e del motore, posso dire che quella da me in questo momento posseduta è ancora l’auto delle origini, solo grazie alla targa, il cui numero rimane lo stesso? Forse no. Però… Se siamo sicuri che un’auto è soltanto una realtà fisica, non possiamo essere sicuri che un essere umano sia riducibile al suo corpo. Forse esiste un IO che rimane lo stesso, anche a distanza di anni. Oggi sono in pochi a crederci… Anche l’IO, tutt’al più, può essere qualcosa di simile a una targa, e nient’altro.
Non conosco nulla del giudice Kavanaugh, che Trump ha proposto come “justice” della Corte Suprema. So solo che passa per un conservatore, quindi il suo parere può far pendere la bilancia da una certa parte quando si tratta di decidere su temi particolarmente delicati, come ad esempio quello dell’aborto, che stanno a cuore ai “neocon; il cui spirito cristiano si riduce a fondamentalismo ottuso e senza cuore: si difende la vita quando è ancora un grumo di cellule, ma poi si spara volentieri ai migranti che oltrepassano il confine di Stato, perché evidentemente la loro vita vale zero.
Detto tutto questo, che il Kavanaugh di oggi sia o non sia lo stesso di quando era uno sbarbatello, mi sembra assurdo che la sua idoneità a diventare membro della Corte Suprema venga valutata non in base alle qualità professionali e alla probità da lui dimostrate come giudice nelle precedenti mansioni, ma concentrando tutta l’attenzione su un poco chiaro episodio della sua prima giovinezza, denunciato da una signora cinquantenne che avrebbe subito un tentativo di stupro da parte del futuro giudice quando i due erano ancora studenti. Acqua passata. Perché non fu denunciato allora? Perché la ragazza aveva paura di non essere creduta? Perché temeva ritorsioni? Può darsi. Ma c’è una buona ragione se i reati, tranne pochissimi, col tempo si prescrivono. Di quel che fece Kavanaugh nella sua verde età non bisognerebbe parlarne più. Tutti abbiamo avuto una giovinezza un po’ sventata . Solo i coglioni sono sempre stati santarellini. Se il giudizio che si dà oggi di noi dovesse basarsi sulle malefatte della nostra giovinezza, pochi si salverebbero. Io, per quel che mi riguarda, in fatto di donne, mantengo la mia sventatezza, e ne sono fiero. Anch’io sono stato accusato ingiustamente di tentativi di stupro da donne che in realtà ci stavano. L’ho già detto, non fatemelo ripetere…
Kavanaugh è passato. Mi fa piacere.

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Se io sostenessi che la guerra è attività di pace, pensereste a ragione che mi ha dato di volta il cervello. Se io poi insistessi, portando come argomento che “guerra” è femminile, “caserma” è femminile. “recluta” è femminile, “guardia” è femminile, “battaglia” è femminile, “naja” è femminile, e quindi dove c’è femminilità non può esserci violenza mascolina, forse chiamereste l’ambulanza e mi fareste ricoverare in un reparto psichiatrico. I manicomi, per fortuna, non ci sono più, quindi non sarei legato a un letto di contenzione; ma una buona dose di pillolette me la farebbero ingerire.
Papa Francesco dice che la Chiesa è femmina, perché non è il Chiesa, ma appunto, la Chiesa, anche se la gerarchia è formata soltanto da maschietti. Si direbbe che scherzi, e invece a quanto pare dice sul serio. Anche lui confonde il sesso con il genere. Il sesso è qualcosa di biologico, e anche psicologico, il genere invece è una categoria grammaticale. La guerra, anche se,almeno in italiano, è di genere femminile, è sempre stata roba da maschiacci. Se oggi tante donne ci tengono a fare la soldatessa o la poliziotta, o la carabiniera o la vigilessa, affari loro. Vuol dire che sono maschiacci. Io mi guarderò sempre dal tentarne la seduzione. Nessuna donna in divisa (a meno che non sia divisa da cameriera) entrerà mai nella lista di Leporello.
Nessuno chiama l’ambulanza quando il papa pronuncia queste amenità. Anzi, gli si tributano tante lodi e gli si concede l’onore di un’intera pagina, in cui blatera di “elìte” come peccato (quasi fosse un male appartenere agli “aristoi”, cioè ai migliori), sul “Corriere della sera”: su quel giornale, cioè, che un tempo, quando nelle chiese parrocchiali venivano esposti manifesti che segnalavano la buona e la cattiva stampa, veniva bollato come una lettura “che esige cautela”. La Chiesa femmina? Ma vogliamo scherzare? Fino a pochi anni fa, nel mondo cosiddetto civile, il suo maschilismo era ancora in buona compagnia: i Wiener e i Berliner Philharmoniker erano le uniche compagini orchestrali a non ammettere donne nelle loro file. Karajan ebbe addirittura un duro scontro con i Berliner, cui voleva imporre l’assunzione della sua pupilla Sabine Meyer, bravissima clarinettista (ascoltatela nel mozartiano “Concerto per clarinetto K 622: una delizia). Oggi per fortuna quei tempi sono finiti. E’ rimasta maschilista la Chiesa cattolica (e forse qualche vecchi club inglese di quelli rigorosamente preclusi alle donne, ma non ci giurerei). Eppure Gesù Cristo aveva tra i suoi seguaci anche donne. Qualcuna apparteneva addirittura all’ “elìte” (Giovanna moglie di Cusa, amministratore di Erode: la moglie di un ministro! Lc 8,3).
Non c’è da stupirsi più di tanto, però, di queste belle sortite bergogliane. Fu lui a negare che sia stata Eva a tentare Adamo, dopo essere stata sedotta dal Serpente. Eppure il testo biblico è chiarissimo. Ed è san Paolo a ribadirlo. Il quale poi nega alle donne la facoltà di parlare nelle assemblee, e le vuole sempre velate, come i Talebani. E’ vero che oggi i teologi risolvono queste contraddizioni con le loro letture accomodatizie, distinguendo ciò che è Storia e ciò che è Allegoria, ciò che è contingente e ciò che è eterno. Ma in questo modo si potrebbe far diventare sacro e infallibile ogni testo.
Anche i testi pubblicati su Libertino,”un sito di dubbia moralità”.

Giovanni Tenorio

Giovanni Tenorio

Libertino

Un pensiero riguardo “Perle d’autunno

  • 13 ottobre 2018 in 12:51 pm
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    Sì, ma se invertiamo il sesso metaforico della Chiesa, tutta la sovrabbondante letteratura esegetico-teologica da S.Paolo in poi che la chiama “sposa di Cristo” la dobbiamo rottamare in stile Fahrenheit 451? Vabbè, forse no, correggiamo la “a” in “o”, facciamo un “pacs” o un “dico” temporaneo che tanto prima o poi avremo pure le nozze gay…

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