Tassisti in lotta e Stato monopolista

Fallimento del mercato, anzi del capitalismo (per usare malamente, come di solito si fa, un termine che dovrebbe aver un significato per nulla coincidente col primo)? E ragione di più per continuare a fissare regole coercitive, magari con il consenso, o addirittura sotto la pressione, delle categorie più protette? Pare sia questa, secondo il ministro Delrio, la morale da trarre dallo sciopero dei tassisti che ha sconvolto in questi giorni la vita di Roma. A me pare che la morale sia tutto l’opposto: è successo quel ch’è successo per troppa regolazione. Se il servizio dei tassì non fosse mai stato soggetto a licenze e a una normativa dirigistica, rigidamente controllata dalle autorità comunali, nessuno avrebbe mai potuto protestare contro forme nuove di mobilità offerte da privati a privati. La consorteria dei tassisti è una corporazione non dissimile da quelle che vigevano nelle economie chiuse del passato. Forse solo i “camalli” del porto di Genova le somigliano. Una corporazione detiene un monopolio: barriere all’ingresso ed esclusiva di un servizio limitato a un determinato territorio. Un produttore di polli della Brianza può vendere la sua mercanzia a Taranto, o viceversa. Un terrone di Napoli può andare a lavorare a Milano, o un polentone lombardo può andare a lavorare a Napoli (può capitare: il bergamasco Donizetti fu direttore artistico del San Carlo, come l’apulo-napoletano Riccardo Muti è stato direttore stabile alla Scala). Almeno nel territorio nazionale uno può spostarsi dove vuole a vendere, comprare, intraprendere, lavorare. Fuori, le cose si complicano, e complicate resteranno finché non spariranno quei segni di barbarie (non le chiamò così un anarchico, ma un liberale classico come Luigi Einaudi) che sono le frontiere nazionali: ovverossia fino alla sparizione del territorialismo, che è come dire al crollo dell’idea di Stato. Per i tassisti è diverso. Per loro siamo rimasti ai tempi delle cinte daziarie: se uno voleva vendere i suoi prodotti oltre la cinta, doveva pagare dazio. Sistema di frontiere e di cinte è sistema di sbirri che controllano. Sistema di sbirri che controllano è sistema di Stato, il monopolista per eccellenza: che impone i suoi servizi esclusivi gestendoli in proprio (giustizia, sicurezza, difesa) o appaltandoli a privati. L’esempio più clamoroso di monopolio statale è la scuola: che rimane statale anche quando si dice privata. perché il privato che vuol aprire un istituto scolastico deve adeguarsi alle norme e ai programmi della scuola pubblica, se vuole che i suoi diplomi siano legalmente riconosciuti. Le sovvenzioni alle scuole “private”, che tanto scalpore suscitano fra i cosiddetti “laici”(in realtà adoratori del dio più perverso, lo Stato), sono pagamenti corrisposti ad appaltatori privati del servizio di istruzione pubblica. (E non mi si venga a dire che sono gli utenti a dover pagare l’istruzione “privata”, e profumatamente! Vero: è una sorta di sontuoso “ticket”. Forse non si paga un onere contributivo, sia pure in misura di gran lunga meno rilevante, per analisi cliniche in laboratori pubblici o convenzionati, cioè ancora una volta concessi in appalto?) Siamo fuori d’ogni logica di mercato, in base alla quale ciascuno dovrebbe potere aprire le scuole che vuole, fissando da sé le proprie normative , offrendo i programmi che preferisce, e, se avveduto, tenendo presenti le richieste della clientela (famiglie e studenti). Vi sembra logico che , mentre vanno a ruba libri di saggistica in cui si sostiene la bellezza delle lingue classiche e l’importanza del mondo grecoromano come fondamento della nostra civiltà -non solo umanistica, ma anche tecnico scientifica- quei somari del ministero (avete visto la faccia della ministra dell’istruzione?) perseverino nel relegare in un angolino lo studio di quelle materie, fino a decretarne la prossima sparizione? Intanto, in Cina pare studino il “Corpus Iuris Civilis” di Giustiniano, mentre nella povera Italia si persiste a chiamare midia i media e si crede che tutor e sponsor siano voci celtiche; e nella capitale della cristianità il Sommo Prete blatera un latino da far rizzare i capelli.
Lo Stato difende i tassisti perché il servizio che svolgono è un monopolio di Stato dato in concessione. Giusto chiamare “sciopero” e non “serrata” la loro protesta, perché non sono liberi imprenditori, esposti all’alea del mercato, ma, in un certo senso, pubblici dipendenti, come sono pubblici dipendenti gli insegnanti delle scuole “private” e i medici delle strutture convenzionate. Hanno forse meno privilegi dei dipendenti pubblici propriamente detti (gli insegnanti delle “private” se la passano maluccio rispetto ai loro colleghi delle “pubbliche”; d’altra parte è meglio un tozzo di pane che rimanere digiuni), ma se sono a lavorare nel posto dove sono è grazie alla benignità dello Stato: il mercato c’entra poco o nulla. Un tassista per lavorare deve avere la licenza: può comperarla, a caro prezzo, da uno che va in pensione o decide di cambiare attività, come una volta si comperavano i titoli nobiliari, i “compri onori” di cui parlava Giuseppe Parini. E’ un mercato anche quello, direte voi. Sicuramente, ma non certo libero, perché senza una regolazione pubblica, cioè di Stato, un simile mercato non esisterebbe.
C’è solo da augurarsi che Uber, Ncc e tante altre iniziative che si stanno diffondendo nel campo dei trasporti e della mobilità travolgano come una valanga il regime monopolistico oggi dominante. Le barriere sono destinate a crollare, come il limes dell’Impero Romano fu travolto dall’invasione delle popolazioni germaniche, i cosiddetti barbari. I luddisti hanno sempre fatto una misera fine. Il telaio meccanico ha mandato in soffitta il telaio a mano. Le ferrovie hanno reso obsoleto il vecchio sistema dei postiglioni. Il motore a scoppio ha fatto sparire carrozze e diligenze. Anche il monopolio dei tassisti ha pochi anni davanti a sé.
Nel frattempo, gli sbirri si danno da fare. Gli stessi sbirri che quando vedono uno zingarello chiedere l’elemosina non si preoccupano di accertare se si tratti di sfruttamento di minorenne (“Non rientra nelle nostre competenze”:balle, il pubblico ufficiale che non persegue un reato commette a sua volta reato), gli stessi sbirri che quando chiedi un intervento contro un sopruso hanno sempre “le mani legate”, o “stanno mangiando”, o ti dicono “sono il piantone”, si stanno dimostrando più che mai solerti, nella cosiddetta “capitale morale”, a multare gli autisti Uber. E come gongolano, i capi della Polizia Locale d annunciare pomposamente il numero incredibile di contravvenzioni che riescono a infliggere in una giornata. Gli amanti della “legalità” gongolano a loro volta. Poverini! Amano lo Stato, amano un sistema di monopoli che rende tutti i servizi inefficienti e costosi. Sono contenti che i pubblici oppressori, oltre a impinguarsi con le imposte, si impinguino con i proventi delle sanzioni amministrative. Tutto grasso che cola! Quella che gongola di più è l’ assessora Carmela Rozza. Ve la ricordate? Ai suoi titoli di demerito aggiungiamo anche questo. DON GIOVANNI TENORIO

P.S. Alla protesta dei tassisti pare abbiano aderito anche le associazioni degli ambulanti, che si oppongono alla “direttiva Bolkestein”, quella che liberalizza la circolazione dei servizi nell’ambito del territorio UE, recepita in italia una legge del 2010. Dove si vedono due cose. 1) La barbarie persistente del territorialismo e delle frontiere: perché un idraulico ungherese non deve poter lavorare in Italia? 2) La falsità del credo secondo cui le normative di un’istanza superiore sono sempre più oppressive di quelle decise “democraticamente” a un livello più basso. Viva la direttiva Bolkestein che fa bene ai consumatori e all’economia nel suo complesso, anche se viene dall’aborrita oligarchia europea. Concludo con un cattivo pensiero: chissà se nella futura Repubblica di San Marco un terrone può andare a vendere pizze. Forse sì, a patto che non si usino prodotti del Sud, ma solo pomodori coltivati nelle Venezie, formaggi dei caseifici locali, pesce pescato a poche miglia dalla laguna. Veneto first!!!

Giovanni Tenorio

Giovanni Tenorio

Libertino

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