Don Giovanni

Pier Camillo lo Sbirro

Dio ci guardi dagli anniversari! Ce ne sono due in vista; anzi, uno è già in corso. L’anno venturo si celebrerà il mitico Sessantotto, la rivolta giovanile che forse da qualche parte produsse, tra tanti sconquassi, anche qualcosa di buono (in America si protestava, con ottime ragioni, contro la guerra del Vietnam), mentre nel Bel Paese, dopo un avvio non privo di alcuni intendimenti lodevoli, rimasti subito senza sviluppi, si trasformò ben presto nell’espediente con cui i figli di papà si assicuravano una scuola facile, dispensatrice di titoli a buon mercato dotati di valore legale. Nel nome, è chiaro, del proletariato, che invece da una scuola facile – non più capace di promuovere con una robusta azione culturale l’emancipazione dei ceti più deboli – aveva tutto da perdere. Ascolteremo tante sbrodolate retoriche dei reduci di quell’epopea, oggi acquattati nei posti più lucrosi di quel sistema che dicevano di voler distruggere, in vista d’una libertà che vedevano incarnata in personaggi quali Castro e Mao. Repellenti tanto i modelli quanto chi li proponeva.

E’ già in corso invece la celebrazione di Mani Pulite, la lotta che venticinque anni or sono la Procura della Repubblica di Milano accese e attizzò contro la corruzione del sistema partitico. Non fu niente di buono. Giusto colpire i corrotti, quando vengono scoperti e denunciati. Giusto anche che il potere giudiziario faccia da contrappeso all’esecutivo e al legislativo, secondo la dottrina liberale classica che ha in Montesquieu il suo capostipite (si vedano, in questi giorni, le vicende di Trump alle prese con le Corti avverse al suo decreto anti-immigrati). Sbagliato che tale potere voglia sostituirsi al potere politico per riformare dalle fondamenta l’intero sistema. Invece i Procuratori di Mani Pulite divennero subito eroi, occuparono le prime pagine dei giornali, concessero interviste. Pretesero di rivoltare l’Italia come un calzino, gridarono: “Resistere resistere resistere” quasi fossero in trincea, usarono metodi disinvolti per far “cantare” gli indagati. La presunzione di innocenza diventò di fatto presunzione di colpevolezza. Molti politici, amministratori e imprenditori finirono dietro le sbarre: alla fine, la stragrande maggioranza uscì assolta dai processi, alcuni per la vergogna si tolsero la vita. La carcerazione preventiva divenne il moderno strumento di tortura per estorcere confessioni. Tortura morale, si dirà. No, tortura in senso pieno: finire in galera per essere obbligati a “cantare” è una vera e propria sofferenza fisica, non dissimile da quella un tempo prodotta dagli orridi attrezzi dei boia, contro cui nel Settecento si batterono Verri e Beccaria. Dopo vent’anni pare che la corruzione sia addirittura peggiorata. Bel fallimento della rivoluzione giudiziaria! Era inevitabile. Vistosi preso di mira come un nemico, tutto il sistema dei partiti reagì da nemico. Si è difeso non attraverso radicali riforme, di cui ci sarebbe stato impellente bisogno, ma attraverso espedienti furbeschi, capaci da un lato di simulare un intento moralizzatore, dall’altro di lasciare, di fatto, le cose com’erano. Il solito “cambiare tutto perché tutto rimanga come prima”.

Sarà un caso che proprio mentre si stanno intonando le celebrazioni dell’epopea forcaiola sia stato nominato presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati Pier Camillo Davigo? Ve lo ricordate? Nella squadra dei Sostituti Procuratori milanesi, capeggiata dal coltissimo e furbissimo Franceso Saverio Borrelli, mentre Antonio Di Pietro era il semianalfabeta mandato avanti come un carro armato, Davigo era l’immagine del magistrato garbato ma inflessibile, ferratissimo in campo giuridico, elegante nella loquela e cristallino nella scrittura. Quando Di Pietro si trovava in difficoltà, perché oltre a non saper né parlare né scrivere zoppicava anche nelle materie giuridiche, andava a consultarsi con lui. Ora a Davigo non par vero, in nome delle gloriose memorie nonché in risposta alle perplessità che qualcuno ha avanzato per la nomina di cui è stato insignito, di tornare alla ribalta, apparendo in televisione e concedendo interviste ai quotidiani. Quel che lascia di stucco è il giudizio che dà sull’azione di Mani Pulite. Non una parola di autocritica. Tutto continua ad andare per il peggio nel peggiore dei mondi possibili: su questo, niente da obiettare. Ma la colpa è tutta degli altri. Lo Stato è una gran bella cosa, un Tempio: frodare lo Stato è commettere un sacrilegio. I politici corrotti sono come i preti simoniaci, vendono le cose sacre. La magistratura non sbaglia mai, se qualche innocente finisce in carcere, non è colpa dei Giudici, è l’effetto di un automatismo che non si può fermare. Se i colpevoli vengono assolti, la colpa è della Polizia che fa male le indagini (vero, fa male le indagini, ma la Polizia Giudiziaria non dipende dai Pubblici Ministeri?). In un sistema ben costruito – continua – gli innocenti non finiscono davanti al Giudice, ci finiscono solo i colpevoli. Ergo, chi va sotto processo è colpevole, anche se viene assolto grazie alle indagini mal fatte, alle astuzie avvocatesche e ai cavilli del Codice di Procedura Penale. Presunzione di colpevolezza, alla faccia della Costituzione e in conformità all’ideologia giustizialista di Mani Pulite. La responsabilità civile dei Giudici? Un abominio. Sono gli unici, i Magistrati, a non dover rispondere. I medici sì, se ammazzano un paziente, i Giudici no, se condannano un innocente. Si può essere responsabili di un meccanismo automatico, di cui non si ha il controllo? No! Tant’è vero -dico io- che i Pubblici Ministeri che chiesero, e ottennero, la condanna di Enzo Tortora sono stati addirittura premiati con un avanzamento di carriera, dopo che l’innocenza del condannato è stata riconosciuta. Riconosciuta perché mal fatte le indagini? O erano mal costruite le prove che avevano portato alla condanna? Chi, se non i Magistrati dell’accusa, aveva vagliato le testimonianze, ascoltato le deposizioni? Chi non s’era accorto che il Tortora segnato sull’agenda di un delinquente era soltanto un omonimo? E che dire di quel poveretto rimasto in carcere 22 anni, che per una sentenza della Magistratura-per fortuna appellabile- è ritenuto non meritevole del risarcimento pecuniario erogato dallo Stato (senza possibilità di rivalsa su chi ha commesso l’errore) perché il suo comportamento nel corso del processo avrebbe contribuito alla formazione d’un giudizio di colpevolezza di là da ogni ragionevole dubbio? Anche lui sarà un falso innocente? S’è fatto 22 anni di carcere perché più stupido degli altri?

E’ inaudito! Davigo ha sempre avuto la mentalità dello sbirro. Che è un po’ la mentalità dei Procuratori. E’ vero che, secondo la legge, il Pubblico Ministero è tenuto anche a vagliare le prove d’innocenza e, se del caso, a farle valere davanti al Giudice (capitò a Indro Montanelli in un processo per diffamazione, in cui fu il P.M. a chiedere l’assoluzione), ma è circostanza assai rara. Nei sistemi anglosassoni l’Attorney General non è un magistrato, ma un superpoliziotto. In italia invece i Procuratori sono magistrati, che possono passare tranquillamente dalla funzione di pubblici accusatori a quella di giudici. Davigo ha fatto così: Prima Sostituto Procuratore a Milano, ora Presidente della II sezione Penale della Corte di Cassazione. Come può chi ha sempre fatto lo sbirro diventare giudice, chi ha sempre rivestito la funzione di parte processuale diventare un soggetto super partes? Un boia non potrà mai perdere il gusto di veder stringersi il cappio intorno al collo del condannato.
Due sono le anomalie del sistema giudiziario italico. Una è l’obbligatorietà dell’azione penale, l’altra la carriera unica di Procuratori e Giudici. Questa seconda anomalia è la peggiore. Aveva ragione Giuliano Ferrara a dire che Procuratori e Giudici non solo dovrebbero avere carriere diverse, ma lavorare in palazzi diversi e darsi del “Lei”. Ora invece vediamo uno che per buona parte della sua carriera ha fatto lo sbirro diventare presidente dell’associazione dei magistrati: un’associazione di cani e gatti che ha per presidente un cane. Un cane dall’illustre pedigree, sia ben chiaro, ma pur sempre un cane.

Separazione delle carriere? Palazzi diversi? Darsi del “Lei”? Ma dove vivi, Giulianone? L’italia è il Paese in cui, se un cittadino fa ricorso al Giudice di Pace contro una sanzione inflittagli dalla Polizia Locale, arriva in tribunale per l’udienza e che cosa vede? Che Giudice e Capo della Polizia sono intenti a un confidenziale colloquio; e poi, per colmo della beffa, sarà proprio il Capo della Polizia – che dovrebbe essere seduto sulla panca accanto al ricorrente, in attesa d’esser chiamati tutt’e due da un usciere – a invitare la controparte ad accomodarsi nello studio del Giudice, per dare inizio all’azione processuale. Alla faccia della terzietà del Giudice.

Giovanni Tenorio

Libertino