Don Giovanni

Fasti e nefasti del “capitalismo” italico

Cari amici, non è per la benevolenza del macellaio che io posso avere la carne desiderata: lui me la vende perché trae vantaggio dal prezzo che io sono disposto a pagargli, io traggo vantaggio dal servizio che lui mi offre. Questo lo dice Adam Smith, e penso che nessuno possa metterlo in dubbio. Può però capitare che il macellaio sia un disonesto e mi venda per buona carne avariata. In questo caso io vengo danneggiato, ma posso costringere il truffatore a rispondere della frode e a risarcirmi; inoltre, se continua con le sue malefatte, frodando altri malcapitati, si farà una pessima fama, perderà tutti i clienti e dovrà chiudere bottega. Il mercato libero, laddove la trasparenza sia cristallina e la sanzione per chi sgarra severa, è quindi una garanzia di onestà, perché il disonesto non può resistere a lungo senza finire alla gogna. Utopia? Senza dubbio. Un mercato così forse non esisterà mai; si può tentare però di propiziarne una discreta approssimazione. Il primo passo è quello di abolire lo Stato. Molti di voi a queste parole salteranno sulla sedia . Come? Non ci hanno forse insegnato che è lo Stato a garantire trasparenza, giustizia, libertà? Balle, signori miei. Lo Stato è un gruppo di parassiti che si fanno chiamare così per darsi un blasone di nobiltà, mentre il loro vero scopo è quello di succhiare le risorse delle classi produttive a proprio vantaggio. Quando interviene in ambito economico, altera la funzionalità del mercato, di solito ai danni dei consumatori. I produttori più agguerriti di solito fanno combutta coi parassiti, perché hanno anche loro tutto da guadagnare. Quelli più deboli vengono schiacciati. I consumatori ricevono il danno e le beffe. Pensate a quel che capitò nell’Italia post-unitaria dopo l’avvento della Sinistra storica. Privo di carbone e di materie prime, il Bel Paese non aveva una vocazione all’industria pesante. Sembrava fatto apposta per un’industria manifatturiera al Nord e un’industria alimentare al Sud, legata a un’agricoltura di qualità. Però qualche bello spirito cominciò a insinuare che senza un’industria pesante non ci si potevano procurare armamenti moderni per una politica di potenza. Per garantire la sopravvivenza dell’industria pesante erano però necessari forti dazi doganali. Formaggio sui maccheroni per i poteri forti al Nord e al Sud, ben rappresentati in Parlamento. Di qui il patto scellerato fra grandi industriali del Nord e latifondisti cerealicoli del Sud. Introdotti i dazi per gli uni e per gli altri, da una parte veniva messa in difficoltà l’industria manifatturiera, che doveva approvvigionarsi di prodotti semilavorati a un prezzo più alto di quello concorrenziale, e dall’altro la coltura di prodotti di qualità, che si vedeva sbarrata la strada dell’esportazione a causa dei dazi  imposti per ritorsione dai Paesi esteri a protezione delle proprie derrate agricole. I più buggerati furono i consumatori: i prodotti finali dell’industria manifatturiera venivano a costare di più e il pane, dato l’alto costo della farina di produzione nazionale, veniva venduto a caro prezzo. La rivolta milanese di fine secolo, barbaramente domata da Bava Beccaris a suon di cannonate, scaturì, almeno in parte, da questa politica delinquenziale.

Vi è mai capitato, a Taranto, di entrare nel quartiere dove hanno sede gli stabilimenti del l’ILVA? Sembra di entrare in una bolgia infernale. In un teatro naturale splendido, dove gli antichi Greci fondarono alcune delle loro più gloriose colonie, adorne di sontuosi monumenti, si è avuto il coraggio di perpetrare un simile scempio. Acciaierie, industrie strategiche, non se ne può fare a meno! Sentite che cosa diceva, più di un secolo fa, a proposito di un “Consorzio” di imprese siderurgiche, fatto apposta per tener alti i prezzi e guidato proprio dai dirigenti dell’ILVA, il giovane e combattivo Luigi Einaudi: “Sia che lo si voglia chiamare, in quell’italiano del trecento che il nazionalismo purista dei siderurgici affetta di prediligere, “consorzio” od “accordo”, sia che lo si voglia intitolare, in barbara lingua economica “trust” o “cartello” o”sindacato”, la sostanza non muta. Sarà pan bagnato invece che zuppa, ma della sostituzione i consumatori italiani e specie le industrie meccaniche (le quali stanno a guardare, come se la cosa non le interessasse, né sanno organizzarsi per opporre difesa energica ad offesa grave e imminente) non avranno ad essere gran fatto lieti”.* Non si poteva dir meglio.

Questa è la grande industria italica delle origini, signori miei. In combutta con lo Stato e le grandi banche, a loro volta ammanicate col potere politico. Da allora in poi l’associazione degli industriali avrebbe sempre appoggiato i governi in carica, scambiando appoggi con favori. Non è vero, come vuole una rozza vulgata marxista, che il Fascismo sia nato da un complotto del grande capitale per salvarsi dall’imminente rivoluzione proletaria. Gli industriali stettero a guardare da che parte tirava il vento: Quando Mussolini fu ben saldo in sella, gli si inginocchiarono ai piedi, perché ormai lo Stato era lui. Così fecero nel dopoguerra con il potere democristiano, e poi con i governi di centro-sinistra, una volta appurato che avevano tutto da guadagnarci anche da quelli, col solito gioco di scambio, alla faccia della “moderna economia di mercato” propugnata dall’ingessato PLI del candido Giovanni Malagodi. Si fosse avverato l’avvento di un comunismo italico propiziato dalle sinistre cattoliche, gli industriali avrebbero trovato modo di ammanicarsi anche con quello, nel poco o tanto spazio di libertà imprenditoriale che fosse rimasto.
Vi stupite che il neo-eletto presidente della Confindustria vada a nozze col governo Renzi? In cambio dell’appoggio spera di ottenere una detassazione dei redditi di lavoro e di impresa a discapito dei patrimoni e dei consumi. Furbo, ma non intelligente, proprio come il suo compare. Tassare i consumi e le rendite patrimoniali vuol dire ridurre la capacità di spesa. Ma se la capacità di spesa si riduce, i prodotti dell’industria rimangono invenduti, e la crisi, anziché risolversi, si avvita su se stessa. Forse questi signori credono, frastornati  e sviati come sono dalle fandonie degli “esperti” di economia, che l’aumento dell’IVA farà crescere il livello dei prezzi, quello che impropriamente viene chiamato inflazione; e se questa fantomatica inflazione arriverà al 2%, favorita anche dal rincaro del petrolio e delle materie prime, la ripresa partirà come un razzo. Pura follia. Un Boccia da bocciare. Ma non tutto il male vien per nuocere. Con un presidente così, un macigno in più sulla testa del ducetto di Rignano ormai avviato al suo tristo destino.
Gli ultimi fasti del pulcinellesco capitalismo italico riguardano le società elettriche. Avete udito? Invece di unirsi per rifiutare l’efferata legge che imputa il pagamento del canone radiotelevisivo alla fatturazione dei consumi di elettricità, per accaparrarsi nuova clientela, rubandosela a vicenda, propongono di restituire agli utenti la quota corrispondente all’ammontare del balzello. Non cadete nel tranello, amici miei, nessuno regala nulla! Siamo in presenza di un’ ennesima truffa. I casi sono tre:  le società elettriche possono farlo o perché finora hanno lucrato una rendita, in un sistema solo in apparenza concorrenziale, di fatto cartellizzato; o perché sottobanco hanno ottenuto qualche favore dal governo, traducibile in moneta, in cambio della rinuncia a contrastare la legge portandola davanti alla Corte Costituzionale; o perché quel che fingono di restituire oggi riacchiapperanno domani, attraverso aumenti più o meno mascherati. Forse le tre ipotesi, più che alternative, sono concorrenti. A leggere bene le  proposte di lorsignori, si capisce che la restituzione riguarda solo l’anno in corso, poi si vedrà. Non abboccate, amici miei! “Timeo Danaos et dona ferentis”, temo i Greci anche quando offrono doni, dice Laocoonte, nell’ “Eneide” virgiliana, davanti al Cavallo di Troia. Attenti, i nostri Greci sono le società elettriche, e il Cavallo di Troia è la loro offerta da troie. Alla larga. Ve l’ho suggerito io il modo di non pagare il canone e portare la legge davanti ai giudici della Consulta. Chi non lo fa, si comporta da schiavo, ed è contento di esserlo.
* LUIGI EINAUDI, Ancora i siderurgici in “La Riforma Sociale”, marzo-aprile 1911, pp. 211-218, ora in LUIGI EINAUDI, Contro i trivellatori di Stato, a cura di Roberto Ricciuti, IBL Libri, Torino 2016.

Giovanni Tenorio

Libertino

2 pensieri riguardo “Fasti e nefasti del “capitalismo” italico

  • Alessandro Colla

    “Si fosse avverato l’avvento di un comunismo italico propiziato dalle sinistre cattoliche, gli industriali avrebbero trovato modo di ammanicarsi anche con quello”. Lo hanno fatto. Nel 1976 il proprietario della casa automobilistica Innocenti, De Tomaso, benedisse il compromesso storico perché “la DC ha fatto male tante cose ma ne ha fatta una buona: ha reso democratici i comunisti”.
    Sulla RAI in bolletta la vedo brutta. Non per il fatto in sé o per le eventuali difficoltà di reagire ricorrendo alla Consulta. Ma perché costituisce un precedente pericoloso, forse l’ultimo. Come liberarsi del tiranno? Votando? Inutile, non ci sono all’orizzonte liste antitiranno. Non votando? Inutile, è sufficiente presentare liste per vincere anche a zero voti: tutti eletti fino a compiuta capienza. Andando a votare ma lasciando la scheda bianca o annullandola? Inutile per lo stesso precedente motivo? Lotta armata? Si perde, le armi ce le hanno loro. L’unica possibilità era proprio la rivolta fiscale. Ma se anche tutti rifiutassero di versare l’imposta sul reddito e quella sul valore aggiunto, approfitteranno di questo precedente RAI. Per colmare le mancate entrate, decuplicheranno l’imposta sul valore aggiunto nelle utenze domestiche. A parte il fatto che molti gestori sono pubblici, come potrebbero fare anche gli eventuali privati in un mercaco energetico di fatto non libero? E sull’acqua, di fatto tutta in mano pubblica? Siamo come i protagonisti di Exodus di Leon Uris. Ce la faremo a sacrificare la vita dei nostri figli, lasciandoli morire di sete e di malattie per perseguire la libertà?

  • “Diventare democratici” è anche peggio di “essere comunisti”!

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