I misfatti della Polizia Locale

Cari amici, penso che solo un bambino potrebbe ritenere un vantaggio avere, che so, cento braccia, invece di due. L’avete presente il mitico Centimano Briareo? Cinquanta teste, se ricordo bene, e cento braccia! Terribile e imbattibile. Nella fiaba, però. Ve lo immaginate un uomo con cento braccia? Come riuscirebbe a coordinarle? Ne uscirebbe una gran confusione, le braccia si intreccerebbero l’una con l’altra fino ad annodarsi inestricabilmente. E’ già difficile coordinarne due, di braccia! Io invidio i pianisti, che lo sanno fare con estrema maestria, e ancor più gli organisti, che sanno coordinare braccia e piedi. Io sono sempre stato un grande spadaccino perché per tirar di spada, tutto sommato, basta un braccio solo. Fu così che infilzai il Commendatore.
Proprio per questi motivi che ora ho cercato di spiegarvi non capisco proprio come sia possibile che, in Italia, il cervello torpido e arrugginito delle istituzioni pubbliche riesca a coordinare ben sette o otto polizie. Sette o otto non sono cento come le braccia di Briareo, però ce n’è abbastanza perché si intralcino a vicenda e magari si sparino tra di loro, come qualche volta in passato è avvenuto. Una volta il problema fu posto ad Antonio Martino, che fra tutti gli uomini politici italici è uno dei più intelligenti e arguti, dotato com’è d’un raro senso dell’ironia, rivolta spesso anche a se stesso. Rispose che a lui tante polizie andavano benissimo, perché da liberale non poteva che essere favorevole alla concorrenza. Era chiaro che scherzava. Si potrebbe parlare di concorrenza tra agenzie di sicurezza indipendenti in un sistema anarchico come quello che piace a me, dove ciascuna agenzia, per non perdere clienti, dovrebbe cercare di essere il più possibile efficiente. E anche in quel caso qualche problemino potrebbe nascere; potrebbe capitare anche lì che gli agenti di una società sparino per sbaglio contro quelli di un’altra. Ma un po’ di disordine -disse una volta Rothbard in un’intervista, proprio a questo proposito – è tollerabile in cambio della libertà. In un sistema statale, invece, più polizie possono soltanto far confusione, a scapito sia dell’efficienza sia della libertà. Come può lo Stato far concorrenza a se stesso, tanto più che il monopolio della violenza è uno dei suoi caratteri più qualificanti? Se la sicurezza di Stato non mi garba, posso tutt’al più rivolgermi a una polizia privata, che però sarà tenuta a rispettare limiti molto rigorosi proprio per non scalfire il monopolio suddetto. Oppure posso rivolgermi alla Mafia, che nel controllo del territorio è efficientissima. Dove la Mafia domina, la microcriminalità è sconosciuta. In un certo senso, Stato e Mafia tacitamente si sono divisi i compiti. Sono due agenzie monopolistiche che hanno formato un cartello.

L’ultima delle polizie, una volta era quella dei vigili urbani. Spesso tra le loro file finivano i più tonti del paese, quelli che a scuola sedevano nei banchi degli asini.Mettendosi addosso una divisa, si sentivano importanti.Si arruolavano proprio per sentirsi superiori. Non come il povero Nemorino dell'”Elisir dì’amore” donizettiano, che, poveretto, è un po’ ingenuo, ma stupido del tutto non è, e se si arruola fra i granatieri del sergente Belcore lo fa solo perché è innamorato, e ha bisogno di denaro per comperare il miracoloso elisire con cui potrà sciogliere il cuore dell’amata. No, il vigile faceva il vigile perché gli piaceva la divisa e quel che la divisa significava in termini di autorità. Però, diciamo il vero, spesso i vigili erano anche simpatici. Tutto quel che potevano farvi era appiopparvi una bella multa per divieto di sosta o perché andavate in due su un motorino. Ma che tenerezza vederli mentre amorosamente facevano attraversare la strada ai vostri figlioletti davanti al portone della scuola, per proteggerli dai pericoli del traffico! Ci fu addirittura un periodo in cui, almeno nelle città del Nord, gli automobilisti sotto le feste natalizie deponevano ai piedi dei vigili, durante il servizio, fior di panettoni. Incredibile, vero? Erano i tempi in cui Berta filava… Poi è arrivata la Legge Bassanini, quella che sulla scia del verbo “federalista”, diffuso come un germe dalla Lega fino a contagiare anche le menti più robuste, ha inteso delegare alle regioni una gran quantità di mansioni, prima di pertinenza del potere centrale. Bel pateracchio, soprattutto per quelle mansioni che, sì, in parte diventavano regionali, ma in parte rimanevano sotto il controllo dello Stato. Gran confusione sotto la volta del cielo, ma non è questo il punto che qui ci interessa. Ci interessa invece quella clausola che consentiva ai Consigli Comunali di decidere se dotare o no i vigili urbani, nel frattempo diventati “Polizia Locale” in base a una legge del 1986, di armi. Ormai il gioco era fatto. I vecchi vigili diventavano una polizia come le altre, sotto tutti gli aspetti. Peccato che la loro preparazione e la loro professionalità fosse di gran lunga inferiore. E tale è rimasta. Così è capitato che qualche vigile usasse le armi di cui era dotato con troppa disinvoltura. O che qualcuno da un lato interpretasse la legge con il massimo rigore verso qualche sprovveduto povero cristo, ma poi si tappasse occhi e orecchie davanti a veri e propri reati, che sarebbe stato suo dovere segnalare all’autorità giudiziaria. C’è un bimbo che che importuna i passanti facendo accattonaggio? Qualcuno glielo segnala? Non è un caso di sfruttamento di minorenne? Non potrebbe essere vittima, quel bimbo, di un’organizzazione criminale? “Non possiamo fare niente, abbiamo le mani legate”. Però non hanno le mani legate quando, in piena notte, sbucano all’improvviso su un viale periferico di rapido scorrimento agitando la paletta; e quando il malcapitato conducente si ferma con un po’ di titubanza, perché li ha visti all’ultimo momento, dopo aver verificato che ha tutti i documenti in ordine, gli chiedono se ha bevuto e gli ficcano sotto le labbra un etilometro, invitandolo a soffiarci dentro, senza averlo prima informato, in base alla legge, che avrebbe il diritto di farsi assistere da un avvocato. Quando poi accertano che è sobrio, neanche gli chiedono scusa dell’ingiusto sospetto. La Legge non ammette ignoranza, ripetono spesso i signori vigili agli utenti della strada, ma sono i primi a ignorarla. Anche se alcuni di loro, e in particolare i comandanti, sono laureati in Legge. Hanno accattato la laurea in quelle università da barzelletta che sono sorte come funghi nel Bel Paese: dove non sono gli studenti a raggiungere i campus, ma sono i campus a sistemarsi presso gli usci degli studenti perché, poveretti, non siano obbligati a lasciare mammina per trasferirsi magari a cinquanta chilometri di distanza…
Tra le polizie locali alligna spesso e volentieri la corruzione. Non lo dico io, lo ha detto e ripetuto uno studioso insospettabile, ligio alle istituzioni della Repubblica, come Ernesto Galli della Loggia, non un scavezzacollo anarchico come me. Capita così che in una medesima località una strada dove abita un alto papavero locale sia sempre piena di auto in divieto di sosta, mentre in altre strade il rigore è spietato. Sono poi talmente carichi di lavoro, i signori vigili, che per infliggere le sacrosante sanzioni ai reprobi devono ricorrere ai cosiddetti “ausiliari della sosta”. Chi sono costoro? Una categoria di sfigati che non sono pubblici ufficiali, ma possono multarti per divieto di sosta con gli stessi poteri dei pubblici ufficiali. Intanto i pubblici ufficiali sono in caserma a grattarsi la pancia. Una bella invenzione davvero. Un metodo ingegnoso per risolvere il problema della disoccupazione. Al più asino della classe facciamo fare il vigile, all’analfabeta “inaddestrabile” – come si diceva una volta nel gergo della leva militare – facciamo fare l’ausiliare della sosta.
Ormai la Polizia Locale non fa più neanche il servizio davanti alle scuole. Roba d’altri tempi. Preferiscono mandarci i volontari della Protezione Civile. Poveri pensionati che così alleviano la noia, rendendosi utili alla collettività. Questo sì che è buon cuore!

Leggo su un quotidiano online che, recentemente, è accaduto un episodio che, se ce ne fosse bisogno, dimostrerebbe quanto siano vere, e non calunniose, tutte le affermazioni sopra espresse.Il proprietario di un’auto parcheggiata in un’area consentita viene multato perché il veicolo, al fine di preservarlo dai danni delle intemperie e della salsedine, è stato ricoperto con un telo. Non si vede la targa! Però per apporre al lunotto la notifica della sanzione il signor agente deve aver sollevato il telo, e letto la targa; che tra l’altro è riportata sulla notifica. Come si può quindi affermare che non era visibile? Non bisogna aver studiato la logica di Aristotele per capire che qui siamo di fronte a una patente contraddizione! E poi: l’articolo del Codice della Strada cui si fa riferimento nella motivazione è il 102, comma 7, che parla di circolazione di veicoli con targa coperta, non di parcheggio! Quel signor agente o è in malafede o è stupido; e non è detto che l’una cosa escluda l’altra. Un suo collega, interrogato in proposito, ha risposto che la Polizia Locale è dovuta intervenire dietro segnalazione. Chissà perché in questi casi non hanno mai “le mani legate”. Alla domanda:”Ma se scrivo sopra il telo, in posizione ben visibile, il numero della targa, son in regola o no?”, la risposta è:”Non lo so”. Alla quale bisognerebbe replicare: “La Legge non ammette ignoranza, soprattutto da parte di chi dovrebbe farla rispettare”. Sarebbe interessante sapere dove il comandante di quella bella combriccola ha sgraffignato la laurea in Giurisprudenza, se la possiede; in quale mai sottobosco universitario. Forse quello in cui il bifolco di Montenero di Bisaccia insegnava, non saprei dire in che lingua, “Etica degli affari”.
A proposito, che fine ha fatto, quel bel tomo? E’ tornato alla zappa? E dire che aveva avuto  anche il coraggio di scrivere, o meglio di farsi scrivere, un testo di Educazione Civica per le scuole. Cose che non hanno bisogno di essere verisimili, direbbe Pirandello, perché sono vere.

Giovanni Tenorio

Giovanni Tenorio

Libertino

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