“Pagare le tasse è giusto”: parola di pigliainculo.

Cari amici, spesso ci capita di svolgere ragionamenti che in sé parrebbero impeccabili, ma partono da presupposti svianti: basterebbe rifletterci un momento, e ogni nostro sfoggio di logica argomentativa si affloscerebbe miseramente. E’ chiaro che se non mettiamo in dubbio la legittimità della schiavitù, comprare e vendere esseri umani per assoggettarli a ogni nostro volere diventa lecito, e può anche essere economicamente conveniente: se non ci sono più schiavi chi raccoglie il cotone? Così si ragionava negli Stati del Sud al tempo della guerra di Secessione. Se le donne non hanno un’anima, è giusto relegarle a funzioni biologiche e a lavori di basso rango. Se gli ebrei non sono esseri umani e in più, con le loro perfide manovre capitalistiche, danneggiano il prossimo, è giusto eliminarli, magari nelle camere a gas. Se il papa quando parla è ispirato dallo Spirito Santo, tutte le corbellerie che va dicendo devono essere prese per oro colato. Consequenziale, molto consequenziale, non è vero? Peccato che la schiavitù sia, insieme con la guerra, una delle più grandi infamie partorite dal legno storto dell’umanità;che le donne abbiano un’anima di gran lunga più sensibile e raffinata di quella dei maschietti, i quali forse sono più lineari ma anche più rozzi; che gli ebrei abbiano dato al mondo alcuni dei geni più grandi in tutti i campi della cultura umanistica e scientifica; che lo Spirito Santo abbia ben altro da fare che parlare all’orecchio del papa, anche quando è seduto sulla cattedra dove Pietro non è mai stato seduto.
Le tasse sono un dovere, quindi è giusto pagarle. E se il giusto è bello, per la proprietà transitiva pagare le tasse è bello. E’ addirittura matematico. Così pensava, saltando i passaggi intermedi e giungendo direttamente alla conclusione, la buon’anima d’un grande economista passato a miglior vita. In pace requiescat. Dicono che non bisogna parlar male dei morti, e non voglio parlar male di lui (però anche questo è un assioma contestabile. Hitler è morto: dobbiamo parlarne bene?). Perché le tasse sono un dovere? Bisogna dimostrarlo. Immediata la risposta  di chi si ritiene buon cittadino, mentre ha conservato la mentalità del suddito. Lo Stato ti protegge – si dice-  e ti offre un gran numero di benefici: quindi è giusto che tu ne paghi il corrispettivo, come fai con qualsiasi altro soggetto con cui hai contrattato una fornitura di beni e servizi. Sì, ma in quale momento io ho mai sottoscritto un contratto con lo Stato? E allorché, per essere protetto, vado dai carabinieri e mi sento dire che non possono far niente per me perché hanno le mai legate, ho forse la facoltà di disdire il contratto con le forze di polizia dello Stato per rivolgermi a un’altra agenzia di sicurezza? E se io freddo con un colpo di pistola un ladro che minacciava di sparare per primo, e mi vedo accusato di eccesso di legittima difesa, posso forse ricusare la giurisdizione del tribunale che mi deve giudicare in nome del popolo sovrano , e affidarmi a un altro collegio arbitrale? E se voglio rinunciare alla sanità pubblica, con i corrispondenti balzelli, per  pagarmi interamente la mia sanità privata, sborsando di volta in volta il denaro necessario alle cure e ai ricoveri, o sottoscrivendo un’assicurazione con una compagnia che ritengo affidabile, perché mi viene impedito? E se voglio educare ed istruire i miei figli lontano dalla scuola pubblica e parapubblica, attraverso precettori privati, rinunciando a cartacce dotate di valore legale, per qual motivo sono considerato un fuorilegge? Non puoi -si risponde- perché, alla nascita, diventi cittadino di uno Stato, e a quello Stato diventi soggetto. No! Divento perché mi costringono a diventare: mi assoggettano, appunto, cioè mi fanno diventare suddito. Ma se lo Stato è democratico -si ribatte- è  volontà del popolo, quindi anche tua, assoggettarsi alle sue leggi. Vogliamo scherzare? Questo è un giocare con le parole. Appena nasco, non ho alcuna volontà, non posso scegliere nulla, devo accettare quello che mi viene propinato. E la prima cosa che mi incidono sulla pelle è il codice fiscale. Le tasse, innanzitutto!  La Mafia è molto più onesta: non si pretende democratica, si impone con la forza perché non riconosce altro diritto che quello della forza. Chiama pizzi e tangenti quelle che lo Stato, ipocritamente, chiama esazioni fiscali. Offre servizi, controlla il territorio, ha le sue norme e le sue procedure giudiziarie, nonché il suo braccio esecutivo. Qualcuno dice: non importa che le tasse siano alte o basse, sono disposto a pagare anche tasse elevate, purché lo Stato garantisca l’ordine ed eroghi servizi di qualità. Ebbene, la Mafia garantisce l’ordine ed eroga servizi di qualità, pretendendo compensi di gran lunga più miti. E allora, qual è la differenza? Ma la Mafia è illegittima! E quale Stato è legittimo? Quello che una monarchia ciabattona, grazie all’intelligenza di un primo ministro che non si meritava, ha fondato con la forza delle armi invadendo territori altrui, fra l’entusiasmo d’un pugno di illusi, l’ostilità di molti e l’indifferenza dei più? Ma allora i plebisciti? Non ne sono stati una legittimazione? Rileggetevi il “Gattopardo”, poi ne riparliamo.
Fra le scemenze che abbiamo sentito proclamare in questi giorni spicca l’affermazione di Bersani, lo pseudo-liberalizzatore delle lenzuolate,  col cuore fra le file del Quarto Stato (avete presente il brutto quadro di Pellizza da Volpedo?), fatta propria da un professore della Bocconi, l’Università dei padroni, come si diceva una volta. Non far pagare l’IMU a chi possiede un castello -dicono costoro- è immorale. Ma dove vivono questi signori? Oggi ereditare un castello o una villa del passato è un’autentica disgrazia. Si è sottoposti ai vincoli delle Soprintendeze, si è tenuti alla manutenzione e al restauro, si devono affrontare spese enormi. Vendere è pressoché impossibile: chi vuol comprarsi un debito? Lo Stato si guarda bene dall’accettarli a titolo di donazione. Giusto tassare questi poveri disgraziati? Poi ci lamentiamo se il patrimonio artistico va in malora? A chi conserva a sue spese un castello e magari ne concede la visita al pubblico, dietro pagamento, bisognerebbe far ponti d’oro, altro che stangate fiscali.
Pagare tutti per pagare meno, dice la Sabina Guzzanti, ripetendo un luogo comune che fior di studi hanno dimostrato falso. Se aumenta il gettito, aumentano spese e sprechi. L’evasione, quindi, è un atto meritorio se, riducendo le entrate dello Stato, ne limita anche le spese pazze. E’ stato Milton Friedman a dire che in Italia si va avanti grazie a evasione e lavoro nero, altrimenti si chiude.  Ma Friedman è un liberista selvaggio! A parte il fatto che non è vero (è un fautore del monopolio monetario in capo alle banche centrali), che razza di confutazione è codesta? Sarebbe come dire: “The importance of being Earnest” è una bruttissima commedia! Perché mai? Perché Oscar Wilde era un culattone. Già, ma sappiamo che testa ha la Sabina Guzzanti. E’ quella dei complotti. Ricordate? Arrivò a dire che la moria degli ulivi in Puglia era opera delle multinazionali che volevano imporre i prodotti OGM. Sapete che va blaterando adesso? Che nel dopoguerra si è costruito uno Stato assistenziale meraviglioso, con servizi e provvidenze per tutti, in cambio di una tassazione elevata ma giusta. Poi i ricchi hanno cospirato per distruggere tutto, coi risultati che abbiamno sotto gli occhi. Quindi il tracollo del socialismo democratico, che si sta dipanando sotto i nostri occhi dopo quello del socialismo sovietico, sarebbe il frutto d’una congiura. Alla Sabina non passa neppur per l’anticamera del cervello che per costruire il suo paradiso, dove si moltiplicano miracolosamente pani e pesci, ci si è indebitati fino al coillo, scaricando sui figli i debiti dei padri. E neppure immagimna che dietro gli ultimi tracolli finanziari ci siano le banche centrali col loro monopolio della moneta, stampata in quantità esorbitante in combutta con una politica che spaccia per bene comune gli interessi clientelari delle oligarchie governanti. M neppure questo, a ben vedere, è un complotto. Purtroppo molti di questi signori, i cosiddetti Servitori dello Stato, sono in buona fede, il che li rende ancor più pericolosi. I pasticcioni fanno più danni dei delinquenti, che di solito ragionano in modo consequenziale, senza partire da assiomi assurdi, e sono quindi più prevedibili: con un po’ di acume si possono sgominare. Gli stupidi, purtroppo, possono impunemente continuare a far danni. Andate a rivedere il gustoso libello “Allegro ma non troppo” di Carlo Cipolla. Vi si distinguono  quattro categorie di persone, secondo i parametri dell’onestà e dell’intelligenza. L’onesto intelligente fa del bene alla società, l’onesto stupido fa invece più danni del disonesto intelligente, oltre che  del disonesto stupido.
Permettetemi di concludere ritornando un momento a chi ripete che pagare le tasse è bellissimo. Come catalogare, secondo lo schema di Cipolla, quella buon’anima di economista che per primo pronunciò la grande massima? Senz’altro fra i disonesti intelligenti. Come Gran Servitore dello Stato, di fatto non pagava tasse (le tasse pagate su un emolumento elargito dall’ente tassatore sono una partita di giro, per non dire una finzione). Aveva interesse invece a indurre i sudditi a sentirsi onorati di pagare quelle tasse da cui si ritagliavano anche le  succose prebende sue e degli altri parassiti pubblici come lui. Per catalogare invece gli allocchi che ripetono con sussiego la sua massima, mi rifaccio allo schema di don Mariano Arena (personaggio del “Giorno della civetta” di Leonardo Sciascia), che distingue cinque categorie: gli ommini, i mezzi ommini, gli omminicchi, i pigliainculo e i quaquaraquà. Secondo tale schema l’economista buon’anima fa parte degli ommini (era ben consapevole della sua machiavellica menzogna); chi si lamenta delle tasse e non si ribella per neghittosità, dei mezzi ommini; chi si lamenta e non si ribella per paura, degli omminicchi . Infine, chi si dice d’accordo col bel concetto, appartiene a una categoria ch’è la fusione delle ultime due: è un quaquaraquà che gode di prenderlo nel culo.
Giovanni Tenorio

Giovanni Tenorio

Libertino