Il grande baraccone anticapitalista

Sta chiudendo, se Dio vuole, il Grande Baraccone milanese: tempo poco più di un mese, e ce ne saremo liberati. Rimangono purtroppo strascichi e veleni: quell’orribile struttura metallica che nasconde la Torre del Filarete in Piazza Castello, come se non bastasse, a pochi passi, l’orribile Piazzale Cadorna a suo tempo ristrutturato da Gae Aulenti e insozzato dall’ “Ago e filo ” di Claes Oldenburg, i padiglioni dell’esposizione destinati, finita la festa, a non si sa bene quali progetti futuri, col rischio di restare inutilizzati per decenni fino a sgretolarsi e diventare ruderi; il regalino che nell’occasione un illustre architetto di fama mondiale ha voluto offrire a una città provinciale del circondario – provinciale in senso proprio (capoluogo di provincia) e in senso deteriore (di corte vedute) – , regalino che, a quanto pare, altre città europee avevano, in un recente passato, respinto; gli spettacoli offerti per contorno dal Teatro alla Scala ormai in mano all’onnipotente Pereira, dalla brutta “Tosca” con l’inutile finale di Luciano Berio al risibile “Elisir d’amore” ambientato alla Malpensa, per non parlare del noiosissimo “CO2” di Battistelli.Tra i veleni, un certo modo reazionario di ragionare che s’è andato fortificando in questi mesi grazie all’ideologia antimoderna posta alla base dell’esposizione stessa: il rifiuto aprioristico degli OGM in agricoltura, intesi come orridi marchingegni d’un capitalismo egoistico e rapace. Anche se poi, paradossalmente, fra i finanziatori del grande evento ci sono proprio i rappresentanti di quelle multinazionali che offrono sì pasti a buon mercato, ma di bassa qualità. Anticapitalismo mal posto, puntato contro bersagli sbagliati e messo a tacere davanti a soggetti più meritevoli di critica: ma, si sa, “pecunia non olet…”
Ecco allora che, qualche giorno fa, compare sul “Corriere della sera” una lettera in bella evidenza di Fabio Brescacin, presidente di EcorNaturaSì, dove si snocciola tutta una serie di corbellerie grandi come una montagna. Si parte dalla dolorosa situazione dei raccoglitori di pomodori in Puglia, di cui tanto s’è parlato in questi giorni – una situazione ch’è retaggio d’un sistema ancora arretrato e pre-capitalistico, non certo  frutto delle moderne tecnologie agricole, che invece hanno alleggerito le fatiche di chi lavora nei campi – per imbastire una violenta tirata contro l’agricoltura “pseudoscientifica” d’oggi, quella, per intenderci, che ha reso possibile rendimenti sempre maggiori, offrendo cibo a una popolazione in continuo aumento e sconfiggendo, nei Paesi che hanno beneficiato della moderna rivoluzione industriale, lo spettro delle carestie che un tempo mietevano vittime a scadenze ravvicinate. Non sarebbe il caso di estendere queste tecnologie anche ai Paesi che ancora soffrono la fame, proprio per effetto di sistemi di lavorazione del suolo ancora arretrati? Neanche per idea! Sentite qui:” Le campagne sono avvelenate dalla chimica, le sementi sono in mano a poche multinazionali, il paesaggio agrario è distrutto, i terreni sono sempre più impoveriti e resi sterili dalla monocultura, gli animali sono considerati solo macchine da produzione, le aziende, spesso indebitate, sono fonte di immane sofferenza per le persone che le gestiscono”. Intendiamoci bene: c’è qualcosa di vero in tutto questo, ma non si può fare d’ogni erba un fascio e mettere assieme concetti mal correlati tra loro. La chimica che avvelena? Sì, ma oggi meno che qualche tempo fa, grazie ai progressi tecnologici che offrono prodotti meno tossici. Nella coltura del riso, che facciamo? Eliminiamo i diserbanti selettivi e torniamo alle mondine, destinate a una vita grama e a una morte precoce? Come combattiamo i microrganismi e le malattie che insidiano le piante coltivate? Si potrebbe rispondere: con gli OGM. E la stessa risposta si potrebbe dare a proposito dei terreni divenuti più aridi: gli OGM, in quanto più resistenti, possono ovviare all’aridità dei terreni e alla scarsità d’acqua disponibile per l’irrigazione. Neanche per idea! Poco sotto le sementi OGM vengono accostate ai veleni delle bieche multinazionali della chimica, e verso la fine della disquisizione nuovamente accomunati alle iatture che intristiscono il modo agricolo d’oggi. In somma: pare ci sia un complotto, di cui fanno parte pseudoscienziati, tecnocrati, imprese multinazionali, facoltà universitarie di Agraria, ai danni dei poveri contadini i quali, dimentichi d’una ricchezza di conoscenze tecniche tramandate di generazione in generazione, ch’era invece stata retaggio dei loro padri, si sono lasciati facilmente infinocchiare da gente di pochi scrupoli, attenta unicamente al proprio tornaconto. Il combinato disposto di questi piani distruttivi avrebbe depresso i prezzi dei prodotti agricoli, riducendo il reddito degli agricoltori al di sotto del livello di sussistenza. Ecco perché poi bisogna ricorrere al lavoro nero, con tutte le conseguenze che sappiamo. Par di sognare. Le nuove tecniche agricole migliorano i rendimenti abbassando i costi di produzione. Questo dovrebbe portare a un miglioramento dei redditi! Ma la concorrenza spietata, dice il Nostro, aggravata dallo strapotere contrattuale della grande distribuzione, abbassa i prezzi a un livello insostenibile. Ebbene, io dico che le aziende meno efficienti dovrebbero chiudere. Se la carne argentina potesse liberamente entrare in Europa, i prezzi scenderebbero e molti allevamenti europei dovrebbero cessare l’attività. Salviamo gli allevatori, perpetuando l’inefficienza produttiva, o favoriamo i consumatori? Finora si sono salvati gli allevatori. Il morbo della “mucca pazza”, che qualche tempo fa diffuse il panico in Europa, è anche frutto di tale politica: per allevare a prezzi competitivi il bestiame in aree poco adatte, bisogna ricorrere a certi mangimi, di cui invece le mandrie al pascolo nelle grandi praterie non hanno la minima necessità. Per il Nostro, invece, i prezzi vanno tenuti alti, alla faccia dei consumatori. Il prezzo dev’essere “giusto”, a metà fra quello che i consumatori gradirebbero e quello che i produttori vorrebbero imporre. Sì, ma chi lo stabilisce questo prezzo, e con quali criteri? Un’autorità pubblica? Staremmo freschi! E che cosa significa “prezzo giusto”? Einaudi ci ha insegnato (vedi le sue “Lezioni di politica sociale”) che l’unico prezzo giusto è quello di mercato. Forse anche San Tommaso d’Aquino, che introdusse il concetto, non intendeva qualcosa di molto diverso, se è corretto quello che dice David Friedman in un saggio a sua difesa. Chi ha tentato di imporre “prezzi giusti” d’altro genere, dall’imperatore Diocleziano, al Ferrer sbeffeggiato da Manzoni nei “Promessi Sposi” a chi , tempo fa, inventò il motto “Difendi la tua spesa, telefona al governo”, è sempre andato incontro a un clamoroso fallimento. Strano, infine, che al Nostro non venga in mente che forse una delle cause per cui le aziende agricole del Bel Paese sono in difficoltà è la feroce tassazione cui, come le altre attività produttive, sono sottoposte. Il lavoro nero, spesso malpagato e malsicuro, è in gran parte la conseguenza di tale oppressione fiscale. Fu l’economista Milton Friedman a dire, qualche decennio fa, quando la pressione tributaria era già alta ma non aveva ancora raggiuto i livelli d’oggi, che senza lavoro nero l’Italia si sarebbe inabissata.
Ma per tornare ai prezzi: come sarebbero contenti i Draghini, le Yellen, le Lagarde e compagnia di barbablù e befane belle se davvero aumentassero fino al livello “giusto”! Aumenterebbe quella che loro chiamano inflazione, intesa come costo della vita (non come moneta immessa a valanghe nel sistema!) e, come dice il divino verbo keynesiano, con un’inflazione intorno al 2% l’economia cresce a meraviglia. Allegria!
Giovanni Tenorio

Giovanni Tenorio

Libertino

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