Un governo di cilapponi

Carlo Dossi
Carlo Dossi

Cari amici, non so se conoscete quella deliziosa commedia milanese di Carlo Dossi intitolata “Ona famiglia de cilapponi”, ovverossia di stupidoni. Narra le vicende di nobili di basso rango ( lontanissimi dall’aristocrazia cui mi vanto di appartenere!), che spendono e spandono rischiando di rimaner sul lastrico. Cedendo agli ammonimenti dell’ amministratore, il padre raduna tutta la famiglia e impone di tagliare le spese. Nessuno però vuol rinunciare alle proprie comodità: la madre non può fare a meno del parrucchiere e dei bei vestiti, il capofamiglia non accetta di cedere in affitto la stanza che dovrebbe fungere da studio ma in realtà è il comodo rifugio per il suo sonnellino pomeridiano, la figlia rifiuta di sospendere le lezioni di cembalo e canto, anche se non dimostra il minimo talento musicale, il figlio , accampando ragioni di salute, non vuol fare a meno delle vacanze in campagna. Di tagli alla spesa alimentare, neanche parlarne: a mangiar meno di tre piatti per pasto ci si ammala. Si decide di risparmiare sulle spese per i giornali ( per il luogo di decenza si può usare anche carta d’altro genere…): invece di abbonarsi alla Gazzetta ci si abbonerà al Secolo, che costa meno e offre ai lettori tanti bei regalini( quelli, per intenderci, che i barbari chiamano gadgets). Tutti d’accordo, anche perché, essendo ancora in credito per l’abbonamento dell’anno scorso, il distributore della Gazzetta ha annunciato che per quest’anno non ha intenzione di concedere il rinnovo.
Bella filosofia, vero? Vi ricorda qualche cosa? A me ricorda qualcuno che in questi giorni, con un debito pubblico ormai stratosferico e in continuo aumento, senza aver finora tagliato nulla o quasi d’ una spesa abnorme, e nonostante i nuovi oneri che, contro ogni aspettativa (ricordate il famoso “tesoretto”?) è costretto a sobbarcarsi per i prossimi mesi e i prossimi anni, non soltanto si guarda bene dal por mano alle forbici, ma addirittura propone un piano di drastica riduzione delle imposte. La sinistra della sinistra insorge, accusando il ragazzotto di neoliberismo selvaggio e di berlusconismo, ma non sa quel che dice. Quella che a suo tempo Berlusconi propose (e non attuò mai, per paura o incapacità) voleva essere una manovra di “economia dell’offerta” secondo il modello di Laffer: anche se il debito è elevato, un potente sgravio fiscale che alleggerisca i costi delle attività produttive genera un aumento del reddito d’impresa, che si traduce in un beneficio anche per il gettito tributario. Quello del Renzino ha invece tutta l’aria d’essere un provvedimento di matrice keynesiana, cioè di “economia della domanda aggregata”, sulla falsariga del famoso obolo di 80 Euro che avrebbe dovuto far ripartire miracolosamente il motore dello sviluppo, e invece sappiamo com’è finita. Il Renzino è troppo giovane e ignorantello per ricordare il famoso precedente del 1964 negli Stati Uniti, al tempo della presidenza Johnson: per ovviare a una stagnazione che aveva portato a un livello di disoccupazione del 6 %, si decise un consistente sgravio fiscale che effettivamente, in linea con le previsioni, stimolò la domanda di beni di consumo da parte delle famiglie, facendo riprendere a pieno ritmo l’attività produttiva e, per conseguenza, la domanda di lavoro da parte delle imprese. Il modello dell’inconsapevole Renzino è probabilmente questo. Ma c’è un MA grande come una casa. Al tempo di Johnson negli Stati Uniti la crisi era congiunturale: bastava poco a rimettere in carreggiata il sistema produttivo, anche perché le imprese erano sane e disponevano d’una notevole capacità in eccesso: potevano quindi far fronte immediatamente a un aumento della domada senza che l’accresciuta propensione al consumo causasse aumenti eccessivi dei prezzi (quella che impropriamente vien chiamarta inflazione). Oggi invece in Italia la crisi è strutturale. Le imprese che non lavorano per l’esportazione – l’unico comparto che riesce a stare a galla- sono mal combinate: non fanno investimenti da anni, non hanno rinnovato gli impianti, presentano una capacità produttiva di gran lunga inferiore a quella dell’epoca precedete alla recessione. Capacità in difetto, quindi! Ora,mettiamo, per puro gioco accademico, che veramete il Renzino riesca a tagliare le tasse come dice, di preferenza rimpinguando il portafglio dei sudditi appartenenti alla sua area elettorale. Se questa manna del cielo si traduce in domanda di beni di consumo, e se buona parte di questi beni sono prodotti da imprese italiche, la strozzatura produttiva dovuta alle ragioni di cui sopra non potrà che risolversi in un aumento dei prezzi. Risultato: la ripresa si incepperà sul nascere, la disoccupazione ritornerà ben presto al livello di prima. Tagliare drasticamete la spesa pubblica e comprimere il più possibile le imposte che incidono sul costo del lavoro: è questa l’unica ricetta vincente, che potrà favorire una ripresa degli investimenti, nuove assunzioni e, in seguito, anche una ripresa dei consumi. Ma non è politica da cilapponi. I cilapponi spendono il denaro che non hanno. State a sentire:

CALOCER (il padre)
Ma se i spendem, sti danee, l’è segn che ghi emm
PEPPA (la madre)
L’è quell che gh’oo faa osservaa anca mì (all’amministratore, n.d.r), ma lu l’ha rispost che di voeult se spend anca quii che se gha nò.
CALOCER
In che manera?
PEPPA
Spendend quii di alter… fasend di debit…
CALOCER
Basta pagai nò, e semm subit a post.
PEPPA
L’è giust quell che ghoo ditt anca mì, ma el ragionatt l’ha rispost che, in del nost cas, semm pu nanca in cas de fa debit.
CALOCER
Allora femm quella roba che ghe disen i potecch….
PEPPA
Gh’emm già ipotecaa tutt coss.
CALOCER
E nun ipotechem i debit.
(*)

(- Ma se li spendiamo, questi soldi, vuol dire che li abbiamo- E’ quello che anch’io ho fatto osservare all’amministratore, ma lui ha riposto che a volte si spendono anche quelli che non si hanno-In che modo?-Spendendo quelli degli altri…facendo debiti…-Basta non pagarli, e siamo subito a posto- E’ proprio quello che ho detto anch’io, ma l’amministratore ha risposto che, nelle nostre condizioni, non abbiamo neppure la possibilità di far debiti-Allora facciamo quella cosa che chiamano ipoteche – Abbiamo già ipotecato tutto – E noi ipotechiamo i debiti).

Ecco la scuola donde hanno tratto alimento intellettuale le oche padovane, i renzini e compagnia cantante keynesiana, con la benedizione di santoni come Krugman e Stiglitz. Talvolta il premio Nobel va anche ai cilapponi. Si salvi chi può!

(*) Carlo Dossi, “Ona famiglia de cilapponi” ,Atto Terzo, Scena I, in ” Teatro milanese” a cura di Orio Vergani e Fortunato Rosti, ed.Guanda, Bologna 1958, vol. I, pag.145.

Giovanni Tenorio

Giovanni Tenorio

Libertino

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