Un divertimento sopraffino

Più di una volta, in questa pagina, mi è capitato di parlare di Ilaria Capua e di esprimerle la mia stima. Purtroppo devo ricredermi. Sia ben chiaro: rimane ferma tutta la mia riprovazione per i soprusi di cui è stata vittima, per le calunnie che l’hanno infangata, per il rischio terribile di essere condannata ingiustamente a pene infamanti da una giustizia come quella italica che è fra le istituzioni più marce dell’ingloriosa repubblica (non poche mele marce in un sistema fondamentalmente sano, come dicono certe anime belle, ma qualche mela sana in un sistema fondamentalmente  marcio, dove corre pericolo di esser trascinata a sua volta nel marciume). Sono lieto, anzi lietissimo che ne sia uscita a testa alta. Ma non mi sentirei più di dire che è l’Ipazia dei nostri tempi. Ipazia purtroppo fece la fine che sappiamo, per colpa di cristiani fanatici non molto diversi dai talebani di oggi (“exsitiabilis superstitio”, così bollava il grande Tacito le pratiche cristiane delle origini). La Capua invece è salita ad astra, diventando famosa. E fin qui, nulla di male, anzi, buon per lei. Fa un po’ meno piacere aver saputo che è una di quei luminari, diventati popolarissimi grazie alla pandemia della Covid 19, che si fanno pagare qualcosa come 2000 euro per la loro presenza di dieci minuti sugli schermi televisivi, a sciorinare verità scientifiche tutte da dimostrare. Uno di questi, il professor Burioni, per nostra fortuna ha deciso di ritornare nel suo bozzolo, dopo aver dato alle stampe un libro i cui proventi -a sentir lui – dovevano andare in beneficenza a sostegno della ricerca scientifica, mentre pare sia stato finanziato dalle case farmaceutiche (beneficenza ricevuta, non elargita). Andrà a guastare le menti dei suoi studenti universitari, mi dispiace per loro. La Capua, invece, continua a imperversare. Dopo le sue apparizioni televisive, si è accaparrata una nicchia sulle pagine del “Corriere della Sera”, una delle gazzette che più spudoratamente ha sostenuto la sciagurata politica governativa in tema di Coronavirus. Leggo proprio ora un suo editoriale, ancora una volta in appoggio alle disposizioni cautelari di quel comitato tecnico-scientifico che ha dettato legge nella politica sanitaria tirando le fila, da dietro le quinte, di quelle marionette che sono l’avvocaticchio Conte e la masnada dei suoi ministri gaglioffi. Guai ad abbassare la guardia! Guai a buttar via le mascherine! Guai a non osservare il distanziamento sociale! Potrebbe tornare, tra qualche settimana, il babau; allora gli ospedali potrebbero ancora intasarsi come qualche mese fa, con tutte le conseguenze che ben conosciamo. Sentite come comincia l’articolo: Incrociare gli sguardi oltre le mascherine ed essere spesso oggetto di uno sguardo di ritorno, uno di quelli che hanno appiccicato le domande, quelle essenziali. Quelle che ci possono cambiare la vita. Dietro quegli sguardi che hanno recuperato una meravigliosa centralità nel nostro immaginario leggo sempre la stessa domanda: e adesso che cosa facciamo?” Rimango di stucco. Io di meravigliosa centralità non ne scorgo negli sguardi di quei poveri mentecatti che, sotto un sole cocente, con trenta gradi di temperatura, in un’afa insopportabile, camminano imbavagliati  in città, su strade semideserte, ben lungi dal sospettare che, invece di proteggersi da un virus ormai morto e sepolto, rischiano di ammalarsi per ipercapnia e magari di schiattare a terra in fin di vita, come è capitato a qualcuno in Cina. Ha ragione il professor Pasquale Bacco (uno di quelli che i sedicenti “scienziati” bollano come “negazionisti”, mentre sono solo persone di buon senso): la mascherina ce l’hanno inchiodata nel cervello, ormai è diventata un’ossessione da cui è difficile liberarsi. Allora la risposta alla domanda della Capua dovrebbe essere questa:”L’unica cosa da fare è buttare via le mascherine fino al prossimo carnevale”  Per fortuna non ci sono soltanto mentecatti. Un mio caro amico qualche giorno fa entrava, senza mascherina, nell’androne di un palazzo condominiale, per andare a trovare una ragazza che abita al terzo piano. Mentre sta per imboccare la scala, vede scendere una vecchia signora imbavagliata, che, non appena lo scorge gli punta il dito e gli grida: “La mascherina, la mascherina!” Io al suo posto le avrei risposto malamente, dicendole magari che avevo piacere di infettarmi, e in ogni caso, se già infetto, non potevo certo danneggiare gli imbavagliati come lei. Invece il mio amico ha risposto con garbo e ironia. Puntando a sua volta il dito contro la signora e sfoggiando un sorriso radioso, ha risposto: “La nscherina? Mi dispiace di non poterne indossare una bella come la sua! Per questo rimango a volto scoperto. Davvero graziosa! Complimenti!” Quella è rimasta senza parole, non sapendo cosa replicare.Io invece per prendere a gabbo i  mentecatti ho escogitato un bello stratagemma. Quando in una strada deserta mi capita di incrociare qualche imbavagliato, per prima cosa guardo se è un bambino o se è un vecchio decrepito. I bambini e i vecchi decrepiti mi fanno pena. Quanto ai bambini, bisognerebbe fustigare i genitori, che li condannano a quel supplizio. Quanto ai vecchi, sono i loro figli e i loro nipoti, se ne hanno, ad avere il dovere morale di consigliarli per il meglio, spiegando che portare una mascherina sotto il sole cocente è più pericoloso che immergersi in una folla di contagiati. Se l’imbavagliato (o l’imbavagliata) è un adulto (o un’adulta), o un ragazzotto (o una ragazzotta), allora sapete che cosa faccio? Non appena sono a poche centimetri dal malcapitato (o dalla malcapitata), mi metto a tossire come un forsennato. Quale divertimento vedere la vittima fare un balzo da parte, fuggire a gambe levate, magari lanciando improperi e tirando giù qualche bestemmia! Vi invito a fare l’esperimento. Vi assicuro che è un divertimento sopraffino.

Giovanni Tenorio

Giovanni Tenorio

Libertino

One thought on “Un divertimento sopraffino

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    9 Agosto 2020 in 6:05 pm
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    Sicuramente è divertente vedere le reazioni degli sciocchi ma è una comicità in stile Eduardo De Filippo, cioè amara. Perché il conto dei citati sciocchi sale paurosamente e la colpa non è né di un virus né di un batterio. Il contagio psicologico avrebbe un solo antidoto: la cultura. Ma chi dovrebbe finanziarla preferisce pagare, appunto, i virologi di regime. Siamo senza via d’uscita e se con gli estranei posso divertirmi con la finta tosse, con la cerchia di conoscenze sto perdendo amicizie in vari ambiti, anche in quello parentale. Tutto perché ho il vizio di non voler rinunciare al classico “bel detto”. Un caratteraccio, il mio, che ha avuto una certa utilità in scena perché il teatro di rivista ha bisogno anche di improvvisazione; ma nella vita sociale mi ha probabilmente precluso tante altre strade. Potevo cambiare carattere. L’ho voluto? Ben mi sta. Ma la finta pandemia non l’ho voluta io, come non ho voluto il governo Conte. Quindi è giusta l’espiazione se sono peccatore ma quando Caino siede a Palazzo Chigi, quale sarebbe la colpa di Abele?

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