Corsari, pirati e il latinorum dei pataccari

Il corsaro della regina, Francis Drake
Il corsaro della regina

Cari amici, forse vi ricorderete di quel giorno in cui, mentre io e il mio fedele Leporello conversavamo di donne, ci imbattemmo nostro malgrado nell’esagitata Donna Elvira, che, da me abbandonata – e ne avevo ben d’onde!- mi cercava col desiderio di far orrendo scempio della mia persona e di cavarmi il cuore. Ordinai al mio servo che fosse lui a spiegare le ragioni della la mia latitanza: e lui, mentre io quatto quatto mi involavo dalla loro compagnia, non seppe far altro che farfugliare parole senza senso: “Signora, veramente, in questo mondo, conciossiacosacomefosseché, il quadro non è tondo…”; col bel risultato di irritare quella vipera ancor di più. Avesse avuto un po’ di sale in zucca e qualche studio in più, si sarebbe messo a parlare, che so io, in latino, e quella non avrebbe saputo che cosa rispondere. Avete presente? Finchè i preti dicevano messa in latino, le chiese erano piene, perché il popolo non capiva nulla di quanto blateravano e serbava un timore reverenziale per chi pronunciava quelle formule incomprensibili; da quando celebrano il rito nelle stesse lingue che si usano al bar o al bordello, ogni aura magica è sparita, e le chiese sono sempre più vuote. L’hanno voluto? Loro danno! Quanto sono più sagaci gli economisti d’oggi! Hanno anch’essi il loro latinorum, naturalmente non quello d’un tempo, ch’è invecchiato, sa di muffa e non spaventa più nessuno, ma quello d’oggi, la lingua d’Albione : badate bene, non quella dell’epoca di Shakespeare, che ormai neppure chi parla l’inglese come lingua madre capisce più, ma quella di cui si fregiano gli esperti di bilanci pubblici e privati, di sistemi bancari, di borse, di mercati e via di seguito. Hanno inventato un gergo che, simile a un linguaggio cifrato, capiscono solo tra di loro. Il pubblico inesperto ascolta e rimane a bocca aperta; spesso non ha il coraggio di chiedere una spiegazione, per non apparire ignorante, e quando lo fa si sente rispondere in termini che traducono il latinorum in espressioni ancora più arzigogolate. Ad esempio, il “Quantitative Easing” adottato da Draghignazzo viene spiegato come “Immissione di liquidità nel sistema come contrasto alle tendenze deflazionistiche mediante acquisto di titoli di debito pubblico sul mercato secondario”. Un po’ come tradurre “consustantialem patri” con “della stessa sostanza del padre”. Sì, cambia la lingua, ma la nebbia rimane, se addirittura non si fa più fitta. Sarebbe onesto tradurre: “Stampa di denaro fasullo a beneficio delle banche e degli amici degli amici, che investito in borsa farà salire gli indici dei titoli, dando l’illusione d’una ripresa dell’economia reale fino allo scoppio della prossima bolla speculativa” (con lo stesso criterio, i preti farebbero bene a tradurre: “Ci sono due Dèi, anzi tre, il Padre il Figlio e lo Spirito Santo, e poi gli angeli la Madonna e i santi”) E lo “Spread?” Chi ci ha mai spiegato bene che cos’è? E la “Spending rewiew”? Qui forse è abbastanza facile anche per i più sprovveduti capirci qualcosa: è la revisione della spesa pubblica, che diamine! Sì, ma al ribasso o al rialzo? Si direbbe al ribasso, ma poi , chissà com’è, il debito cresce senza posa. Magia del latinorum! Forse con quella formula magica s’intende proprio revisione al rialzo! Chi oserebbe ribattere? Come potrebbe il frate portinaio ribattere al Padre Cristoforo che, per rintuzzare la sua perplessità al vederlo ricevere donne di notte in convento, si trincera dietro la formula paolina “Omnia munda mundis”? Per carità, non sia mai, il padre sa di latino, quel che fa è sacrosanto…
L’ultima trovata dei mestatori è il “bail in”, da non confondere con il “belìn” di cui i genovesi infarciscono i loro discorsi vernacolari, anche se rimane una gran belinata. In poche parole, è la trovata grazie alla quale d’ora in avanti, quando una banca si trovi in difficoltà per aver abbondato in elargizioni creditizie divenute ormai inesigibili (le cosiddette “sofferenze”, altro bel termine del latinorum finanziario), per evitare il fallimento , anzi il molto più nobile “default”, accollerà la perdita non solo agli azionisti, com’è giusto, ma anche ai clienti che abbiano acquistato prodotti finanziari rischiosi. Capite la bella filosofia? Una volta si diceva che bisogna fidarsi delle banche, perché solo loro hanno l’ esperienza e la professionalità per suggerire ai risparmiatori le scelte più assennate e sicure. Poi s’è visto quel ch’è successo con i titoli Parmalat, e poi ancora con la spazzatura dei cosiddetti derivati. E allora adesso si dice: è il risparmiatore che deve essere oculato; se si lascia infinocchiare dai banchieri, peggio per lui, non pretenda di essere risarcito, sopporti la perdita perché le banche sono ormai tutte “too big to fail” (ovverossia sono covi di ladri ammanicati con lo Stato ladro). Come dire: sei andato da un orefice a comperare un orologio d’oro e quello t’ha rifilato una patacca di princisbecco? Peggio per te, dovevi essere abbastanza smaliziato da capirlo. Non vorrai mica che schiaffiamo in galera chi ti ha truffato! Dentro ci deve andare chi è innocente, come successe al papà di Pinocchio…
Pare che i semplici correntisti siano esenti da responsabilità. Bella forza, quelli sono già stati turlupinati subito all’apertura del conto:
gli fanno credere che sia un deposito, e invece è un prestito; il che vuol dire che perdono immediatamente la proprietà del loro denaro. I pirati di un tempo erano molto meglio: rapinavano ma a proprio rischio e pericolo. Per questo mi sono tutto sommato simpatici. I corsari no; quelli rapinavano sotto la protezione dello Stato. Ecco, i banchieri d’oggi sono come Francis Drake, il corsaro della regina.

Giovanni Tenorio

Giovanni Tenorio

Libertino

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