In lode dei bagarini

Da tempo Leporello insisteva perché gli concedessi,ai margini del mio parco, un piccolo appezzamento di terreno dove piantare un frutteto. Alla fine, stanco delle sue preghiere, glielo concessi. Devo dire che lo seppe lavorare con lena e ingegno, al punto da ottenere prodotti di ottima qualità. In particolare, produceva pesche davvero squisite. Mi chiese se poteva venderle. Facesse quel che voleva, erano il frutto della sua fatica! E così fece. Le offerse a un prezzo stracciato. Arrivarono molti acquirenti. I primi rimasero soddisfatti, gli ultimi se ne dovettero tornare indietro a bocca asciutta, perché la merce era finita. “Leporello- gli dicevo io- le vendi a un prezzo troppo basso, le tue pesche”. “Ma io voglio favorire i più poveri!” “E allora, piuttosto, regalale! Perché non è proprio detto che a rimanere a bocca asciutta, col tuo bel sistema, siano proprio i più ricchi!” Un anno arrivò un signore che comperò tutto il prodotto al modico prezzo di sempre. Leporello ne fu lì per lì contento: aveva guadagnato un bel gruzzoletto senza faticare troppo nell’attività di vendita, che durava giorni e giorni. Ma come ci rimase male quando seppe che quel signore aveva rivenduto al dettaglio le pesche a un prezzo doppio: qualcuno aveva mugugnato, ma alla fine tutti coloro che erano disposti a sborsare quel prezzo erano rimasti soddisfatti. Venne da me furente:”Questo è aggiotaggio, questo è bagarinaggio, questa è speculazione!” “Calmati, amico mio”, gli dissi. “Se mi avessi dato retta, avresti venduto tu le tue pesche al prezzo più alto, senza che nessuno dei clienti disposti a pagarlo rimanesse a bocca asciutta. Non l’hai voluto fare tu, l’ha fatto qualcun altro. Col mercato non si scherza. Se i prezzi son troppo bassi, chi prima arriva meglio si accomoda, e gli altri rimangono in piedi. Quello che tu chiami bagarino e speculatore non fa altro che adeguare domanda e offerta in una situazione di scarsità. Certo, ci guadagna, ma mica te le ha rubate le pesche. Te le ha pagate al prezzo che gli hai chiesto tu”. Non seppe che cosa replicare. L’anno dopo fu lui a raddoppiare i prezzi.
I bagarini che rivendono i biglietti per gli spettacoli o per le manifestazioni sportive a prezzi maggiorati fanno la stessa cosa di quel signore, con una differenza: non possono acquisire tutti i biglietti in vendita al botteghino, ma soltanto una parte abbastanza limitata. Sono veri e propri imprenditori. Rischiano. Se la domanda per lo spettacolo o la manifestazione sportiva risulterà sovrabbondante rispetto ai posti disponibili, copriranno totalmente le spese di investimento (l’acquisto dei biglietti al botteghino) e lucreranno come guadagno netto la differenza fra prezzo d’acquisto e prezzo di rivendita. E’ il profitto capitalistico che premia il buon investimento, con pari soddisfazione per imprenditore e consumatore. Se invece la domanda è pari all’offerta, o addirittura più bassa, si avrà o una semplice copertura delle spese di investimento, senza alcun surplus, o una perdita secca. Il cattivo investimento riceve una sanzione, con rammarico dell’imprenditore, che magari si sarà dovuto sbarazzare dei biglietti indesiderati svendendoli a metà prezzo, e grande gioia del consumatore che, approfittandone, è riuscito a pagare molto meno del prezzo ufficiale.

C’è qualcosa di immorale in tutto questo? Direi proprio di no. Il bagarino non ruba i biglietti. Li acquista al botteghino al prezzo richiesto. Non obbliga nessuno ad acquistarli a prezzo maggiorato. Se un acquirente accetta, soddisfatto lui e soddisfatto il bagarino. Se non accetta, rimane a bocca asciutta come sarebbe rimasto una volta esauriti i biglietti. Voleva comperarli al prezzo ufficiale? Doveva muoversi in tempo, oppure mettersi pazientemente in coda al botteghino, magari al freddo o sotto la pioggia. Se non vuol fare sacrifici né pagare prezzi maggiorati, vuol dire che lo spettacolo o la manifestazione sportiva (o l’ingresso alla mostra, o qualsiasi altra cosa) non gli interessano più di tanto. C’è gente che per vedermi in scena nello splendido “Don Giovanni” alla Scala diretto da Muti, regia di Strehler, scene di Ezio Frigerio, costumi di franca Squarciapino, Thomas Allen nei miei panni, Claudio Desderi in quelli di Leporello , passò la notte all’addiaccio, o pagò cifre da capogiro. Ne gongolo, e ne gongolano anche i miei due papà. Anche alla prima assoluta, a Praga, la domanda di biglietti superava di gran lunga l’offerta. Anche allora i bagarini fecero affari d’oro. Con soddisfazione di tutti.
I bagarini non esisterebbero se il prezzo dei biglietti di uno spettacolo potesse reagire immediatamente al variare della domanda, come un titolo di borsa o il grano sul mercato dei cereali. Se danno “Traviata” o si disputa una partita di calcio essenziale per la conquista dello scudetto fra le squadre di serie A, i prezzi andrebbero alle stelle, pareggiando domanda e offerta. Si assesterebbero sulla media delle utilità marginali dei singoli acquirenti. C’è chi pagherebbe 1000, chi 500, chi 100. Se tutti fossero disposti a pagare 1000, il biglietto costerebbe 1000. E’ il prezzo che probabilmente lucrerebbe il bagarino vendendo i pochi biglietti a sua disposizione a coloro che non intendono rinunciare, costi quel che costi, alla manifestazione tanto bramata.
In somma, i bagarini sono benefattori dell’umanità, come i contrabbandieri, che contrastano l’effetto perverso dei dazi, le puttane, che offrono uno sfogo a pulsioni sessuali altrimenti rovinose, e tanti altri imprenditori fuorilegge che, se non ci fossero, andrebbero inventati.

La Scala una volta era, o credeva di essere, il primo teatro del mondo. Da almeno un ventennio la sua qualità è paurosamente scaduta. Mantiene però due primati. Uno è quello di far blindare il centro di Milano come ai tempi di Bava Beccaris all’apertura di ogni stagione, quando brutti ceffi in assetto di guerra impediscono a chi non sia munito di biglietto o non appartenga al bel mondo della politica, della burocrazia della finanza, dell’alta imprenditoria di passare per la piazza (sarebbe violenza privata se lo facesse un comune mortale; è obbedienza ai sacrosanti ordini dell’Autorità se a farlo è un Servitore dello Stato). Non succede in nessun’altra parte del mondo, tanto meno alla Staatsoper di Monaco di Baviera (vero, governatore Maroni?). L’altro primato è quello della proterva stupidità. Pensate un po’: per contrastare il bagarinaggio, si obbliga l’appassionato che se ne sta in fila al freddo ad aspettare il suo turno per acquistare un biglietto a compilare un foglio con tutte le proprie generalità, compreso il codice fiscale. Anche questo non succede in nessuna parte del mondo, tanto meno alla Staatsoper di Monaco di Baviera (vero, governatore Maroni?) E’ il colmo di tutti i colmi, qualcosa che va al di là di ogni fantasia, neppure l’Orwell di “1984” ci sarebbe potuto arrivare: schedare gli appassionati d’Opera!!!
Intanto i bagarini svolgono impunemente il loro lavoro, sotto gli occhi di tutti, a pochi passi di distanza. Ultimamente gli affari vanno maluccio. Se gli spettacoli sono scadenti, i biglietti accaparrati rimangono invenduti: si devono svendere a prezzo ribassato. E’ il rischio d’impresa.
Qualcuno si indigna, vorrebbe che la polizia facesse una bella retata e li schiaffasse dentro. Ci mancherebbe anche questa. Il bagarinaggio svolge una funzione analoga a quella del mercato nero in tempo di guerra: questo offriva pane, quello offre divertimento. Lo diceva anche Gesù: “Non in solo pane vivit homo”. O faceva lo scemo anche in quel momento?
Che volete, amici miei? L’Italia è un paese di sbirri e di forcaioli.

Giovanni Tenorio

Giovanni Tenorio

Libertino