Più ignoranti di Don Abbondio

Tenetevi forte: in un Telegiornale, parlando delle ultime vicende relative all’estradizione di Cesare Battisti, la voce dell’ochetta di turno osa pronunciare la locuzione latina “Habeas corpus”. Dio sia lodato -verrebbe voglia di dire- dopo tanti barbarismi un po’ d’aria pura. Ma purtroppo non è così, perché viene pronunciato “Habéas corpus”, con l’accento sulla “e”. In che abisso stiamo sprofondando? Si suppone che l’ochetta di turno sia una giornalista, o qualcosa di simile. Uno si chiede: che cosa si insegna oggi nelle facoltà di Lettere o di Giurisprudenza? Un tempo anche l’alunno più somaro che usciva dalla scuola media pre-riforma sapeva che “habeas” , in latino,è il congiuntivo presente, seconda persona singolare, del verbo habeo, habes, habui, habitum, habere, da cui l’italiano “avere”, e lo pronunciava correttamente. Se uno studente universitario ai tempi di Giosue Carducci avesse pronunciato, a un esame, “habéas” sarebbe stato cacciato a calci nel posteriore (ricordiamo che Carducci invitò a ritirarsi immediatamente un candidato che aveva firmato il verbale d’esame con il cognome prima del nome). D’accordo, oggi, con i programmi universitari “liberalizzati”, del latino si può fare a meno senza problemi, anche laddove un tempo era materia obbligatoria. Quindi, letterati slatinati e avvocati che il Diritto Romano non l’hanno visto neppure con il telescopio. Però, anche senza latino, una persona che abbia una cultura soltanto decente non può ignorare che cos’è l'”Habeas corpus”, e non può permettersi di pronunciarne il nome alla maniera in cui il papa più slatinato della Storia della Chiesa recita l’Angelus. Si parla tanto di costituzioni. In quella più bella del mondo il principio dell”Habeas corpus” si incarna nell’art. 13, che recita:”La libertà personale è inviolabile”. Chissà se l’ochetta di turno lo conosce e ha una sia pur vaga idea della storia che sta dietro un principio così importante (un principio che ogni libertario non può che difendere, sia scritto o no in un pezzo di carta: ognuno è proprietario innanzitutto della propria persona, e la proprietà non può essere aggredita). L'”Habeas corpus” è tipico della “Common Law”, ma, in origine, risale al Diritto Romano. La locuzione deriva dalla formula con cui un magistrato chiedeva a un agente carcerario di portargli davanti la persona ( il “corpus”), sottoposta a detenzione, per verificare se il provvedimento fosse giustificato a norma di legge: “Habeas corpus ad subjiciendum et recipiendum ea quae curia nostra de eo ad tunc ed ibidem ordinare contigerit in hac parte”, ovverossia ” (si comanda che) la tal persona venga condotta davanti a questa Corte per sottoporla a esame e ricevere le disposizioni che a suo riguardo in quel momento e in quel luogo saranno stabilite sulla questione in oggetto”.

Ma, signori miei, vittima dell’ignoranza dominante non è soltanto il povero, decrepito latinorum. Qualche anno fa, alla trasmissione, su un canale RAI, della ” prima” di “Lohengrin” alla Scala, la presentatrice pronunciò “Lohéngrin” per tutta la serata. Poi la RAI si vanta di essere la più grande agenzia produttrice di cultura in Italia.
Leggevo non so dove, tempo fa, che in Cina si studia il “Corpus iuris civilis” di Giustiniano, sul testo latino, nella convinzione che i principi giuridici ivi contenuti sono tuttora validi, e quindi applicabili anche dalla giurisprudenza d’oggidì. Scommetto quel che volete che i cinesi il latino lo pronunciano meglio del papa e delle ochette televisive nostrane.
A proposito di scuola disastrata, volete sapere l’ultima? Un tempo nel biennio delle scuole superiori si leggevano i “Promessi Sposi”. Di solito gli studenti li avevano in uggia, perché gli insegnanti hanno sempre avuto il potere di rendere inappetibili anche le cose più belle (forse solo la “Divina Commedia” era oggetto di un odio ancor più feroce). Poi è venuto il momento in cui al testo, non certo esiguo, del romanzo si affiancavano volumi ben più poderosi di esercizi “strutturali”, il cui effetto era quello di rendere ancora più indigesto il povero Manzoni. Il quale, nell’introduzione al suo capolavoro, dice che di libri ne basta uno alla volta, quando non è d’avanzo (si vede che i curatori delle edizioni scolastiche non leggono i libri che pretendono di commentare). Quale dovrebbe essere il rimedio? Testo manzoniano integrale, senza note. L’insegnante legge in classe, commenta, stimola il dibattito. Ogni tanto, un lavoro scritto in cui ogni studente fa il punto sulle questioni trattate ed esprime in modo argomentato il proprio pensiero. Alle ortiche quello che hanno detto i critici. Se sarà il caso, si studierà all’università.
Sapete invece qual è il rimedio adottato in molti istituti, sulla scia della Buona Scuola proclamata da Renzi e sostenuta con entusiasmo da quella faccia carnevalesca che occupa la poltrona del MIUR? Un’antologia dei “Promessi Sposi”, un libricino di poche, sparute pagine, somigliante a quei “bigini”, a loro modo gloriosi, che un tempo gli insegnanti più intransigenti sequestravano ai malcapitati alunni, coprendoli di rampogne. Adesso i bigini diventano libri di testo ufficiali.
Si dice che Benedetto Croce obbligasse le sue figlie a metter da parte le antologie e a leggere gli autori nei testi integrali. Proprio lui, che distingueva puntigliosamente poesia e non poesia. Distinzione difficile e discutibile, che in ogni caso si può fare solo conoscendo tutta l’opera che si vuol prendere in esame.
Continuiamo su questa strada. Diventeremo tutti come Don Abbondio. Per ora diciamo “Lohéngrin” e “Habéas corpus” senza sapere che cos’è. Un giorno ci si chiederà: “Manzoni? Chi era costui?”
Come Don Abbondio: che era un po’ ignorantello, però il latino lo conosceva (il Sommo Prete di oggi, oltre che ignorante, è anche slatinato. Si salvi chi può).

Giovanni Tenorio

Giovanni Tenorio

Libertino

Un pensiero riguardo “Più ignoranti di Don Abbondio

  • 16 ottobre 2017 in 8:25 am
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    Quando indico un cittadino di Padova, pronuncio “padovàno”, non “pàdovano” o “padòvano”. Quando citano l’attuale ministro dell’economia, quasi tutti pronunciano “Pàdoan”. Alle mie obiezioni, il cretino di turno (che non è il buffone della corte dei Rutuli) risponde che si tratta di un cognome e di una forma dialettale. Ma proprio per questo, vorrei dire al babbeo perseverante, dovrebbe portare alla pronuncia tronca: in veneto tendono a portare quasi tutto in cadenza sillabica finale. Visentìn, Battaglìn, Zanon (non “Zànon”), beon, tabacchìn, piccinìn… Non il latino ma neanche la gente del popolo ascoltano questi cialtroni che si spacciano per divulgatori. Non sanno nemmeno che i francesi adottano tutta la terminologia in forma tronca. Tanto è vero che pronunciano “Cìtroen”, come il mio meccanico. Ma “tronco” per loro è solo quello dell’albero, in giro si trovano sempre meno persone che sappiano cosa siano gli accenti tonici. Neanche questi si insegnano più nelle scuole. L’accostamento del volto della carabiniera nei secoli Fedeli alle facce carnevalesche, lo trovo un po’ oltraggioso nei confronti della commedia dell’arte. Cultura autentica e antitetica a viale Trastevere e a oltre Tevere. Tutto il capolavoro manzoniano senza note, no; almeno qualche indicazione per tradurre alcuni arcaismi può essere utile. Ma l’intera parafrasi dei “curatori” (si curino dal medico, piuttosto) ritengo sia proprio finalizzata alla creazione della noia. Così la gente legge di meno, magari evita di capire il perché del prezzo del pane. Bella la pretesa di Croce. Solo che per leggere ogni opera intera ci vuole un po’ di tempo in più. Il triennio finale del liceo diventerebbe, nella migliore delle ipotesi, un trilustro. “Lohèngrin”? C’è chi pronucnia il cognome del suo autore nello stesso modo in cui si pronuncia il mese di giugno. Lo stesso che si ostina a dire che il comune di Zagarolo celebra Goffredo “Bettassi” in luogo di Petrassi. Ma perché non si occupano di cronaca sportiva? Lì l’ignoranza è un obbligo, un requisito. Come è giusto, forse, che sia.

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