Lo Stato e la Mafia fanno lo stesso mestiere.

Lo Stato e la Mafia fanno lo stesso mestiere. Non scandalizzatevi, guardate le cose con obiettività e vedrete che stanno così. Ai livelli bassi, si combattono aspramente, con vittime da una parte e dall’altra. Ai livelli medi e alti si sostengono a vicenda e stringono patti di alleanza. Vi ricordate “Il giorno della civetta” di Leonardo Sciascia? Il capitano Bellodi – che è un galantuomo – viene rimosso dal suo incarico e trasferito altrove proprio nel momento in cui sembra aver raggiunto l’obiettivo di sgominare il clan mafioso da tempo nel suo mirino. Di solito si dice – credo che lo stesso Sciascia l’abbia affermato – che il torto del capitano è quello di non aver compreso che la Mafia si combatte non solo con la repressione, ma anche e soprattutto con la bonifica morale dell’ambiente in cui opera (la cosiddetta “educazione alla legalità”). Io sono invece dell’avviso che il suo torto sia un altro, ferma restando la commovente buona fede: quello di combattere una Mafia nelle file di un’altra Mafia. Le due Mafie, Mafia-Stato e Mafia-Mafia, sono a un tempo solidali e concorrenti. Entrambe estorcono denaro ai sudditi, garantendo in cambio sicurezza e provvidenze. Con una differenza: la Mafia, come tutti i privati, è più efficiente. Nelle aree in cui è in grado di esercitare un controllo totale del territorio, la microcriminalità non esiste. Nessun agente mafioso “ha le mani legate”, come i carabinieri dicono spesso di avere. Mafia e Stato costituiscono un vero e proprio duopolio. Fino a un certo punto si fanno concorrenza, ma da un certo punto in avanti si spartiscono il mercato, scambiandosi favori. Usciamo dal romazo e guardiamo la realtà. Carlo Alberto Dalla Chiesa – un altro galantuomo, questa volta non fittizio, ma in carne ed ossa – riuscì a battere il terrorismo. Quando però fu trasferito a Palermo per combattere la Mafia gli fu fatto il vuoto intorno, e fu abbandonato ai colpi di lupara. Al tempo del Fascismo fu spedito in Sicilia, con pieno mandato anti-Mafia, il famoso prefetto Mori. Nonostante le apparenze, anche il suo fu un fallimento. Fu strumentalizzato per regolare conti interni all’apparato del partito unico (anche il Fascismo, nel Sud, era intimamete infiltrato dalla Mafia), poi fu rimosso. Ricordate, in tempi più vicini a noi, l’amicone di Giulio Andreotti, Salvo Lima? Era il proconsole del gobbetto diabolico presso la Mafia sicula. Quando il gobbetto decise che bisognava dare un giro di vite al potere delle cosche, anche per non alimentare le accuse di connivenza che lo avevano portato a giudizio, la Mafia si vide abbandonata e gli mandò un chiaro segnale, freddandogli colui che da uomo di fiducia era ormai divenuto un inutile e ingombrante ferrovecchio. Dei mercanteggiamenti fra Ministero della Giustiza, retto allora da Nicola Mancino, e i padrini mafiosi (tu abolisci l’articolo 41 bis e noi ti promettiamo di por fine agli attentati), pronubo Giorgio Napolitano ministro degli Interni, s’è parlato a lungo, ma tutto è finito lì. Gli attentati a Falcone e Borsellino? Credete davvero che nella Mafia-Stato abbiano le mani immacolate? C’è qualcuno che deve avere le mani insanguinate più di Lady Macbeth: tutti i profumi dell’Arabia non riuscirebbero a nettarle. Lo Stato ha tanti debiti di riconoscenza con la Mafia. La Mafia ha avuto parte nel Risorgimento. Ricordate il “Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa? Quando il giovane Tancredi confessa allo zio Don Fabrizio di volersi unire alle bande degli insorti che aspettano lo sbarco di Garibadi con i suoi Mille scamiciati, si sente rispondere con un rimbrotto:”Con quelli? Sono mafiosi!” E’ risaputo che fu la Mafia a dare una mano allo sbarco delle truppe americane in Sicilia, nell’ultimo conflitto mondiale. Per non parlare della vicenda, per molti versi non ancora chiarita, del bandito Giuliano: ufficialmente era un fuorilegge, di fatto era manipolato dai poteri forti collusi con la Mafia (grandi proprietari terrieri) nella lotta contro le rivendicazioni dei braccianti, sostenute dal Partito Comunista. E lo Stato dov’era? Era contro il comunismo, naturalmente! Anche i preti, in quei tempi loschi, minacciavano dal pulpito le donnette e i bigottoni, dicendo che se non votavano DC andavano all’inferno. Il fine giustifica i mezzi, non è vero? E poi dicono che la politica è la più alta forma di santità. Quando Paolo VI buonanima l’ha detto, doveva aver bevuto qualche calice di troppo. Nelle elezioni democratiche la Mafia è in grado di spostare valanghe di voti su candidati da cui conta di ricevere favori. Anche negli Stati Uniti le elezioni presidenziali devono in qualche modo fare i conti con il peso di Cosa Nostra. Vi ricordate Ronald Reagan amico di Frank Sinatra, la “voce” idolatrata dalle folle, notoriamente contiguo ai boss? Solo amicizia disinteressata? Può darsi…
Tutto questo bel discorso per concludere che tanto scandalo, in Italia e all’estero, per i sontuosi funerali del mafioso Casamonica mi fanno crepare dalle risate. Nessuno ne sapeva niente, né il Renzino, né il suo ministro degli interni, né il questore né il prefetto di Roma, né il signor sindaco, né la polizia locale, e neppure il prete che doveva celebrare l’ufficio? Andiamo, ma chi volete prendere in giro? C’era qualche favore da ricambiare ed è stato ricambiato. D’altra parte, anche la Mafia-Stato ha le sue sontuose cerimonie, con tanto di fanfara dei bersaglieri, sfilate militari, frecce tricolori, sventolar di bandiere, elmi di Scipio, applausi d’una plebe demente. A ognuno le sue cerimonie. Ognuno celebri i suoi eroi e spacci per virtù i suoi delitti. Si contino le vittime della Mafia e quelle di tutte le guerre e di tutti gli omicidi di Stato dall’Unità ad oggi. Chi pensate che ne vanti di meno? Risposta fin troppo facile…

Giovanni Tenorio

Giovanni Tenorio

Libertino