La preghiera (statalista) degli Alpini

Facciamo finta che sia vero. Facciamo finta che, come disse una volta un presidente della repubblica italica piuttosto incline ad alzare il gomito, “le Forze Armate rappresentano il meglio della Nazione perché nelle loro file ci sono i nostri figli.” Facciamo finta che ci sia da versar lacrime di commozione a rammemorare l’articolo della costituzione più bella del mondo che proclama la difesa della patria sacro dovere del cittadino; e quell’altro in cui si dice che il Bel Paese ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Facciamo finta che l’esercito di leva, fino a qualche decennio fa, non sia stato un’accozzaglia di giovani svogliati, mal vestiti e mal armati, costretti loro malgrado a compiere operazioni spesso assurde, di cui non vedevano l’utilità, obbedendo agli ordini di comandanti il più delle volte ignoranti e presuntuosi. Chiudiamo pure gli occhi, e rifiutiamo di vedere che a fare il soldato di mestiere, oggi, ci vanno gli sfigati, più o meno come quelli che impinguano le file delle polizie locali. Dimentichiamoci pure che, a dispetto dei fini puramente difensivi dell’apparato militare italico, sono stati mandati contingenti dell’esercito un po’ qua e un po’ là, in “missioni di pace” (ricordate, per fare un esempio, il Kosovo? Missione di pace anche quella? E le basi concesse dal governo Berlusconi alla coalizione anti-Gheddafi, dopo pochi mesi che il colonnello libico era stato accolto in visita ufficiale con tutti gli onori e solenni promesse di eterna amicizia, fra il profumo degli incensi?). Facciamo finta che la storia dell’esercito italiano non sia piena di episodi atroci, come le vendette di Pier Eleonoro Negri, ufficiale dei bersaglieri agli ordini del generale Cialdini, ai danni delle popolazioni del Sud accusate di connivenza col brigantaggio; o le prodezze del generale Bava Beccaris nella repressione dei moti milanesi del 1898, che gli meritarono un’onorificenza regia…

Ammettiamo pure, in tutta sincerità, che il corpo degli Alpini merita qualche attestato di simpatia. Gli Alpini sono sempre stati montanari tenaci e di buon cuore, hanno sempre fatto la guerra (purtroppo) con la stessa serietà e lo stesso impegno con cui lavoravano sui loro monti, menando una vita grama e guadagnandosi da vivere con diuturna fatica. In caso di calamità, hanno sempre dato generosamente il loro contributo alle popolazioni colpite. Nelle loro feste, bevono (Dio li benedica!) e si divertono, ma si comportano bene e sanno rendersi ben accetti a tutti. Hanno un bel repertorio di canti popolari, non tutti inneggianti alla guerra, molti, anzi, all’amore (“Sul ponte di Bassano / là ci darem la mano / ed un bacin d’amor”. Vi ricorda nulla? Ma è il “Don Giovanni” dei miei papà Mozart e Da Ponte, sono le mie profferte amorose a Zerlina: “Là ci darem la mano / là mi dirai di sì”). Tra le loro file, ch’io sappia, anche negli alti gradi, non ha mai allignato gentaglia come Pier Eleonoro Negri, Cialdini, Luigi Cadorna e altri figuri di tal risma. Al tempo della rivolta di Reggio Calabria – la città che, alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso, si batteva per diventare capoluogo di regione, di contro alle decisioni del governo che aveva designato, invece, Catanzaro – quando la situazione dell’ordine pubblico minacciò di sfuggire di mano alle forze di polizia, furono proprio mobilitati alcuni contingenti di Alpini, di stanza al Nord-Est, per domare la rivolta. Per grazia di Dio, appena i rivoltosi li videro spuntare dietro il solito schieramento dei celerini, si diedero al fuggi-fuggi. Non fu sparato un colpo.

Detto tutto questo, e facendo finta che le forze armate italiche siano il meglio del meglio del meglio nel migliore dei Paesi possibili, non posso che dar ragione, per una volta tanto, al parroco di San Boldo (Treviso), il quale ha negato agli Alpini, lì convenuti per la consueta celebrazione della loro festa, il permesso di recitare in chiesa la loro tradizionale preghiera se non fosse stato espunto il passo che recita: “Rendi forti le nostre armi contro chiunque minacci la nostra patria, la nostra bandiera, la nostra millenaria civiltà”. Giustissimo! Chi predica Cristo non può benedire le armi, e in nome di Cristo non si può chiedere il trionfo delle armi, sia pur per fini nobili o presunti tali. La Chiesa l’ha fatto in passato? Fa bene a cambiar rotta. E’ giusto che i preti siano nell’esercito a confortare i combattenti e ad accompagnare all’estremo passo i moribondi, è carità cristiana. E’ aberrante che ci stiano come militari, con tanto di divisa e di gradi. Altrimenti si meritano lo sberleffo con cui venivano gratificati dai soldati nella Grande Guerra: “Cappellano è quella cosa / che conforta il moribondo; / se lo incontri, porco mondo, / tocca ferro ed altro ancor”.

Mi si permetta, però, una considerazione. Fin che ci saranno Stati territoriali con tanto di confini, degli eserciti non si potrà fare a meno: lo Stato è infatti, nella sua essenza, una fiscalità, una polizia e un esercito. Si giustifica, o meglio pretende di giustificarsi, in quanto ha di fronte (dice di aver di fronte) veri o potenziali nemici, che potrebbero violarne le sacre frontiere. Non per niente è stato detto che la guerra è la politica fatta con altri mezzi. Guerra e politica non sono due attività contrapposte, ma la medesima attività svolta attraverso espedienti diversi: da un lato coercizione ed estorsione + minaccia alla libertà e, in alcuni casi, alla vita; dall’altro coercizione, estorsione + omicidio. Tutti quelli che si sono scandalizzati per la presa di posizione del parroco di San Boldo sono immarcescibili statalisti, anche se, come la Lega di Salvini, hanno spesso sputato sul tricolore e sull’inno di Mameli. Un’altra bandiera e un altro inno gli andrebbe bene. E quindi la preghiera degli Alpini guai a toccarla. No signori miei, se c’è un appunto da fare alla Chiesa, è quello di essere troppo timida e troppo poco conseguente.

Se si vuol bandire la guerra, bisogna estirparne le radici, rinnegando, per prima cosa, lo Stato in quanto ente territoriale, che ne è l’origine. Se i preti avessero il coraggio di farlo, giuro che cesserei di insolentirli come spesso mi capita da questo sito di dubbia moralità.

Giovanni Tenorio

Giovanni Tenorio

Libertino

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