Delega (allo Stato) l’amore per il prossimo tuo.

Nel 1835 Giacomo Leopardi scriveva la “Palinodia al marchese Gino Capponi”, un’ode satirica in cui, mentre finge di ritrattare le proprie idee pessimistiche sul cosmo, sulla vita e sulla natura umana, di fatto le ribadisce con forza, mostrando l’inconsistenza dottrinaria di chi – come il cugino Terenzio Mamiani, quello delle “magnifiche sorti e progressive” richiamate sarcasticamente nella “Ginestra” – pronosticava un futuro di felicità, grazie al connubio fra progresso scientifico-tecnologico e moderatismo politico di marca cattolico-liberale. Che cosa avrebbe detto il più splendido poeta e filosofo italico dell’Ottocento – incompreso dalla critica idealistica e ancor oggi, per gli ignoranti, ispirato dalle Muse solo perché gobbo e inviso alle donne che non la danno – se fosse vissuto nei primi anni Sessanta del secolo passato? Anche allora si rinnovavano i panegirici a un prossimo futuro di beatitudine, un paradiso in terra che si sarebbe magicamente attuato grazie al superamento delle ideologie marxista e capitalista nel grande calderone dello Stato assistenziale, il “welfare” inventato da Lord Beveridge e fatto proprio da un liberalismo allo sbando, ormai abbagliato dal princisbecco dei dogmi keynesiani. Benessere per tutti, assistenza medica gratuita a tutti, scuola per tutti, redistribuzione della ricchezza dall’alto verso il basso grazie a un sistema tributario progressivo, annullamento delle diseguaglianze dei punti di partenza, economia di mercato corretta da un massiccio intervento statale sulla base della programmazione economica, misure anticicliche fondate sul deficit di bilancio e sul debito pubblico, politica monetaria sagacemente controllata in virtù delle formule arcane escogitate dai tecnici delle banche centrali. In Italia si sognava, se non la scomparsa, un forte ridimensionamento del potente Partito Comunista – spina nel fianco d’un Paese alleato degli USA – grazie a un’alleanza di governo tra il partito cattolico fino a quel momento egemone e un Partito Socialista ormai convertito – o così si credeva – alle ragioni della democrazia liberale. Sappiamo com’è finita. Le ribellioni studentesche, iniziatesi verso la metà del decennio negli atenei statunitensi per protesta contro la guerra del Vietnam, furono la spia d’un malessere e d’una disillusione che avrebbero contagiato tutti gli anni a venire. Crollato il regime sovietico alla fine degli anni Ottanta, qualche nipotino con gli occhi a mandorla di Gino Capponi e Terenzio Mamiani arrivò a profetizzare la fine della Storia; e-dispiace dirlo, ma amicus Plato sed magis amica veritas- anche la mente più lucida del pensiero libertario, Murray Newton Rothbard, si illuse che il disfacimento degli Stati plurinazionali fin allora cementati dall’ideologia marxista, innescato dal crollo dei regimi a suo tempo legati o ideologicamente contigui all’Urss, avrebbe portato progressivamente alla fine dello Stato anche nella sua più morbida versione liberal – democratica.

Giriamoci intorno e guardiamo il panorama di macerie in cui siamo immersi. Lo Stato non è crollato da nessuna parte (anzi, ne sono nati di nuovi, tra il plauso degli indipendentisti beoti), ed è più che mai presente nella versione degenerata che onestamente Lord Beveridge aveva paventato. Il cosiddetto “welfare State”, anziché ingentilire l’umanità l’ha incattivita. Altro che magnifiche sorti e progressive! L’invidia sociale è cresciuta a dismisura. Ci vuol poco a capire che il sistema redistributivo è perverso: esclude in molti casi chi è davvero più povero, concede ai più ricchi gli stessi servizi gratuiti di cui beneficiano le fasce di redito medie e basse. Fa sì che spesso siano i più poveri a pagare per i benestanti: in Gran Bretagna le imposte pagate degli operai finanziano gli studi universitari del ceto medio-alto; e quando Blair tenta di correggere la stortura aumentando le tasse universitarie, scatena la rivolta. Costruito apposta per blandire e impinguare i ceti medi, quelli da cui tutte le forze politiche cosiddette moderate pescano a piene mani per il proprio sostegno elettorale, ha prodotto ultimamente un meccanismo perverso e incontrollabile che condanna proprio tali ceti a una perdita di quel benessere che sembrava ormai acquisito per sempre. E poi: perché risparmiare, se quando sono malato lo Stato mi cura gratis? Meglio andare in vacanza alle Seychelles (e se qualcuno si lamenta del consumismo e dello spreco, la colpa è del capitalismo, della pubblicità invadente che ci toglie la capacità d’intendere e di volere, e si invoca una fantomatica decrescita felice). Perché stringer la cinghia per garantire ai figli le scuole migliori? C’è la scuola pubblica, e c’è anche quella sedicente privata lautamente sovvenzionata con fondi pubblici. Perché preoccuparsi dei poveri, come ci chiede il Vangelo? Con le nostre tasse paghiamo i servizi, e fra i servizi resi dallo Stato c’è anche la carità: invece di farla noi la fa lo Stato, che è più lungimirante e sa bene chi ne ha bisogno! Basta una firma, e dirotto parte delle mie imposte all’istituzione benefica che preferisco (sia pur entro una lista esigua). Meglio di così! Mi tolgo ogni pensiero, mi metto la coscienza a posto e – come dicevano i nobili parenti alla povera Gertrude, futura monaca di Monza – vado in paradiso in carrozza. Vero, signor biancovestito, che continui a parlare di dovere dell’accoglienza a carico delle istituzioni pubbliche, cioè coi soldi altrui malamente estorti? “Chi vuol entrare nel regno dei cieli, prenda la sua croce e mi segua”: Vangelo sine glossa. “Oppure conceda una delega allo Stato, e consegni la croce a lui, magari inchiodata a una falce e martello”: Vangelo cum glossa.

Intanto, tra le notizie relegate nelle pagine interne dei giornali, leggiamo che qualche povero immigrato – non di quelli che fan parlare di sé schifando un’ospitalità ritenuta poco confortevole – viene stroncato dal sole cocente, lavorando dodici ore al giorno nei campi della Puglia, dove i nativi disdegnano occupazioni così faticose (meglio una sinecura offerta dallo Stato, il diritto al lavoro è sancito dalla Costituzione più bella del mondo, che diamine!). La magistratura archivia il caso, la morte è avvenuta per cause naturali. Tutto a posto. E invece no, signori miei, sono questi i casi che dovrebbero farci arrossire di vergogna! Il proprietario terriero che lasciato sotto il sole per ore e ore un suo bracciante senza offrirgli un riparo e facendolo morire è un criminale, e come tale va trattato. Purtroppo il bracciante immigrato, e magari clandestino, non è iscritto ai sindacati legati a doppio filo al sistema politico ladresco, non rientra nel serbatoio di voti a sostegno di Vendola e compagni, appartiene a quel “Lumpenproletariat” che Marx disprezzava perché privo di coscienza di classe.

Giovanni Tenorio

Giovanni Tenorio

Libertino

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