El negozzi de la passerina

Tassiamo la prostituzione
Tassiamo la prostituzione
Cari amici, intanto che Leporello sta facendo un sonnellino e non può sentirmi, permettetemi una confidenza. Io devo essere grato al mio fedele servitore, che tante volte s’è dato da fare per favorire le mie conquiste amorose, e in alcune coircostanze ha addirittura messo a repentaglio la sua incolumità fisica al solo fine di assecondare i miei capricci. Ma c’è una cosa che non gli posso perdonare: quella di avermi detto in faccia senza tanti complimenti, in un momento di stizza non del tutto ingiustificata : “Non crediate di sedurre i miei pari, come le donne, a forza di denari”. Che offesa! Io sedurre le donne a forza di denari? Io un puttaniere? Non sia mai! La seduzione può avvalersi di svariate armi, prima fra tutte la prestanza fisica, poi la signorilità, il garbo, l’eloquenza, qualche menzogna (quale amante non se ne serve?), qualche squisito omaggio, inviti a grandi feste con musica, danze,cioccolato caffè vino Marzemino e presciutti, ma denaro no, questo proprio no! La calunnia che mi perseguita, e che il mio servo in quell’occasione fece propria, è un’impostura della gente plebea: la nobiltà ha negli occhi dipinta l’onestà. Certo, la mia è onestà. Io amo le donne, e nel momento culminante della seduzione sento un trasporto esclusivo, totale, senza infingimenti per la donna che sta cadendo nelle mie braccia. Amore eterno, com’è l’amore di tutti gli innamorati; un’eternirtà destinata in ogni caso ad appassire, magari dopo mesi, magari dopo anni, magari, come capita a me, subito dopo dopo l’amplesso. Ma un attimo prima, sono sincero a dichiarare eterno il mio amore.
L’amore mercenario, invece, quello che si contratta per denaro, non è amore, è sesso. L’amore non si compera, si dona e si conquista; il sesso si può comperare,come ogni altra merce o servizio. E sia ben chiaro: tra adulti consenzienti non c’è nulla di male, è una transazione legittima, obbedisce alle leggi del mercato, da una partre c’è una domanda, dall’altra c’è un’offerta. Probabilmente anche qui è l’offerta che mette in moto la sua domanda, secondo la legge di Say: prima le puttane hanno cominciato a proporre i loro contratti, intuendo e portando alla luce un bisogno; poi i puttanieri li hanno accettati, una volta giunto alla loro coscienza il bisogno fino a quel momento latente. Quindi la prostituzione non può essere il mestiere più antico del mondo. I primi bisogni sono quelli alimentari, per cui è necessario lavorare la terra; l’accoppiamento di Adamo ed Eva non era puttanesimo, semmai incesto, lecito, credo, perché inevitabile (bisognerebbe chiedere al grande biblista che scrive settimanalmente sul “Sole 24 Ore”). Quando poi Caino si diede a fondare le prime città, allora, cominciati i commerci d’ogni tipo, saranno cominciati anche i commerci di sesso. Che anche dopo l’avvento del cristianesimo, nonostante le rampogne di San Paolo, i preti hanno avuto il buon senso di condannare moralmente ma di fatto tollerare. Il grande Tommaso d’Aquino riteneva incomprimibili certi vizi, e quindi non sanzionabili dalla legge civile, anzi forse addirittura benefici per l’equilibrio sociale. A un certo punto ci si è messo di mezzo, come sempre, lo Stato, che condanna i vizi quando sono gestiti dai privati, li considera onesti quando sono regolati dalla mano pubblica: basti pensare al gioco d’azzardo, al gratta e vinci, alle lotterie, ecc. I bordelli un po’ dappertutto sono stati sottoposti a regolamenti rigidi e controlli severi, con la scusa di prevenire le malattie veneree. Un buon soldato giovane, da mandare in guerra come carne da cannone, dev’essere di sana e robusta costituzione, non si possono mandare contro il fuoco nemico schiere di sifilitici. Poi un bel giorno nel Bel Paese una gentile senatrice ebbe la bella pensata di abolire i bordelli parapubblici, non per liberalizzare il mercato del sesso a pagamento, secondo i principi di una sana economia di mercato (offerta di sesso come attività imprenditoriale, con manodopera salariata, oppure in forma di cooperative di lavoro, e altri modelli da inventare, con tanto di contrattazione sindacale, in una feconda dialettica capitale-lavoro, come in tutte le altre attività produttrici di beni e servizi), ma con la pia illusione da un lato di “liberare” le prostitute, dall’altro di abolire la mercificazione del sesso. Risultato: il mercato è diventato clandestino, spostandosi sulle strade, perdendo quel carattere di autocontrollo che è proprio delle attività legali svolte alla luce del sole, dove i diritti delle parti possono essere giuridicamente tutelati e gli abusi puniti. E’ come per il commercio delle sostanze psicotrope, che in quanto clandestino è finito nelle mani della criminalità organizzata, col bel risultato che spesso arrivano truffaldinamente al consumatore miscele impure e talvolta letali. E adesso, qual è la bella pensata di un signore che guida un partito un tempo secessionista, poi federalista ora nazionalista, un tempo anti-terroni, ora anti-immigrati, un tempo costola della sinistra, ora amico di Casa Pound? Legalizzare la prostituzione, e tassarla! Tornare ai bordelli parapubblici? Non ho ben capito. Quel che ho capito bene, invece, è che l’importante è tassare anche il consumo di sesso a pagamento: un modo come un altro per risolvere il problema del debito pubblico. Ma c’è un pericolo: che come per le altre attività supertassate si formino anche in questo settore ampie sacche di lavoro nero: prostitute esentasse tornate sulle strade, quindi a prezzi più bassi, con tutti i pericoli annessi e connessi.

Carlo Porta
Carlo Porta

Se gli esponenti del partito di cui sopra, che vanta un blasone lombardo, fossero meno ignoranti e conoscessero il sonetto di Carlo Porta “Anca el negozzi de la passerina”, non si azzarderebbero a fare certe proposte. Al tempo di Napoleone a Milano il ministro delle finanze Prina aumenta le tasse, anche sui bordelli. Il Porta suggerisce, per ovviare al caro-puttane, di ricorrere alle pratiche autoerotiche. Io credo però che in casi analoghi, il mercato provvederebbe, ancora una volta, attraverso il lavoro nero e l’evasione fiscale.

Giovanni Tenorio

Giovanni Tenorio

Libertino