Two is megl che one (*)

Tutti hanno riso quando Trump si è complimentato con il redivivo Presidente incaricato Giuseppe Conte, chiamandolo “Giuseppi”. Ah, questi americani, che non sanno pronunciare bene l’italiano! A ridere e a compiacersene un po’ meno è stato Salvini, che di Trump si è sempre creduto un grande amicone, perché lo considerava  populista come lui, ferocemente anti-migranti come lui, “prima i nostri” come lui, ben disposto verso la Russia come lui. E qual è stato il bel ringraziamento di tanto sostegno? I complimenti e gli auguri a “Giuseppi”, che si appresta a varare un governo intenzionato a disfare tutto quello che il “Capitano” leghista ha costruito in quello da poco andato a picco. Ma lasciamo perdere Salvini e le sue malinconie.

Io non credo che Trump abbia detto “Giuseppi” per scarsa dimestichezza con la lingua di Dante. Credo invece che l’abbia fatto apposta, che abbia voluto esprimere un plurale. Se la lingua italiana avesse il duale, come il greco antico e anche qualche lingua moderna, Trump avrebbe usato il duale. Perché i Giuseppi sono proprio due: uno è quello del vecchio governo Lega-Cinquestelle”, morto e sepolto; l’altro è quello del nascituro governo PD-Cinquestelle. Conte è stato Primo Ministro dell’uno e sarà Primo Ministro dell’altro. Almeno formalmente. Dell’altro, com’è naturale, non possiamo ancora dire nulla: si vedrà. Dell’uno, possiamo invece dire, come abbiamo già detto e ripetuto, che il Primo Ministro Conte è stato, in realtà, un servitore di due padroni, un semplice notaio di quelle decisioni che i litigiosi due vicepresidenti gli sottoponevano  di volta in volta perché ci mettesse la sua firma. Tutto si svolgeva dietro le quinte; lui firmava. Tant’è vero che le sedute del Consiglio dei Ministri duravano spesso pochi minuti. Che cosa c’era da discutere e da deliberare, quando le decisioni erano già state preparate e impacchettate? In somma: visto che il governo nascituro vuole marcare una discontinuità rispetto a quello morto e sepolto, salvando però il Primo Ministro, ben si può dire che Conte è resuscitato, e che quindi i Giuseppi sono due, quello morto e quello redivivo. Ma siamo proprio sicuri che quello di Trump, di là dalle apparenze, voglia proprio essere un complimento? Finora aveva considerato l’ “avvocato del popolo” un signor Nessuno; ma è probabile che continui a considerarlo tale. Se è vero, secondo l’amara scoperta del pirandelliano Vitangelo Moscarda, che si può essere Uno Nessuno e Centomila, il professor Conte, sia uno o sia due, continuerà a essere un Nessuno. Anche se va riconosciuto che passerà alla Storia per aver introdotto nella politica qualcosa che nel passato – almeno in Italia, ma forse anche altrove – non si era mai visto. Qualcuno ha parlato di incoerenza, ma in politica l’incoerenza non è niente di nuovo, è sempre stata di casa.

Qualcuno ha parlato di trasformismo. Eh no, cari signori. A dispetto della brutta fama che si è guadagnato, il trasformismo è una cosa seria. Fu trasformista ante litteram Cavour quando  mise in crisi il governo D’Azeglio per allearsi con il centro-sinistra di Urbano Rattazzi. Operazione spregiudicata, ma ricca di futuro. Il trasformismo propriamente detto, quello inaugurato da Agostino Depretis, è stato giustificato nientemeno che da Benedetto Croce, nella sua “Storia d’Italia dal 1871 al 1915”. La motivazione è questa: in un sistema parlamentare, soprattutto se maggioritario, è normale  che i partiti estremisti vengano lasciati ai margini, e che le due forze politiche capaci di alternarsi al potere, una più progressista, l’altra più conservatrice, tendano a convergere verso un centro ideale. E’ quindi inevitabile che queste  si possano trovare d’accordo su alcuni principi fondamentali, e che in alcuni casi, a sostegno di certi provvedimenti, si possano formare maggioranze difformi da quella che ha concesso la fiducia al governo. E’ una visione un po’ idealizzata, ma non priva di logica; fermo restando che spesso i bei principi vengono sbandierati a voce, ma di fatto barattati in nome di interessi piuttosto sordidi. Anche la politica di Giolitti fu in qualche modo trasformistica, con quel suo oscillare fra Socialisti e Cattolici, dando un contentino agli uni e un contentino agli altri. Neutralità del governo in materia di scioperi (almeno nel Nord; nel Sud si continuava la vecchia politica prefettizia del manganello), e archiviazione definitiva del progetto di legge per l’introduzione del divorzio proposto da Zanardelli (“Il divorzio in Italia interessa solo a due persone: Zanardelli e il Papa”). Il culmine del trasformismo giolittiano fu il Patto Gentiloni, che rinnegava di fatto la precedente politica di separazione fra Chiesa e Stato, incardinata sul principio cavouriano “libera Chiesa in libero Stato”: rivisitato, e fino a quel momento riproposto dallo stesso Giolitti, con l’immagine delle parallelle che non si incontrano mai.Per concludere: dare del trasformista a Conte significa fare un torto ai trasformisti veri, ai Cavour, ai Depretis, ai Giolitti: la cui politica può anche essere deprecata, ma merita rispetto. Quelli non erano servitori di due padroni, non erano signori Nessuno. E’ vero che non si può giudicare il futuro. Può anche darsi che il signor Nessuno si riscatti, e passi alla Storia come un grande statista. Finora il professor Conte è soltanto uno che ha conservato la sua poltrona rinnegando tutto quello che ha detto e fatto fino a ieri. Un giocatore di bussolotti (ricordiamo che D’Annunzio, a chi un giorno lo chiamò “professore”, rispose: “Guardi che a Napoli professore è chi fa il gioco dei bussolotti”).

Staremo a vedere che cosa riesce a combinare. Qualcuno teme che sia in arrivo un’altra bella patrimoniale, che con la scusa di colpire i ricchi di fatto martellerà, com’è sempre stato, il ceto medio, già tartassato a sufficienza. Maffeo Pantaleoni sosteneva che a inventare nuove tasse son buoni tutti i cretini. Difficile che un cretino possa passare alla storia come un grande statista.

(*) La responsabilità del titolo è di Leporello, a cui è tornata in mente la pubblicità del gelato…

Giovanni Tenorio

Giovanni Tenorio

Libertino

2 pensieri riguardo “Two is megl che one (*)

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    6 Settembre 2019 in 4:47 am
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    La lettera “e” in inglese si pronuncia “i”.
    In fin di parola la “i” in genere mantiene anch’essa il suono “i”, mentre quasi sempre lo cambia nel mezzo. Non è dunque raro lo scambio e/i.
    Valentina Cortese nei film Usa era spesso scritta “Cortesi”, talvolta “Cortesa”.
    Nei giornali Usa dei “roaring twenty”‘ gli Al “Caponi” si sprecavano a bizzeffe.

    A complicare le cose si aggiunga che in Usa *** ESISTE *** il nome Giuseppi.

    —————————————— PQM —————————————————-

    Chiedo l’assoluzione del benchè poco simpatico Trump dall’errore veniale, del resto poi subito corretto.

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      6 Settembre 2019 in 5:58 am
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      EC: “roaring twenties” (come si vede errori ne facciamo tutti),

      Il fatto peggiore di questo governo è che riporta in vita zombies di cui si era persa la memoria, tipo LEU, Sembra un remake del miglior King, quello di “Sometimes They Come Back” o di “Pet Sematary” (qui l’errore grammaticale è voluto poichè contenuto nel testo originale),
      Ne vedremo delle brutte.

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