Non c’è traccia di socialismo nel Vangelo

Sono grato a Nicola Porro per aver segnalato, in una sua rubrica sul “Giornale”, la recente pubblicazione, da parte di IBL, d’un opuscolo (piccolo di dimensioni, ma denso di pensiero) dell’economista francese Charles Gave, intitolato “Gesù economista”. Non mi interessa qui farne una recensione, anche perché, nell’articolo sopra citato, Porro ha già provveduto alla bisogna da par suo.

Il succo della tesi svolta dall’Autore è questo: non c’è traccia di socialismo nel Vangelo. La morale predicata da Gesù non è rivolta alla collettività, ma all’individuo. Tutte le parabole o gli episodi che in qualche modo toccano l’ambito dei rapporti economici sembrano piuttosto orientati verso un modello che esalta la libertà degli scambi, il rischio d’impresa, il sistema contrattuale, la remunerazione del capitale investito, il tasso d’interesse come prodotto del tempo e del rischio nel calcolo economico. Si esclude che il valore di un bene o di un servizio corrisponda al lavoro impiegato per produrlo. Si deprecano invece l’accumulazione fine a se stessa (la parabola del ricco stolto che tesaurizza i frutti del suo fondo; quella del servo infingardo che sotterra il talento ricevuto anziché investirlo, o magari soltanto depositarlo in banca per riscuoterne gli interessi), e la rendita. Siamo quindi lontanissimi da Marx e per molti aspetti vicini al marginalismo austriaco (il vignaiolo paga gli ultimi operai assunti allo stesso modo dei primi perché il valore marginale del lavoro richiesto è nel frattempo cresciuto).

Quel che qui mi interessa è in particolare la dimostrazione – inoppugnabile, fondata su precise citazioni testuali – che la morale di Gesù riguarda gli individui. E’ quel che ho sempre pensato anch’io. Gesù non si rivolge alla società, alle organizzazioni, allo Stato: si rivolge a ciascuno di noi. La responsabilità è sempre individuale. Lo Stato viene ignorato o addirittura escluso. “Date a Cesare quel che è di Cesare” significa che lo Stato deve pensare ai fatti suoi e non interferire nelle faccende religiose. Allo stesso modo, chi si arroga il potere di parlare in nome di Dio deve astenersi dal parlare di quanto non gli compete.

Gave ha davanti agli occhi il modello francese, cui non risparmia critiche atroci, mettendone in evidenza l’opprimente statalismo. Le sue critiche però potrebbero applicarsi pari pari anche al modello italiano; anzi, al modello europeo; di più, a tutti i moderni sistemi liberal-democratici che, quali più quali meno, intervengono pesantemente nelle dinamiche economiche con provvedimenti che distorcono il mercato e una pesante fiscalità giustificata con motivi solidaristici (mi viene in mente l”economia sociale di mercato”: quasi che il mercato, quello vero, non fosse già sociale di per sé, e avesse bisogno di essere socializzato. Magari con una tassazione progressiva…). Quanto alle interferenze della gerarchia cattolica nelle faccende temporali dei governi, è illuminante questa osservazione:” Quando il cardinale cattolico primate d’Inghilterra dichiara che accettare di pagare più imposte se lo Stato lo chiede è un dovere di solidarietà per ogni fedele, egli dice in una frase tre grosse sciocchezze. Cosa alquanto frequente per un cardinale che esce dal campo religioso…In quanto discepolo del Cristo, non ha nulla da dire sulle imposte prelevate da Cesare. In quanto successore degli Apostoli, non deve usare l’argomento dell’autorità che gli conferisce la sua posizione per giustificare una decisione di aumento delle imposte, la quale rientra nel campo della logica economica. In quanto cattolico, non ha il diritto teologico di fare appello a una morale collettiva”.

Non si potrebbe dir meglio. Non vi ricorda nulla il pronunciamento del cardinale inglese? A me qualcosa ricorda. In Italia qualche alto prelato, recentemente, ha deplorato la cosiddetta “Flat Tax” perché contraria al principio della progressività fiscale. Che cos’ha che fare la progressività fiscale con la carità cristiana?Assolutamente nulla. Il ricco ha il dovere morale di aiutare il povero, se vuole essere gradito a Dio e salvare la propria anima. Nessun ente collettivo ha però il diritto di spogliarlo in nome della solidarietà. Il problema della progressività fiscale è puramente economico. E’ giustificata, non è giustificata? E’ benefica, non è benefica? Non è giustificata perché il principio dell’utilità marginale decrescente del reddito non sta in piedi. Non è benefica perché scoraggia la produzione di ricchezza. Ma questi sono ragionamenti squisitamente economici, da lasciare agli economisti e ai governanti. La teologia non ha nulla da dire in proposito.
Anche l’attuale opposizione della gerarchia cattolica italiana alla politica anti-immigrati di Salvini ha poco o niente che fare con l’insegnamento evangelico. Il sacerdote e il levita che non soccorrono il poveretto lasciato in una pozza di sangue dai briganti sulla strada fra Gerusalemme e Gerico risponderanno davanti a Dio della loro mancanza di pietà, il buon samaritano avrà la ricompensa del suo generoso aiuto. Lo Stato, la società, non c’entrano nulla in tutta questa faccenda. Pensate alla leggenda di San Martino: dona metà del suo mantello al povero, e nella notte sogna Cristo rivestito di quel panno. Commovente davvero (sì, anche una canaglia come me è capace di commuoversi davanti alla freschezza della fede sincera). Ancora una volta lo Stato non c’entra. San Martino è un soldato, dona solo la metà del mantello che indossa perché è sua, mentre l’altra metà appartiene… allo Stato! Lo Stato resta al di fuori del suo meraviglioso atto di carità.
Con questo non intendo dire che la politica anti-immigrazione di Salvini sia una bella cosa. E’ un problema politico, da giudicare politicamente. In un contesto anarchico sarebbe il mercato (unito alla beneficenza dei privati) a regolare i flussi migratori. In un contesto statalista, qual è quello in cui purtroppo viviamo, è inevitabile che chi ha fame si sposti verso quei Paesi dove le provvidenze pubbliche, grazie al denaro estorto ai cittadini attraverso la fiscalità, sembrino promettere di poterli sfamare. E’ evidente che, in queste circostanze, il flusso migratorio va regolato con interventi governativi, se non si vuole che la spesa pubblica si gonfi a dismisura e la pressione demografica diventi insopportabile. Ancora una volta sarà la politica a stabilire come(gli immigrati, entro certi limiti, sono indispensabili; oltre quei limiti, sono un problema). La teologia, in proposito, non ha nulla da dire.

Che pensare dell’ultimo numero di “Famiglia cristiana” sulla cui copertina Salvini è raffigurato come Satana? Cattivo gusto e nessuna carità. Salvini ha ragione di risentirsi. Però sbaglia a sua volta quando si fa promotore di un disegno di legge che obbliga all’esposizione del crocifisso in tutti i luoghi pubblici. Qui non hanno torto i preti quando dicono che il crocifisso è “cosa loro”: non deve essere un segno di identità culturale, ma una dichiarazione di fede. Giustissimo. La politica non ha nulla da dire in proposito. Nei tribunali, nelle scuole, negli uffici pubblici si esponga la bandiera nazionale, si ostendano i simboli della Repubblica democratica fondata sul lavoro.

Il crocifisso rimanga nelle chiese e nei luoghi religiosi.

Però mi sia concesso di ripetere che anche una crociata contro i crocifissi (mi si perdoni il gioco di parole) non mi sentirei di sostenerla. In un sistema anarchico, dove la giustizia sarebbe amministrata da soggetti privati in concorrenza tra loro, io mi rivolgerei di preferenza a un’agenzia che espone il crocifisso che a una che espone la bandiera rossa. Lo so che tanto nel nome dell’uno quanto in quello dell’altra sono stati compiuti i più atroci delitti. Ma l’Uomo che fu inchiodato alla croce sotto Ponzio Pilato è, come Socrate, una vittima, non un carnefice.

Giovanni Tenorio

Giovanni Tenorio

Libertino