La democrazia è un mito (anche in Catalogna)

Premessa: distinguiamo bene fra principio maggioritario e democrazia. Il primo è una semplice tecnica, che può essere adottata se si tratta di prendere decisioni collettive, allorché sia difficile o impossibile raggiungere l’unanimità. Non è l’unica: ce ne sarebbero molte altre, dalle più rozze alle più raffinate. Fra le prime, quella di scontrarsi fra dissenzienti con la violenza, non importa se prendendosi a pugni, a coltellate o a pistolettate. Vince chi è più forte, magari eliminando fisicamente chi è più debole. Fra le seconde, il sorteggio, o il principio di anzianità (vincono i vecchi, considerati più saggi, anche se rimbambiti), o il principio aristocratico ( vincono i “migliori”, che magari sono i più nobili, non importa se delinquenti), o il principio censitario (vincono i più ricchi). Si possono adottare anche sistemi misti, come in un condominio, dove contano le teste ma anche le quote di proprietà. Nell’assemblea degli azionisti di una società commerciale a pesare sarà solo il valore delle azioni che si posseggono. E così via. Basta mettersi d’accordo. Se tutti i partecipanti a un atto decisionale sono in sintonia sulla tecnica da adottare per arrivare a una conclusione, ogni decisione dovrà essere considerata legittima, in base a una scelta contrattuale, espressa o tacita, formale o informale, che la precede e la giustifica. Una di queste scelte può essere il principio di contare le teste, invece di spaccarle: che è il principio maggioritario di cui parlavamo.

La democrazia, invece, è un mito. Adotta anch’essa uno schema maggioritario, ma lungi dal considerarlo una semplice tecnica, il cui merito è quello di sostituire alle coltellate la conta delle teste, lo considera uno strumento per portare alla luce una fantomatica volontà del popolo, titolare della sovranità. Ma il popolo, ammesso e non concesso che possa avere una volontà non ha mai governato, neppure nelle democrazie dirette più radicali; diciamo piuttosto che una maggioranza (che magari, adottando procedure di voto diverse, sarebbe risultata una minoranza) legittima, con il suo numero, le proposte di un sovrano vero, si tratti di un governante singolo o di un’oligarchia dominante. Così era nella fin troppo celebrata democrazia dell’antica Atene. Le maggioranze che si formavano nell’Ekklesìa erano frutto di votazioni cui partecipava una frazione ampia, ma pur sempre minoritaria, dei cittadini con diritto di voto. A comandare erano i vari Cimone, Aristide, Temistocle, Pericle, Efialte, Cleone, Alcibiade. In nome del popolo, senz’altro; ma secondo i propri intendimenti. Il popolo restava un’entità sfuggente, che neppur si poteva propriamente assimilare alla maggioranza dei votanti. Tant’è vero che Aristotele affermava che, se – per ipotesi puramente accademica- in una città i poveri fossero in minoranza e in ricchi in maggioranza, sarebbe democratico che a prevalere fossero le scelte dei poveri. Bel pasticcio, vero?

Ma, si dirà, quelle erano le democrazie antiche; le democrazie moderne sono altra cosa. Innanzitutto, oggi la democrazia diretta – un tempo l’unica forma concepibile- si affianca soltanto come integrazione e correzione a un principio prevalente di delega rappresentativa, che si incarna negli organi parlamentari. Sempre Aristotele affermava che la democrazia è possibile solo in un contesto cittadino, non in un grande territorio, perché non immaginava neppur lontanamente un sistema indiretto, che invece ai nostri tempi è la norma. Sono i parlamenti, oggi, a decidere in nome del popolo: e i loro membri sono eletti sulla base di criteri ben precisi, secondo procedure sottoposte a controlli rigorosi. A fondamento di tutto sta una carta costituzionale che garantisce, per i cittadini, la piena libertà d’espressione delle scelte politiche e configura strutture e funzioni degli organi istituzionali, stabilendo i criteri per la legittimazione di chi ne assume la titolarità. Per alcune scelte, il popolo può essere chiamato a decidere direttamente tramite referendum (c’è chi sogna di poter ritornare al voto assembleare di popolo per le singole decisioni, grazie alle tecnologie informatiche: un ritorno all’ Ekklesìa e una rivincita di Rousseau). Il sistema nel suo complesso sarebbe il risultato di un contratto sociale. Chi è cittadino di un determinato Stato nazionale implicitamente lo sottoscrive. Quindi, ogni decisione che scaturisca dagli organi costituzionali legittimamente formati è per lui vincolante. Tutto lineare, vero? Neanche per idea.
Guardate un po’ che cosa sta capitando nella mia terra di Spagna, dove ne ho sedotte milletré (di cui, ve lo confesso per la prima volta, le più belle, anche se in numero minore, erano catalane). Qualcuno si meraviglia perché il re Felipe IV ha sconfessato il referendum per la secessione tenutosi in Catalogna. Che cosa doveva fare? Si è comportato come il re di una monarchia costituzionale: ha fatto valere i principi di una costituzione democratica che sancisce l’indivisibilità del territorio. Sarebbe stato antidemocratico se avesse fatto il contrario. Se rinnego un principio fissato in una costituzione democratica, il mio comportamento è antidemocratico. E’ la logica, non ci si scappa.

Ma che cosa c’è di più democratico che permettere a un popolo di esprimersi? E se il popolo di una regione non vuol più essere sottoposto a un certo sistema nazionale, ma preferisce separarsi per costituirsi a sua volta come Stato-nazione e governarsi da sé, non è forse vero che impedirglielo è antidemocratico? Nessuno nel Regno Unito ha contestato la legittimità costituzionale del referendum per l’indipendenza della Scozia (e neppure quello per la Brexit, che è una secessione dall’Europa). Si dirà: nel Regno Unito non esiste costituzione scritta, tutto dipende. anche sul piano istituzionale, dal diritto consuetudinario, che per sua natura non può sancire l’indivisibilità di un territorio. Quindi l’inesistenza di una costituzione scritta è una condizione più democratica della sua esistenza? Una consuetudine è più democratica di una votazione a maggioranza? Le cose cominciano a ingarbugliarsi.

Si ingarbugliano ancora di più se uno dice: giusto ascoltare la voce del popolo che vuole l’indipendenza, ma sarebbe giusto anche tener conto di tutti gli altri abitanti del territorio nazionale da cui si chiede la secessione: questo perché se c’è sempre stata un’interdipendenza tra la regione che ora vuole staccarsi e il resto del territorio nazionale, un’eventuale rottura di tale interdipendenza potrebbe da un lato avvantaggiare i secessionisti ma dall’altro danneggiare chi rimane, alterando equilibri che si sono stabiliti nel corso dei secoli. Ma allora, se il 100% del popolo di una regione, esiguo in valore assoluto, chiede l’indipendenza, e l’80% di tutto il resto, inferiore in percentuale ma molto maggiore in valore assoluto, la rifiuta, che cosa è democratico? Premiare il 100%, che in valore assoluto è minoritario, o il’80%? Facile obiettare: bisogna premiare il 100%, perché è giusto che risorse raccolte attraverso l’imposizione fiscale rimangano nel territorio da cui sono state prelevate, per finanziare i servizi erogati a beneficio dei suoi abitanti, anziché essere redistribuite anche a beneficio delle regioni che, in quanto più povere, pagano meno di quanto ricevono, come ora succede. Il discorso non fila, se si ammette – come tutti i democratici d’oggi – che le democrazie moderne sono solidaristiche. Quindi, se è giusto che le imposte pagate da chi ha redditi maggiori (magari col sistema progressivo, ormai vigente dappertutto) vadano a vantaggio di chi paga meno ma versa in condizioni economiche meno floride, così è ugualmente giusto che le regioni più ricche di uno Stato nazionale devolvano parte delle loro risorse a favore di quelle meno fortunate. Sistema perequativo. Democrazia non solo formale, ma anche sostanziale.
Conclusione: la democrazia è il peggiore dei sistemi politici, esclusi gli altri, diceva Churchill. Sicuramente è meglio un sistema democratico che un regime autoritario o totalitario. Ma se abolissimo la politica? Se riuscissimo a fare a meno dello Stato? Se ciascuno potesse scegliere di far da sé o di affiliarsi al regime che preferisce? Tutto sarebbe semplificato. Chi vuol restare madrileno rimane madrileno, chi vuol diventare catalano diventa catalano, chi vuol fare a meno di una cittadinanza nazionale e dichiararsi cittadino del mondo rinuncia a ogni affiliazione politica. Anarchia e panarchia sono le forme migliori di società.

Detto questo, mi sento solidale con i catalani, anche se non credo al secessionismo come anticamera dell’anarchismo. Vedere la sbirraglia madrilena che prende a manganellate gente inerme, solo per impedirle di esprimere con un voto una propria scelta, mi provoca raccapriccio. Il governo Rajoi avrebbe fatto meglio a lasciar svolgere pacificamente la consultazione, e poi dichiararne l’invalidità, accettando però un confronto con le autorità catalane, nel tentativo di arrivare a un compromesso, ad esempio a una soluzione di tipo federale, con accentuata autonomia fiscale e più estesa potestà legislativa. Col suo intervento muscolare, Rajoi ha esacerbato gli animi e resa di fatto assai difficile una soluzione pacifica. Intanto, in Europa gli altri capi di Stato si grattano la testa. Da che parte stare? Non è bello tener la parte del manganellatore Rajoi, ma giustificare i catalani potrebbe esser preso per consenso alla legittimità della secessione, il che, con il vento che tira, favorevole alle rivendicazioni micro-identitarie, potrebbe esser pericoloso per la stabilità interna.

Alla faccia della democrazia!

Giovanni Tenorio

Giovanni Tenorio

Libertino

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