Lettera aperta alla ministra Fedeli

No, cara Ministra Fedeli, non venga a raccontarci baggianate. Con le bugie che ha già dette in passato e con quella faccia che si ritrova, Lei non può affatto dire ciò che vuole. Deve misurare le parole, centellinarle, controllarle una per una su un buon vocabolario. Il Suo dicastero ha fatto la solita figuraccia, in occasione degli esami che un tempo si chiamavano di Maturità, ora si chiamano di Stato (molto meglio il vecchio appellativo: misurare e garantire la maturità, che è una meta sempre sfuggente, può essere velleitario; che sia lo Stato ad accertare, con il suo sigillo, non si sa bene che cosa è come garantire con un marchio DOC il contenuto di una bottiglia vuota: vuota come le teste di molti esaminandi, che magari vengono promossi a pieni voti).

Qualche anno fa fu proposto un brano, non ricordo se per Greco o per Latino, che, anziché essere tratto da un’edizione critica, sembrava fotocopiato da uno dei tanti eserciziari che circolano nelle scuole, dove i testi degli autori classici sono spesso manipolati ad usum delphini. Poi fu la volta, per Italiano, di una lirica di Montale che, rivolta a un personaggio di sesso maschile, veniva presentata ai malcapitati studenti come indirizzata a una donna. In attesa di vedere quale altro pasticcio del genere saranno stati capaci di combinare, per gli esami dei prossimi giorni, i cosiddetti esperti ministeriali (che hanno avuto un anno di tempo per ponderare le loro scelte), ci è stato offerto qualche giorno fa un prelibato antipasto di castroneria, sul sito del Suo dicastero, gentilissima Signora Ministra: TRACCIE, al posto di TRACCE. Se è questa la cultura che lo Stato pretende di certificare, c’è da mettersi le mani nei capelli. Pazienza se un conduttore televisivo parla di ARMISTIZIO DI CASSAIBOL, come se Cassibile fosse una località inglese o americana; pazienza se un giornalista ignorante -naturalmente iscritto all’Albo istituito dal Fascismo e recepito dalla Repubblica democratica fondata sul lavoro- invece di scrivere aut-aut, scrive out-out, come se fosse un’espressione mutuata dalla lingua di Albione. Pazienza se qualche oca televisiva legge SAIN DAI per SINE DIE (dopo tutto non fu Don Milani a dire che i professori di Latino erano “custodi del lucignolo spento?” Ecco il risultato). Ma che il Ministero dell’Istruzione venga meno alle più semplici regolette di ortografia, quelle che i buoni maestri di un tempo insegnavano fin dalla seconda elementare, è davvero un po’ troppo. Una volta lo imparavano tutti: i nomi che escono in -cia e -gia al plurale perdono la i se l’uscita è preceduta da consonante: quindi CAMICIE, ma MANCE, e così pure TRACCE. “Ma allora perché CASSA DI RISPARMIO DELLE PROVINCIE LOMBARDE?” Dovrebbe scriversi PROVINCE! -saltava su il Pierino di turno. E il buon maestro – che a suo tempo un po’ di Latino l’aveva studiato, perché i suoi custodi del lucignolo spento gliel’avevano insegnato – a spiegare, pazientemente, che è giusto anche PROVINCIE, perché in Latino così si scriveva: “Se qualcuno di voi studierà Latino, capirà meglio…” Erano i tempi in cui Berta filava. Poi arrivarono il mitico Sessantotto, il sei politico, gli esami di gruppo, la scuola di Barbiana, le riforme scolastiche una più demenziale dell’altra, fino all’odierno sfascio dei corsi universitari. E, ciliegina sulla torta, a Lei, Signora Ministra, che millanta titoli fasulli e, a quanto pare, zoppica anche in ortografia (stendiamo un velo pietoso sui suoi strafalcioni in Storia – Napoleone che firma l’armistizio di Cherasco con Vittorio Emanuele III-; sarebbe infierire troppo). “Che pretendiamo! – esclamerà qualcuno – C’è un vicepresidente della Camera che mal governa i congiuntivi ed è esponente di spicco di un partito che, prima o poi, potrebbe giungere al governo del Paese; ben possiamo avere una Ministra dell’Istruzione che mal governa l’ortografia”.
Conosco le Sue giustificazioni, gentile Signora, ma mi fanno l’effetto di cui parla quel famoso detto veneto: Pezo el tacon del buso, peggio la toppa dello strappo. La colpa, dice Lei, è della Società che ha avuto in appalto la gestione del servizio. Mi scusi, quando Lei va al mercato a comperare le pere o le mele o le ciliegie (ciliege? Anche!), la guarda la frutta che compera, o la mette nella borsa a casaccio? Se compera un’auto, controlla che la carrozzeria sia in ordine e il motore funzioni bene? O aspetta che siano i Suoi convitati a dirLe:”Signora, ma che razza di frutta ha comperato? E’ tutta marcia!”. O il Suo vicino di casa a osservare: “Guardi che la fiancata della sua macchina fa già la ruggine”. Non ha controllato il risultato del lavoro che ha affidato ad altri? Questo significa tenere la testa dentro un sacco.

Lei parla di refuso. No, Signora, non ci siamo. Gliel’ho detto che Lei dovrebbe controllare attentamente sul vocabolario ogni parola che pronuncia o scrive. Non è un refuso, TRACCIE, è uno strafalcione. Sa che cos’è, tecnicamente, in tipografia, un refuso? E’ il corrispondente del lapsus linguae nell’espressione orale e del lapsus calami nella scrittura corsiva (lapsus linguae , lapsus calami: ancora Latino; benedetti i custodi del lucignolo spento!). Dico, o scrivo, NAVE, mentre volevo dire, o scrivere, NEVE. Uno che scrive TRACCIE non fa un refuso, semplicemente esibisce la propria ignoranza ortografica; allo stesso modo in cui io esibisco la mia protezione a Zerlina per conquistarne il cuore ( e quella bestia di Leporello pretende di esibire la sua molestando le contadinotte).

Voglio raccontarLe un aneddoto. Conosce il paese di Brunate, una ridente località di mezza montagna, oggi purtroppo in decadenza, proprio sopra Como? Ebbene, parecchi decenni fa una piccola tipografia comense ebbe l’incarico, da una ditta di quel paese, di stampare un certo numero di calendari da distribuire ai clienti come omaggio augurale per l’anno nuovo. L’addetto alla composizione (allora si usavano ancora i caratteri mobili di piombo), nell’indirizzo della ditta committente, da stamparsi in bella vista, compose BRUNALE anziché BRUNATE. Stampata la bozza, nessuno se ne accorse. Quando ormai metà dei calendari in lavorazione erano stati stampati, il figlioletto del tipografo, che allora frequentava la seconda elementare, chiese ingenuamente al padre: “Papà, dov’è Brunale?” “Stupidino, leggi bene: Brunate! Oh, bestia, abbiamo proprio scritto BRUNALE!!!”. Quello sì che era un refuso!
I calendari già stampati furono mandati al macero e il lavoro si dovette ricominciare da capo. L’addetto alla composizione si prese una bella lavata di capo. State sicuri che se i calendari marchiati dal refuso fossero stato consegnati in quelle condizioni al committente, questo avrebbe scoperto subito la magagna e li avrebbe protestati. Non avrebbe aspettato che fosse qualcuno dei suoi clienti a dirgli: “Bello il suo omaggio augurale… Ma ha cambiato indirizzo? Dov’è Brunale? Io non l’ho mai sentito nominare…”

Con la più grande disistima.

Giovanni Tenorio

Giovanni Tenorio

Giovanni Tenorio

Libertino