Trump: la maschera del grande statista

A chi ha sempre visto in Trump un campione dell’anticonformismo libertario, chiudendo occhi e orecchie davanti a esternazioni che ogni liberale dovrebbe respingere con orrore, non sembra vero di poter elevare al cielo inni di gloria dopo che il Presidente USA ha avuto il coraggio di rimettere in discussione il patto parigino contro il cosiddetto riscaldamento globale. Vedete che grand’uomo? Lui sì che ha capito tutto, e ha il coraggio di trarne le conseguenze. Può anche darsi che in tali faccende ci capisca poco e abbia soltanto dato ascolto alle esortazioni dei suoi consiglieri. Segno che ha scelto bene le persone di fiducia, che è disposto ad ascoltare chi ne sa più di lui. Dio ce lo conservi a lungo, ha detto qualcuno.

A me pare che ancora una volta, accecati dalla simpatia per un uomo che, in ogni suo aspetto, simpatico non dovrebbe sembrare a nessuno (ma i gusti sono gusti), si siano prese lucciole per lanterne, fermandosi all’apparenza e rifiutando di verificare la sostanza della solenne proclamazione. L’apparenza è buona, non sarò io a negarlo. Che gli accordi contro il surriscaldamento del clima siano una sciocchezza grande come un elefante dovrebbe esser chiaro a ogni persona capace di ragionare con la propria zucca. Che rapporto c’è tra inquinamento e riscaldamento? Nessuno. Il primo va combattuto, approfittando di tutte le più moderne tecnologie di cui disponiamo e penalizzando chi inquina. Il secondo non è detto che sia di origine antropica, anzi molti indizi fanno pensare che così non sia. La Terra ha conosciuto glaciazioni e riscaldamenti in epoche in cui l’uomo era ancora di là da venire. La Groenlandia si chiama così, cioè “terra verde”, perché quando fu scoperta era ammantata di vegetazione, quindi da quelle parti la temperatura media era più alta di adesso. Al tempo di Dante, rispetto alle epoche successive, quando si ebbe addirittura una “piccola glaciazione”, la temperatura  era più elevata, eppure non risulta che le calotte polari si siano fuse e Venezia sia  finita sott’acqua: la città lagunare era più che mai florida, e anche le altre repubbliche marinare se la cavavano benone. Quindi, ha molto senso investire somme enormi per tenere a bada le variazioni climatiche, se (ammesso e non concesso che siano verificate da prove inoppugnabili)  dipendono da fattori in gran parte estranei alle attività umane? Parrebbe di no. E allora, perché tanto scalpore, se qualcuno si permette di fare qualche obiezione? Perché dietro la bufala del riscaldamento di origine antropica ci sono troppi interessi inconfessati. Presso l’ONU è insediata addirittura una squadra di pseudo-scienziati pagati apposta per studiare il problema e proporre soluzioni. Dico pseudo-scienziati perché uno scienziato vero non manipolerebbe i dati, come hanno fatto loro, per corroborare la propria tesi di fronte alla comunità scientifica e all’opinione pubblica (non mi si venga a dire che lo faceva anche Galileo. A Galileo possiamo anche perdonarlo, agli sfigati morti di fame no). Avrebbero dovuto essere cacciati con una nota di ignominia, invece sono ancora lì a pontificare. E a rubare denaro pubblico. Faranno di tutto per continuare a sostenere le loro bubbole. In secondo luogo al discorso del riscaldamento antropico è strettamente legato quello delle tecnologie alternative per la produzione di energia elettrica: fotovoltaico, pale eoliche e altri marchingegni del genere, i cui produttori sono lautamente sovvenzionati con denaro di Pantalone (è il peggior capitalismo che si possa dare: qualcosa di simile a quello dei cosiddetti “trivellatori di Stato”, come li chiamava Luigi Einaudi).

Infine, la battaglia per il clima è tutta manna per i politici. E’ il modo migliore per acquisire consensi, anche grazie a una diffusa compiacenza dei media, e per ingaggiare una guerra che, non potendo avere una conclusione, continuerà a fornire pretesti per interventi pubblici e spreco di denaro, dando l’impressione che i bravi rappresentanti del popolo, democraticamente eletti da cittadini evoluti e consapevoli, governino in modo esemplare nel nome del bene comune (con la benedizione di Santa Romana Chiesa e del suo illuminato Pastore, la cui enciclica ecologica è Verbo divino più sacro dei Vangeli). In somma, è una lotta come quella contro la droga. Non si può vincerla e neppure si vuole, per orientare l’opinione pubblica in una certa direzione e distoglierla da altri problemi.

Ma allora, dirà qualcuno, viva davvero Trump, che ha il coraggio di cantare fuori del coro, col pericolo d’esser messo alla berlina e di escludersi dai benefici che l’ipocrisia collettiva riserva a tutti gli altri padroni del vapore. E invece no! Trump ha detto chiaramente che vuol tornare al carbone per ridare lavoro ai minatori che rischiano la disoccupazione. Ne prendano nota quelli che accomunano il bestione americano alla rimpianta Lady di Ferro. Vi ricordate? Quella fece chiudere le miniere, perché ormai i costi di produzione erano fuori mercato, giungendo addirittura a far caricare i minatori in sciopero dalla polizia a cavallo. Aveva ragione lei, anche se si possono umanamente comprendere le resistenze della povera gente preoccupata dallo spettro della disoccupazione. Trump fa il contrario. Le miniere vuole riaprirle, anche se il loro declino non è stato determinato da un malvagio babau, ma dalle forze del mercato: le stesse che a suo tempo misero fuori gioco le carrozze a cavalli in favore delle ferrovie e delle automobili, le candele in favore delle lampadine, i segnali di fumo in favore del telefono, le macchine per scrivere in favore della videoscrittura, i grammofoni a manovella col trombone in favore dei giradischi elettrici, e via di seguito. Trump si sta rivelando per quello che è sempre stato: un nazionalista, un protezionista, un luddista. Se voleva davvero cantare una bella canzone fuori del coro -invece che una canzonaccia da ubriacone, come ha fatto (chiedo scusa della metafora infelice; mi dicono che sia astemio: altro difetto per me inescusabile)-  avrebbe dovuto dire: “Signori, inquinamento e riscaldamento globale sono due problemi diversi. Il secondo, ammesso e non concesso che sia scientificamente accertato, non è nelle nostre forze fermarlo. Il primo sì. Meno carbone usiamo, meglio è. Anche il petrolio è meglio risparmiarlo. Io sono per il nucleare, che rimane la tecnologia meno inquinante. Quando il mercato -quello puro, senza sovvenzioni- troverà una buona alternativa, più efficiente e meno costosa, ne saremo tutti lieti. Pensate come sarebbe bello poter immagazzinare l’energia prodotta col sole e col vento. Purtroppo ora non è così. Quando piove o c’è bonaccia, dobbiamo accendere la candela”.

Da anarchico non amo gli statisti, ma questo sarebbe stato un discorso da grande statista, in un’epoca in cui dal nucleare tutti scappano. Anche gli svizzeri (avete visto?) che molti libertari considerano il popolo più intelligente della Terra. Paura fa novanta, anche per loro. Che faranno? Ormai le loro risorse idriche sono state sfruttate fino all’ultima pisciatina, sole ne hanno poco; quanto al vento… costelleranno le creste dei monti di sequele e sequele di pale eoliche? E quando piove e non tira vento? Candele, signori miei “come ai temp da prima ca ga fuss al re”.

Ps. Mi giunge or ora notizia che,  nel comune di San Severo, in provincia di Foggia, è in costruzione un impianto capace di immagazzinare l’energia prodotta dal sole. Sta a vedere, mi dico , che finalmente abbiamo risolto il problema dell’intermittenza: anche se piove, possiamo aver accumulato energia di origine solare sufficiente per sopperire ai nostri bisogni. Però.approfondendo il discorso, mi par di capire (sarei contento che qualche persona ferrata in materia mi smentisse) che l’autonomia sarebbe soltanto di nove ore: un po’ pochino. Può darsi che si riesca, in futuro , a far di meglio, e sono il primo ad augurarmelo con tutto il cuore. Per ora, in Puglia, vedo solo grandi distese di pale eoliche, spesso ferme, che deturpano il paesaggio d’una regione bellissima. A pro di chi? Degli odierni trivellatori di Stato.

Giovanni Tenorio

Giovanni Tenorio

Libertino

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