Democrazia, il governo dei peggiori?

Non so come siano andate veramente le cose nell’assalto a Capitol Hill, né la faccenda in sé mi interessa più di tanto. Che sia stato Trump non dico a ordinare direttamente l’atto di violenza (perché così non è, chi lo dicesse mentirebbe sapendo di mentire), ma anche soltanto ad augurarselo, fomentando con la sua infiammata loquela i facinorosi, mi sembra da escludere, anche se indubbiamente le parole con cui ha arringato la folla dei suoi sostenitori nel tumultuoso  discorso tenuto nel giorno in cui al Senato si doveva proclamare ufficialmente l’investitura presidenziale di Biden in base ai risultati elettorali  sono state come benzina sul fuoco nella testa di alcuni scapestrati. La sua deplorazione dell’accaduto e il suo invito a tornare a casa rivolto ai violenti sono arrivati un po’ in ritardo, quando ormai l’irreparabile era capitato.. Allo stesso modo, mi sembra poco verosimile che si sia trattato di un machiavello ordito dagli oppositori di Trump e assecondato dagli apparati istituzionali, per infangare il presidente uscente, anche se è risaputo che le polizie di tutti i tempi e di tutti i Paesi hanno sempre fatto ricorso a infiltrazioni nelle file dei movimenti eversivi per screditarli provocando ad arte disordini:  agnosco stilum. Una cosa è certa: la vicenda si è ritorta contro Trump (ed è questo il motivo per cui non credo che sia stata da lui  architettata di proposito; significherebbe riconoscergli una patente di stupidità  che non si merita: rozzo sì, cretino no). Anche se la richiesta di impeachement avanzata dai Democratici – che gli impedirebbe in punto di diritto la ricandidatura –  si risolverà in nulla, il Partito Repubblicano, con tutta probabilità, cercherà di liberarsi di un personaggio così ingombrante, sbarrandogli la strada della nomination per le prossime elezioni presidenziali. La riflessione che qui vorrei fare è un’altra. Prendendo spunto dalla situazione americana, di cui l’episodio deplorevole dell’assalto a Capitol Hill è soltanto un grave sintomo, vorrei proporre alcune considerazioni sulla democrazia in generale. Un errore piuttosto grossolano che si sente ogni tanto ripetere è quello secondo cui la democrazia sarebbe stata inventata dai Greci. E’ vero se si parla della loro democrazia, non della nostra. Qualcuno a questo punto ripenserà al famoso saggio di Benjamin Constant sulla differenza tra la libertà degli antichi e la libertà dei moderni. Fermo restando che il ragionamento di Constant rimane nella sostanza pienamente condivisibile (quella degli antichi era libertà di partecipare al potere, quella dei moderni è, o vorrebbe essere,  libertà dal potere), vorrei qui prescindere dal concetto di libertà e concentrarmi piuttosto sull’idea del potere: chi ha il diritto di esercitare il potere? In altre parole: chi è il DEMOS in nome del quale il potere può essere legittimamente esercitato? I moderni non hanno dubbio: il volere del  DEMOS è espresso dalla maggioranza numerica. Meglio contare le teste che spaccarle. Quindi, come diceva Churchill, la democrazia è il peggiore dei sistemi politici, esclusi gli altri. Ma gli antichi Greci mica la pensavano così. Tra la loro democrazia e la nostra c’è una differenza più marcata di quella che Constant immaginava. Ha avuto il merito di ricordarcelo Luciano Canfora, autore di un libro sulla storia della democrazia che, di là dalle polemiche sollevate al tempo della sua pubblicazione, irrilevanti per il nostro discorso d’ ora, è per molti aspetti davvero pregevole, anche per chi non si riconosce nell’ideologia marxista su cui l’autore con grande coerenza fonda la sua visione politica: secondo Aristotele, maggioranza numerica e legittimità democratica sono due cose diverse, di solito coincidenti, ma non necessariamente. Ecco il passo della “Politica” dove il concetto è chiaramente espresso: “Non bisogna supporre, come sogliono fare alcuni, che c’è senz’altro democrazia dove la maggioranza è sovrana (anche nelle oligarchie la maggioranza è sovrana) e oligarchia  dove pochi sono sovrani del governo. Se ad esempio ci fosse una massa di milletrecento persone e di costoro mille fossero i ricchi e non ammettessero alle magistrature i restanti trecento, di povera condizione ma liberi e per ogni altro rispetto uguali, nessuno direbbe che quello è un regime democratico. Parimenti, se i poveri fossero pochi, ma egemoni rispetto ai ricchi, pur essendo questi di numero maggiore, nessuno chiamerebbe oligarchia siffatta forma di governo” (*).In somma: la democrazia non si qualifica sulla base di connotazioni puramente giuridico-formali (il governo della maggioranza) ma in quanto struttura di potere classista determinata dal sottostante economico. Che poi di solito i poveri siano più numerosi dei ricchi è un dato di fatto teoricamente marginale, anche se fattualmente importante, perché il numero è forza. Nella realtà storica, capita spesso che il DEMOS, come Aristotele lo intende, venga a un compromesso con il ceto dei possidenti. E’ il caso della democrazia ateniese, dove per anni Pericle, in qualità di stratego (una carica elettiva riservata alle classi più elevate) potè governare con il pieno sostegno popolare: il governo di uno solo con il consenso del popolo, come dice Tucidide. Una vera monarchia democratica!A questo punto, vi chiederete che cosa abbia che fare tutto questo discorso con le democrazie moderne, che sono tutt’altra cosa, e in particolare con l’America d’oggi. Il punto è questo: abbiamo dimenticato le strutture di classe – determinate dai rapporti economici – che stanno alla base delle forme politiche (ben venga il pensiero di Marx quando ci permette di comprendere quanto sia importante l’economia nelle vicende storiche e nello sviluppo degli assetti istituzionali: così diceva anche il liberale Croce). Le cosiddette democrazie liberali d’oggi stanno in piedi finché il benessere diffuso, favorito dalle provvidenze di uno Stato sociale sempre più ampio e pervasivo, si traduce nella formazione di un ampio ceto medio che, di là da differenze di giudizio marginali in merito a scelte politiche contingenti,, si riconosce nel sistema istituzionale vigente e ne accetta le regole del gioco. Finché i “poveri”, per la loro superiorità numerica, costituivano una minaccia, venivano esclusi dal voto. Si governava grazie a maggioranze oligarchiche (anche nelle oligarchie vige il principio di maggioranza, diceva Aristotele!) Quando il ceto medio si amplia e si rafforza, il diritto di voto può essere gradualmente esteso. Già Aristotele vedeva un modello ideale in un sistema democratico moderato in cui il ceto medio avesse la prevalenza numerica. Altrimenti rimangono o il governo dispotico di pochi o il governo dei peggiori. Era Crizia (se è lui l’oligarca autore della “Democrazia degli Ateniesi” erroneamente attribuita a Senofonte) a identificare i peggiori proprio  con il DEMOS inteso in senso classista, cioè come il ceto dei nullatenenti.Che cosa è successo in questi ultimi decenni in America, secondo una linea di tendenza che là è più accentuata, ma si manifesta un po’ in tutto il mondo più evoluto, dopo la caduta del regime sovietico e l’avvento della cosiddetta globalizzazione (il “neo liberismo”, come lo chiamano quelli che usano i termini a sproposito, fra cui “negazionismo”, “no vax” e via di seguito). Per varie ragioni che qui sarebbe troppo lungo approfondire, si è avuto un graduale processo di polarizzazione. Il ceto medio, fino a ieri sostegno delle istituzioni liberal-democratiche, si è indebolito, per alcuni aspetti proletarizzato, perdendo i suoi referenti politici. Le forze “di sinistra”, che tradizionalmente erano schierate a difesa dei ceti più disagiati, con il frantumarsi della classe operaia  per effetto della ristrutturazione capitalistica post-fordista, basata sulle tecnologie informatiche, si sono alleate al sistema dei grandi conglomerati multinazionali, in primis quelli legati al mercato farmaceutico, delle grandi banche, della finanza, dei brevetti garantiti dalle leggi che tutelano la proprietà intellettuale, del capitalismo fratello gemello dello Stato che ne tutela le rendite; hanno conquistato, secondo il modello di Gramsci, le casematte del sistema universitario e dei canali di informazione più prestigiosi (controllati da un ristretto oligopolio editoriale);  e hanno fatto proprie alcune rivendicazioni “progressiste” e “politicamente corrette” care al bel mondo degli intellettuali e ai salotti frequentati da personaggi di spicco, miliardari “amici del popolo” che con i sentimenti popolari – ancora legati a principi etici e religiosi tradizionali – non hanno nulla da spartire. Quel che rimane della vecchia classe operaia s’è trovato orfano, e ha fatto causa comune con la piccola borghesia impoverita, che a sua volta si sente tradita e abbandonata dai suoi rappresentanti di un tempo. Il cosiddetto “populismo” nasce di qui. Trump l’ha cavalcato e quattro anni addietro ne era uscito vincitore. Probabilmente avrebbe avuto successo anche nell’ultima consultazione  se l’avvento della pandemia, che ha messo in crisi una ripresa economica da annoverare tra i meriti del suo mandato presidenziale, non avesse minato in parte il consenso di cui godeva, ridando fiato a un’opposizione  agguerrita ma fino a ieri probabilmente minoritaria. La rabbia dei trumpiani che non accettano la sconfitta si spiega così. Nella loro ignoranza, la pensano come Aristotele. Il DEMOS sono loro, e in quanto DEMOS sono legittimati a governare. Sono cose che oggi non si possono dire, e allora si crede, o si finge di credere, che anche la maggioranza numerica sarebbe dalla loro parte, e che, se sono stati sconfitti, è solo per causa di brogli elettorali. Come ho già detto, se e come questi brogli ci siano stati, e fino a che punto siano stati determinanti non si potrà mai sapere. D’altra parte, qualcuno disse (Stalin? Non vorrei sbagliare) che non ha importanza chi vota, ma chi conta i voti.

(*) ARISTOTELE, Politica, 1290a30-40. Traduzione di Luciano Canfora.                        

Giovanni Tenorio

Libertino