Don Giovanni

Claudio Bizzozero, il Tricolore, l’autonomia, la rivolta e Menenio Agrippa

Vi ricordate la vecchia favola di Menenio Agrippa? La plebe di Roma, per protesta contro il patriziato che deteneva il potere con tutti  privilegi annessi e connessi, si ritirò per protesta sul Monte Aventino. Il patrizio Menenio Agrippa, per convincerla a rientrare in città, raccontò la storiella delle membra che un giorno decisero di non più lavorare, per ripicca contro il ventre che si accaparrava tutto il nutrimento a proprio esclusivo vantaggio. Dopo qualche tempo però si accorsero che in questo modo deperivano anche loro, rischiando di morire insieme con tutto il corpo di cui erano parte. Ripresero perciò a lavorare come prima. La plebe, a queste parole, si convinse di essere come le membra: se non fosse tornata a Roma a servire i patrizi, sarebbe morta di fame.
Così, sia pure con riluttanza, pose fine alla secessione. Morale: non ha senso che  un membro si ribelli contro il corpo  di cui fa parte pretendendo da un lato di essere altra cosa, e dall’altro di continuare ad appartenergli. O si è altra cosa, e allora si taglia ogni legame (i plebei avrebbero potuto fondare un’altra città); o si è la stessa cosa, e allora prima o poi si torna all’ovile, magari ottenendo in cambio qualche beneficio. La plebe di Roma, con una lunga successione di lotte sostenute  dai suoi tribuni, finì di ottenere gli stessi diritti dei patrizi: da quel momento le due classi un tempo antagoniste si fusero in un’unica aristocrazia fondiaria, che di fatto, insieme con gli equites, dediti agli affari e titolari di lucrosi appalti pubblici, deteneva il monopolio del potere. I nemici di un tempo erano diventati, come si dice nella Roma d’oggi, pappa e ciccia. Gli esclusi rimanevano esclusi.
Avete presenti le vicissitudini della Lega Nord? Secessione, secessione, Padania, i terroni magnogreci a casa loro e noi Celti a casa nostra. Cominciarono a entrare negli enti locali, godendo degli stessi benefici degli altri amministratori. L’unica cosa che seppero fare fu quella di cambiare la toponomastica: Piazza Roma diventò, ad esempio, Piazza Padania. Arrivarono anche, in coalizione con altri partiti, ai vertici di alcune regioni, arrampicandosi su su fino al governo nazionale, in quella che avevano sempre chiamato con disprezzo “Roma ladrona”. Da secessionisti divennero federalisti, dimenticandosi che la federazione , da che mondo e mondo, è sempre stata un processo di accentramento, non di decentramento: Stati Uniti e Svizzera ne fanno fede (quest’ultima continua a chiamarsi Confederazione Elvetica, com’era una volta, mentre ora è  di fatto una federazione, che riconosce un potere centrale, il governo di Berna). Ideologo della Lega diventò il professor Gianfranco Miglio, che dopo essere stato un teorico del presidenzialismo aveva scoperto il pensiero di Carl Schmitt, quello che vede il fondamento dello Stato come frutto della dialettica Amico-Nemico. Tradotto nel gergo leghista: gli amici sono i padani, i nemici sono i terroni. Il nuovo, vagheggiato Stato del Nord si legittimava così. Ormai però i vertici della Lega erano troppo abbarbicati a Roma ladrona per potersene separare con un taglio netto. Miglio, preso a pesci in faccia, se ne andò sbattendo la porta, trovando rifugio fra le file dell’armata brancaleone di Berlusconi. Sic transit gloria mundi. Il seguito è sotto gli occhi di tutti. Adesso i nemici non sono più i terroni ma gli immigrati. Per il resto, di là dalle schermaglie con gli avversari politici, insaporite di piccanti condimenti populistici, pappa e ciccia anche qui.
Ultima notizia: ribellione a Cantù, florida cittadina briantea, famosa per l’artigianato del mobile, contro lo Stato ladro! Basta tasse! Uno legge, si stropiccia gli occhi, e comincia a pensare: forse qualcosa si muove, forse qualcuno ha capito che la dialettica Amico-Nemico, se può ancora avere un senso, deve avere come poli non uno Stato di segno positivo, quello che si vuol fondare, e un altro di segno negativo, quello da cui si vogliono prendere le distanze, ma da un lato i sudditi tartassati, desiderosi, come l’antica plebe romana, di emanciparsi, dall’altro lo Stato che li opprime, simile all’aristocrazia patrizia di cui Menenio Agrippa era l’astuto decano. Però, se si approfondisce la notizia, emergono subito elementi che offuscano il quadro, suscitando più d’una perplessità. Chi è il promotore della protesta? Niente di meno che il sindaco della cittadina. Ma il sindaco non è il capo dell’amministrazione comunale? E il Comune non è un’articolazione decentrata dello Stato unitario, allo stesso modo delle Province (che dovevano sparire ma ritorneranno sotto altro nome), delle Regioni, delle Città Metropolitane, delle Comunità Montane e quant’altro? Un membro che si ribella al corpo? Ancora lo stesso copione? Si profila già la fondazione di un partito: si batterà per ottenere il riconoscimento di un vigoroso autogoverno locale, che manterrà nell’ambito del territorio, e a beneficio dei suoi abitanti, la gran parte delle risorse raccolte attraverso un sistema fiscale efficiente e poco gravoso. I modelli sono i vari movimenti separatisti che pullulano in Europa, da quello scozzese a quello catalano, a quello basco, e via di seguito. Cadono le braccia, amici cari. Vedrete come andrà a finire. Fuoco e fiamme sulle prime, un bel gruppetto di boccaloni fanatici dietro le nuove bandiere, propositi di secessione secondo il solito modello Amico-Nemico (uno Staterello con le tasse un po’ più piccole contro uno Statone con le tasse un po’ più grandi, ognuno detentore della sovranità assoluta sopra il territorio che occupa, e della giurisdizione insindacabile sopra il popolo cui conferisce d’imperio la cittadinanza). Poi qualcuno di questi paladini della libertà comincerà a scalare le istituzioni pubbliche, dal Comune alla Provincia (o a  quel che ne avrà preso il posto), dalla Provincia alla Regione, magari in coalizione con chi fino a ieri era fatto oggetto di sputi in faccia. Infine, si arriverà al governo di Roma ladrona, a rimpinguarsi, come gli altri parassiti, delle prebende alimentate dal sistema fiscale iniquo e oppressivo che, all’origine, si diceva di voler combattere. Ancora pappa e ciccia. Sarà l’ennesima vittoria di Menenio Agrippa.
Dite che sono il solito menagramo, la solita linguaccia? Lo so che molti libertari italici, in gran parte provenienti dalla Lega Nord prima maniera, di cui conservano una malcelata nostalgia, guardano con speranza al nuovo movimento. Sinceramente, auguro a tutti loro di aver ragione, e sono pronto a riconoscere, alla prova dei fatti,il mio eventuale torto marcio. Chi vivrà vedrà.
Nota di Leporello dopo la trascrizione delle riflessioni di Don Giovanni: “ma il mio Padrone Don Giovanni, parla forse di quel sindaco che, addobbato con il Tricolore, si propone di assaltare il Pirellone? Sia chiaro, un assalto elettorale e democratico!”

Giovanni Tenorio

Libertino