Don Giovanni

Astensione, anarchia, ricerca della felicità, non violenza e… Giorgio Fidenato.

Verrebbe voglia di dire: bene, finalmente l’astensione dal voto sta diventando, un po’ dappertutto, un fenomeno rilevante. Non mi riferisco solo alle ultime elezioni amministrative in Italia. Guardo anche alla Francia, dove ci si compiace per il trionfo di Macron, fingendo di non vedere altro. Guardo anche al Regno Unito, dove l’imprudente e maldestra Theresa May s’è tirata la zappa sui piedi, lasciando via libera al vetero-marxista Corbyn, mentre la disaffezione generale per la politica aumenta. Andiamoci piano, però, con l’esultanza. per il crescere del partito anti-voto, che solo a un’analisi superficiale potrebbe essere interpretato come rigetto della democrazia liberale, ultima incarnazione, nel suo abito welfare, dello Stato; e quindi rigetto dello Stato in sé. Dentro l’astensione possono annidarsi i più disparati motivi: il semplice disinteresse di chi vive per mangiare, anziché mangiare per vivere (o Franza o Spagna basta ch’ as magna); un moto di rabbia verso gli attuali partiti, in attesa che, prima o poi, si faccia avanti qualche forza politica degna di fiducia; una protesta contro gli odierni meccanismi istituzionali, politici e amministrativi, con la speranza che un domani le cose possano cambiare, grazie a buone riforme, proposte da uomini probi e votate da assemblee coscienziose, sempre rimanendo all’interno dell’orizzonte liberal-democratico; uno sberleffo al modello rappresentativo, la democrazia indiretta dei moderni, nel sogno nostalgico che i corsi e ricorsi della Storia regalino al popolo un altro “uomo della provvidenza”, che fa arrivare i treni in orario e taglia la testa a tutti i delinquenti; l’atto ideologico di un marxista duro e puro, che rigetta il regime cosiddetto democratico-borghese come perverso meccanismo classista del capitalismo, falsa coscienza che esalta le libertà formali a discapito delle libertà sostanziali (la democrazia vera). Infine ci sono gli anarchici, quelli che dello Stato, grande o piccolo, non hanno mai voluto saperne.

Qui il discorso, amici miei, si fa davvero complicato, perché anche l’appellativo anarchico, di cui anch’io mi fregio, si presta a svariate interpretazioni. C’è chi identifica anarchia e anomia, cioè disordine, ed è un grave errore. C’è un anarchismo che non ha mai disdegnato di accompagnarsi alla violenza: ed è repellente. C’è un anarchismo che, pur opponendosi a Marx per le implicazioni totalitarie del suo pensiero, a parole antistatalista, di fatto tendente alla dittatura, vagheggia una società egualitaria e comunistica, aborrendo capitalismo e mercato. Mi chiedo: come si può ottenere l’eguaglianza sostanziale senza un sistema autoritario, che bastoni chi vuol farsi diseguale? Impossibile. Eguaglianza sostanziale e libertà fanno a pugni (altra cosa è l’eguaglianza formale del liberalismo classico, che con la libertà fa tutt’uno). C’è chi distingue: no al capitalismo, sì al mercato. C’è chi infine non si vergogna di dichiararsi tanto filocapitalista quanto anarchico.
Per quel che mi riguarda, butto via senza riguardi tutte queste forme d’anarchismo, tranne le ultime due, senza però farne un dogma. Io non faccio un dogma neanche della libertà, nel senso che anch’essa dev’essere un mezzo, non un fine. C’è qualcuno di voi che rivendichi la libertà di essere infelice? Impossibile, sarebbe contro natura. Nessuno vuol essere infelice. Anche chi si nutre di locuste come Giovanni Battista o vive a pane e acqua per meritarsi il Regno dei Cieli, lo fa per guadagnarsi una felicità più grande: paga un prezzo gravoso, ma limitato, per un bene illimitato. Anche il suicida aspira alla felicità: non trovandola nel divenire della vita, la cerca nel non-essere della morte. Leopardi l’aveva capito benissimo, e fu forse questo il motivo per cui si allontanò ben presto dalla militanza politica giovanile (del tutto teorica: “qua l’armi, sol io combatterò, procomberò sol io”…Poveretto, con quella gobba…), per rinchiudersi in una riflessione filosofica che ai contemporanei parve anacronistica e sterile, mentre era avanti anni luce, miglia e miglia al di sopra dei loro cervellini. Quel che conta è la felicità, la felicità dell’individuo! Ed è assurdo puntare a una felicità collettiva – attraverso la politica – se non è possibile la felicità individuale. La società è pur sempre la somma degli individui, e zero più zero dà zero. E’ ridicolo che la costituzione americana ponga, tra i suoi fini la felicità del popolo: la felicità è degli individui. Non esiste una felicità collettiva, come non esiste una volontà collettiva (e neppure una libertà collettiva, come quella in cui il pensiero gentiliano voleva disciogliere e sublimare l’individualismo borghese). Ognuno ha la sua felicità, o meglio la sua illusione di felicità; e quindi deve avere la sua libertà. C’è chi si sente felice -o così crede- drogandosi, chi avvinazzandosi, chi andando a donne, chi a uomini, chi andando allo stadio per assistere a una partita urlando a squarciagola, chi leggendo giornaletti pornografici, chi studiando Platone, chi ascoltando il “Wohltemperierte Klavier” di Bach, chi ammazzandosi di lavoro, chi crogiolandosi nell’ozio, chi giocando in borsa, chi al casinò, chi digiunando per mantenere la linea, chi mangiando a crepapelle, chi fondando imprese che producono ricchezza e chi vivendo a sbafo. Solo questi ultimi dovrebbero essere messi al bando (a meno che qualcuno non sia contento di mantenerli a proprie spese. anche il masochismo può dare una parvenza di felicità); tutti gli altri devono essere lasciati in pace. Vivi e lascia vivere.

Ecco, quindi, il fine: che ognuno sia messo nelle condizioni di far quello che vuole, per raggiungere la propria felicità. Inutile aggiungere; senza danneggiare gli altri. Se si ammette che io possa danneggiare qualcuno, si deve allo stesso modo ammettere che qualcuno possa danneggiare me: quindi è la libertà di tutti a venire menomata. Ma fin che c’è lo Stato nessuno può fare quello che vuole. Ci sarà sempre qualcuno che impone il suo volere. Poco importa se è un individuo, un’oligarchia, una democrazia. Ogni Stato va aborrito e distrutto, perché anche quando si presenta come difensore della libertà, di fatto ne è l’affossatore. Anche lo Stato minimo, che avrà sempre la tendenza a diventare massimo, com’è sempre storicamente capitato.* Non ci sono eccezioni. Decentramento, federalismo, secessionismo sono palliativi. Guardate che cosa sono diventati gli USA. Guardate bene che cos’è la libertà degli svizzeri. I parlamenti? Sono nati per frenare le pretese del monarca, non solo in campo fiscale. Oggi sono diventati i primi oppressori e i primi tassatori. Fu, se non sbaglio, un giudice americano dell’Ottocento (un giudice, non un anarchico) a dire che la vita , la libertà, la proprietà del cittadino sono in pericolo tutte le volte che il parlamento è in seduta… I cosiddetti miniarchici possono essere amici degli anarchici solo fino a un certo punto. Anche un anarchico preferirà uno Stato limitato a un Moloch; ma continuerà a combattere per eliminarlo del tutto. Anche un ladruncolo è un ladro, che domani può diventare un ladrone; anche chi mi minaccia con una pistola scacciacani è un fuorilegge, che domani può diventare un assassino con tanto di Beretta ultimo modello.

Anarchia, quindi, escludendo, come si diceva, le forme aberranti e disumane. Anarchia non può che voler dire mercato, inteso come libero scambio di beni e servizi, estraneo ad ogni violenza e coercizione. Il mercato è la forma economica della libertà, attraverso cui gli individui offrono e acquistano gli strumenti materiali per raggiungere ciascuno il suo personale obiettivo di felicità. Non esclude, accanto a sé, altre forme di interazione economico-sociale, di tipo cooperativo, solidaristico, mutualistico, caritativo, anche comunistico, purché su base volontaria. E’ possibile una forma moderna di libero scambio senza accumulo e investimento di capitale? No, né moderna né antica. Senza capitale non si produce niente. Il vasaio neolitico per modellare vasellame da scambiare con altri beni doveva possedere almeno un tornio e l’argilla come materia prima.. Certo, c’è capitalismo e capitalismo. Quello oggi dominante in ogni parte del mondo è profondamente bacato. Vive grazie ai privilegi, alle esclusive, ai monopoli, ai brevetti, alla proprietà intellettuale che la politica gli concede. E’ immerso in un sistema bancario e finanziario a sua volta repellente. Le banche centrali, a parole indipendenti, sono al servizio del potere politico. Manipolano moneta falsa, condizionando il sistema produttivo per garantire il “bene comune”, che è sempre quello di chi comanda. Se si tratta di dire NO a questo capitalismo, sono il primo a farlo. Rockefeller diceva che gli sarebbe bastato controllare la moneta per asservire a sé il governo di uno Stato. I Rockefeller, o chi per essi, e le banche centrali, con i governi di cui sono al servizio, saranno sempre culo e camicia. Too big to fail. Vi ricorda niente?

Ecco, perché non darsi da fare, con tutte le forze, per diffondere idee come queste? Voglio vedere chi potrebbe ribattere che noi anarchici pro-mercato siamo dalla parte dei padroni. Se i quattro gatti libertari, invece di beccarsi fra di loro come i polli di Renzo, facessero causa comune per illuminare, unendo i propri sforzi, chi di queste cose è digiuno, forse coloro che ora si astengono dal voto senza ben sapere il perché e con prospettive fumose potrebbero cominciare a infoltire le schiere dell’anarchismo. Non si tratta di fondare un altro partito, che sarebbe una contraddizione. Si tratta invece di ingaggiare battaglie mirate contro l’invadenza dello Stato, rimanendone all’esterno e rivoltandogli contro le sue stesse leggi e le sue stesse procedure di garanzia costituzionale. Bisogna avere il coraggio della disobbedienza civile, distruggendo ad una ad una le casematte del nemico. La meta finale -cioè la distruzione dello Stato con mezzi non violenti- è molto lontana, e non è neppur detto che sia raggiungibile; ma bisogna perseverare. Qualcuno ha detto che con la fede si possono smuovere le montagne. Pensate a quel che ha fatto Gandhi, che era un anarchico non violento**: con un seguito di cenciosi ha sconfitto un impero coloniale.

Per fare qualche esempio, encomiabile è la lotta di Giorgio Fidenato per la libertà di utilizzare nei campi sementi OGM. E’ una lotta per il suo interesse, che però ridonda a vantaggio di tutti. Egualmente lodevole la sua battaglia contro il sostituto d’imposta (una volta era una battaglia dei Radicali. Dove sono finiti? Ci sono ancora? Se ci sono, battano un colpo, per favore). Anche Libertino nel suo piccolo una battaglia l’ha fatta, contro il canone RAI in bolletta, con una proposta concreta. Ho l’impressione che nessuno dei miei venticinque lettori abbia seguito il suggerimento. So però che altri c’è arrivato, per altre strade (me ne compiaccio. Non sarò certo io a rivendicare il copyright. Mercato, non Capitalismo!). Ecco, così va bene. Sarebbe invece sbagliato blandire tutti gli evasori fiscali, come talora si fa. Si giunse addirittura, qualche tempo fa, a fondare un partito degli evasori, che pretendeva di partecipare alla competizione elettorale. Questa è goliardia, che produce discredito. Sempre Fidenato, quando la Guardia di Finanza, in piena alta stagione, arrivò a Cortina a controllare i giri d’affari di negozi alberghi e ristoranti, pur deplorando quella proterva esibizione di muscoli, fatta apposta per compiacere i forcaioli d’ogni risma, dichiarò di non essere, pregiudizialmente, dalla parte dei Cortinesi. Molti suoi amici disapprovarono, ma aveva ragione lui. Come c’è capitalismo e capitalismo, così c’è evasione e evasione. Non è anarchia da una parte evadere il fisco e dall’altra brigare per avere privilegi a spese dell’erario pubblico, come purtroppo molti fanno. E’ truffa. L’anarchismo è lotta- che si può, anzi si deve combattere anche con la renitenza fiscale, assumendosene i rischi- per la libertà di tutti. O meglio, per la felicità di tutti: individualmente intesi, non come comunità amorfa. Ciascuno a suo modo.

*”La logica degli Stati minimi è di crescere. Ci sono ovvi motivi per cui questo sta nella natura di uno Stato, e ci sono molte prove al riguardo. Le Costituzioni forniscono, al massimo, un modesto e temporaneo freno. Come sembra abbia affermato Murray Rothbard, l’idea che uno Stato minimo rimanga tale è puramente utopica. L’anarchia, al limite, potrebbe anche funzionare:con lo Stato minimo la prova è già stata fatta” (D. FRIEDMAN, L’ingranaggio della libertà, Macerata, Liberilibri, 1997, pag. 213)

**Ecco le sue parole.” Lo Stato rappresenta la violenza in forma concentrata e organizzata.L’individuo ha un’anima ma lo Stato, essendo una macchina senz’anima,non potrà mai rinunciare alla violenza alla quale deve la propria esistenza”.

Giovanni Tenorio

Libertino

3 pensieri riguardo “Astensione, anarchia, ricerca della felicità, non violenza e… Giorgio Fidenato.

  • Alessandro Colla

    In forma sintetica, quest’ultimo articolo è un vero e proprio trattato di filosofia pratica. Ammesso che esista una filosofia non pratica. Vorrei solo esprimere due curiosità personali. In che modo Theresa May avrebbe lasciato via libera a Corbyn? Qualche esempio di libertari che si beccano tra manzonianamente tra loro? E’ forse riferito alle varie diaspore interne al partito radicale? O ad altro? Quale potrebbe essere, oltre alla disobbedienza civile, il sistema migliore per unire gli sforzi della galassia libertaria? Non ci sarebbe comunque bisogno di Mecenati, così come il vasaio del neolitico aveva bisogno di tornio e argilla? Chi compra il tornio ai libertari e chi mi regala un chilo di argilla? L’acqua e la mano d’opera lametto io.

  • Theresa May ,all’inizio, sembrava avere il piglio e le capacità di un’Angela Merkel. Non che sia simpatica la cancelliera tedesca, ma sicuramente è una persona in gamba, che sa quel che vuole. Ha commesso anche lei i suoi errori, come tutti, ma finora nessuno le sa tener testa. La gestione della Brexit, sicuramente difficile, è stata fin dall’inizio pasticciata. L’aver voluto anticipare la prova elettorale , sfruttando l’apparente vento in poppa del suo governo, è stato per la May un errore madornale. Che cosa le è saltato in mente, proprio durante la campagna elettorale, di proporre una drastica revisione degli aiuti agli anziani, arrivando a prospettare che per pagarsi le spese in una casa di riposo chi ha un immobile lo debba vendere? In astratto, può essere anche giusto, ma politicamente è stato disastroso. Molti voti pro-Brexit hanno cambiato direzione. Molti suoi potenziali elettori o hanno cambiato casacca o si sono astenuti. Corbyn ha avuto l’accortezza di intercettare il malcontento, guadagnandosi gran parte del voto giovanile. Il suo è un socialismo vetero-marxista, che se messo in atto potrebbe avere risultati deleteri. Ma questo è un altro.discorso.
    Quanto ai libertari che si beccano come i polli di Renzo, non vorrei fare nomi, anche perché la faccenda mi riguarda da vicino. Questo sito è nato anche per reazione ad alcune cattiverie verbali che io, Don Giovanni Tenorio. allora mascherato sotto falso nome (“chi son io tu non saprai!”) dovetti subire per aver manifestato qualche garbata obiezione allo scritto di un signore che si professava libertario DOC. Mi dispiace, in quell’occasione, di aver coinvolto nella diatriba un’altra persona che gode della mia massima stima; la quale, a sua volta, venne insolentita; ma seppe dare una risposta ferma e dignitosa. Se noi libertari simo i primi a censurare il dissenso, vuol dire che non c’è più speranza. Vorrei che su questo sito si dissentisse il più possibile, sarebbe uno stimolo a far sempre meglio, a riconsiderare le proprie opinioni, a cambiare radicalmente idea, se necessario. In questo senso, io sono sinceramente grato a Lei, caro amico Colla, che interviene sempre in modo garbato e pertinente: e quando non è d’accordo lo dichiara con onestà. Così dovrebbero fare tutti.
    Che cosa dovrebbero fare i libertari per rendere più concreta e incisiva la loro filosofia? Ne dovremo riparlare. Per ora, proporrei di appoggiare tutte le iniziative che possano avere uno sbocco in termini di libertà e antistatalismo. Anche se vengono da soggetti lontanissimi dal nostro pensiero. A costo di apparire di volta in volta comunisti, fascisti, bigotti, omofobi, culattoni, puritani, puttanieri, drogati, nemici della patria e della religione, filoterroristi, islamofobi, sionisti, antisemiti (se parliamo male di certe politiche dello Stato d’Israele), blasfemi. Ma mai e poi mai nemici della libertà, soprattutto della libertà altrui. In rete ci sono petizioni a favore dei parenti di Emanuela Orlandi, che vogliono riaprire il caso della loro congiunta, rapita e uccisa , dichiarato ormai chiuso là dove Cristo tutto dì si merca”. Da sottoscrivere! Ci sono petizioni per l’abolizione del sostituto d’imposta. Da sottoscrivere! A favore dell’abolizione del’imposta sulle imposte, che paghiamo con le bollette dell’elettricità e del gas. Da sottoscrivere! E via di seguito. Continuo a credere invece che l’abbraccio con i cosiddetti indipendentisti sia mortale per noi. Quelli vogliono piccole patrie fondate su princìpi etnici e identitari. Vogliono nuove frontiere, nuovi steccati. Dobbiamo avere il coraggio di gridare:”Viva Schengen”; di dire che, a dispetto delle sue insopportabili degenerazioni in senso burocratico-stastalista, non tutta l’Europa è da buttare. Eppure le dichiarazioni di LIBERTARIANATION, a firma di Frabristol, un libertario a 360 gradi, contro la Brexit, sono state fieramente avversate da alcuni libertari. Non si combatte il burocratismo europeo rifugiandosi nel proprio pollaio.
    MI piacerebbe inoltre che la galassia anarco-capitalista si confrontasse senza pregiudizi con quegli anarchici non-violenti che rifiutano il capitalismo ma accolgono il mercato come palestra e strumento di libertà. Il concetto di “capitalismo” va ripensato. Non tutto il capitalismo è buono:anzi, quello d’oggi è in massima parte bacato.Potremmo schierarci senza se e senza ma con la loro battaglia contro la proprietà intellettuale, che innalza barriere artificiali e alimenta rendite improduttive. Una buona pulizia concettuale è indispensabile per evitare equivoci che portano a polemiche evitabili. Altrimenti facciamo come i cani e i gatti, che si abbaruffano perché non si intendo sul significato dell’agitar la coda: per gli uni è segno di accoglienza, per gli altri di ostilità.

  • Alessandro Colla

    Non ero a conoscenza della diatriba verbale subita in passato. Per discrezione non chiedo particolari anche se devo confessare che la curiosità non mi mancherebbe. La nascita per ragioni “reazionarie” di questo sito è stata comunque un aspetto positivo della vicenda. A volte anche le persone ragionevoli si lasciano trascinare dall’emotività e si finisce per farsi del male tra affini. Credo di esserci caduto anch’io, in alcune occasioni, in questa sorta di involontario autolesionismo. Mi viene in mente la polemica di tre anni or sono tra Marco Bassani e Leonardo Facco sugli incarichi ministeriali di Carlo Stagnaro. Forse è giusto polemizzare, forse sarebbe più giusto cercare convergenze anche quando non tutte le scelte professionali possono essere condivisibili. Nel 1985, anch’io presi quattro milioni di lire di finanziamento pubblico dal comune di Roma per una serie di spettacoli di prosa destinati alla compagnia della quale sono capocomico. Mi proposi di non prenderli mai più, di recitare liberamente con sponsorizzazioni private e fino ad ora sono riuscito a mantenere il proposito anche se i sogni di gloria hanno avuto un notevole e forse giusto ridimensionamento. Carlo Lottieri è un dipendente pubblico. Che facciamo, lo epuriamo? La LUISS gli offre di più e di meglio? Lo dimostri. Ho un approccio diverso sulla secessione. Ritengo anch’io che se un piccolo pollaio è autoritario o tirannico, potrebbe essere preferibile un megapollaio meno invasivo. Solo che gli imperi, a lungo andare, tendono sempre a essere più invasivi delle microrealtà; impedendo anche di votare con i piedi. Ma è una questione di metodo, comunque siamo d’accordo che il proibizionismo (ad esempio) sia malefico in una realtà grande quanto in una realtà piccola. Se per abbraccio mortale con gli indipendentisti si intende coalizzarsi con Salvini o Bossi, sono pienamente d’accordo. l’indipendentismo in sé, però, non lo vedrei intrinsecamente pericoloso. Mi auguro ci siano occasioni per riparlare sul come rendere più incisiva e soprattutto più diffusa la filosofia libertaria. Concordo sulle sottoscrizioni suggerite, molte saranno solo di testimonianza e forse perse in partenza ma la coscienza personale ha diritto a essere tranquilla. Sicura sconfitta sarà quella relativa alla riapertura del caso di Emanuela Orlandi. Questo pontificato, se un giorno la storiografia obiettiva prevarrà su quella faziosa, potrà essere ricordato come il trionfo dell’ipocrisia canonica. Si finge di abolire la pena di morte, già abolita da Montini in tempo di pace e da Woytila anche in tempo di guerra, per accreditarsi moderni presso i creduloni. Ma si continua con l’oscurantismo a tutto spiano in campo filosofico, giuridico, economico e anche artistico – letterario. Giusto anche deplorare la censura. A volte tendo ad autocensurarmi nel linguaggio, ad esempio quando commento le uscite di Rosy Bindi contro gli esponenti della Libera Muratoria. Ma cerco, non so se sempre ci riesco, di evitare di censurare gli altri. Il mercato come strumento di libertà, io lo chiamo capitalismo. Forse sbaglio sotto il profilo semantico ma dal mio punto di vista non ci sono contrapposizioni tra anarco – capitalisti e anarchici non violenti. Quello che trae profitto dall’aiuto di stato, non lo chiamo capitalismo ma mercantilismo. Un’accumulazione di capitale cattiva e bacata in quanto illegittima. Anche il comunismo volontario non lo chiamo così, preferisco il termine comunitarismo. Se è solo un problema di parole, penso non sia impossibile accordarsi ed evitare di dare significati diversi all’agitar caudino. Purché sempre di code libere si tratti.

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