Riflessioni di un anarchico

Nel Diritto Internazionale convivono due principi che dovrebbero essere sovrapponibili: quello dell’integrità territoriale e quello dell’autodeterminazione dei popoli. Se lo Stato, qualsiasi Stato, si può definire come il governo di un popolo sopra il suo territorio, allora rimane vero che un popolo ha il diritto di scegliere il proprio ordinamento e di fissare i confini del proprio territorio, che nessuno, né dall’interno né dall’esterno, può mettere in discussione.

Semplice, no? Mica tanto, perché i presupposti sono più fragili di una bolla di sapone. Innanzitutto, che significa governo di un popolo? E’ il governo che il popolo esercita, o il governo che qualcun altro esercita sul popolo? Genitivo soggettivo o genitivo oggettivo? – direbbero i grammatici. A leggere la Costituzione più bella del mondo la risposta non può che essere una: genitivo soggettivo. E’ il popolo che comanda. E’ scritto nell’art.1: “La sovranità appartiene al popolo”. Problema risolto? Neanche per idea, perché l’articolo continua dicendo che il popolo esercita tale sovranità “nelle forme e nei limiti della Costituzione”: In concreto, che cosa vuol dire? Che a comandare sono altri, per delega. Comandano in nome del popolo, ma fanno i loro interessi. Come è sempre stato. Basta leggere quello che dice Trasimaco nella “Repubblica” di Platone: il pecoraio si prende cura del gregge perché gli interessa la lana, non la felicità delle pecore. Un conto è la titolarità del potere, un conto l’esercizio del medesimo, dicono i giuristi. Vai a raccontarlo alle pecore che le titolari del potere sul gregge sono loro, mentre al pastore ne spetta soltanto l’esercizio. Per fortuna (del pastore) sono pecore, altrimenti si ribellerebbero. Ma il popolo sceglie i suoi delegati attraverso il voto, quindi esprimendo la propria volontà! Siamo sicuri che l’idea della volontà del popolo sia meno ideologica, nel senso deteriore del termine, di quella che assegnava il potere a un monarca per diritto divino? Dio non lo vedo né lo sento esprimere il suo volere. Però non è detto che non esista. Anche il popolo non lo vedo, però esiste come concetto astratto (è un nome collettivo, direbbero ancora i grammatici). Un concetto astratto può avere una volontà? No. Se su cento persone (il popolo) 51 esprimono una certa scelta, questa non è la volontà dei 100, ma solo dei 5. I 51 non sono il popolo, ma solo una sua parte. Si potrebbe parlare di volontà del popolo solo se le 100 persone si esprimessero all’unanimità. Si abbia il coraggio di dire che 51=100 è una convenzione, che tra l’altro fa a pugni con l’aritmetica delle Scuole Elementari. Può essere una convenzione utile, finché non si trova di meglio. Ma rimane un non-senso logico. Erano meno ipocriti i monarchi dell’ “Ancien regime”.  Si dichiaravano sovrani di un territorio e del popolo  – o dei popoli – che lo abitavano perché così l’aveva stabilito Dio. Del tutto indimostrabile, ma per nulla contraddittorio. Se Dio è infallibile e giusto, la sua volontà va rispettata. Se ha assegnato il potere a un monarca, quel potere è per sua natura legittimo. Lo diceva anche San Paolo, nella Lettera ai Romani, cap.13: “Non esiste autorità se non proviene da Dio: ora, le autorità attuali sono state stabilite e ordinate da Dio”. Capito? Né democrazia né tanto meno anarchia. Rispetto per l’autorità costituita, punto e basta. Non la pensavano così i ribelli che, nella Guerra Giudaica di pochi anni dopo, si sarebbero fatti massacrare a Masada pur di non arrendersi alle truppe di Tito. Fu la Rivoluzione Francese a mettere radicalmente in discussione l’idea della sovranità per diritto divino, tagliando tra l’altro la testa al re e alla regina. Con il Congresso di Vienna si ritornò all’idea del legittimismo monarchico, anche se ormai al principio della sovranità per diritto divino non ci credeva più nessuno. Un personaggio di grande intelligenza come Metternich ragionava secondo principi di pura “Realpolitik”. Le antiche dinastie dovevano tornare sui loro troni in omaggio a una tradizione dinastica che Napoleone con le sue conquiste aveva sovvertito, ma i confini degli Stati vennero ridisegnati sulla base di un principio squisitamente politico – in senso machiavellico –  non ideologico, quello dell’equilibrio. Nessuno Stato doveva diventare preponderante rispetto agli altri. I piccoli “Stati cuscinetto”, come il Piemonte sabaudo, dovevano servire a evitare attriti fra le più grandi potenze. Questa geniale costruzione garantì un quindicennio di pace in Europa. Poi, con la rivoluzione orleanista in Francia, cui seguì la lotta per l’indipendenza del Belgio, che ebbe esito positivo grazie al sostegno di Luigi Filippo, tutto cominciò a incrinarsi. Si apriva l’epoca dei risorgimenti nazionali. Lo Stato italiano sarebbe sbocciato di lì. Riepilogando: da una parte abbiamo la sovranità che potremmo chiamare legittimista (non importa se basata sulla favola del diritto divino o sulla “Realpolitik”), dall’altra quella che potremmo chiamare romantica, perché fondata sull’idea del popolo come realtà organica, articolata al proprio interno ma sostanzialmente unitaria, frutto di un passato storico comune, di tradizioni condivise, di una medesima lingua, di una fede religiosa in cui tutti si riconoscono ( “una d’arme di lingua d’altare di memorie di sangue di cor” diceva Manzoni a proposito di un’Italia unita ancora di là da venire). In realtà le nuove Nazioni si formavano per le solite ragioni di potere. Quando D’Azeglio dopo l’Unità diceva che fatta l’Italia bisognava fare gli italiani, prendeva nota di un dato di fatto incontestabile. L’Italia che il suo suocero Manzoni aveva prefigurato era solo una bel sogno coltivato dalle menti di alcuni intellettuali “illuminati”.Gli italiani erano tutti da inventare, ci doveva pensare il nuovo Stato. In che modo? Prima di tutto con la coscrizione.Poi con la scuola pubblica. Poi con ogni forma di propaganda. Non è il popolo che fa lo Stato, è lo Stato che fa il popolo. Magari combinando qualche disastro. Proudhon scrisse un libello contro l’unità d’italia sostenendo che mettere insieme popoli tanto diversi sotto un unico governo non era un’idea saggia. Sta di fatto che prima dell’Unità non c’era alcun dissapore fra terroni e polentoni. Il catanese Vincenzo Bellini mieteva successi a Milano e faceva strage di cuori sulle sponde del Lario. Il bergamasco Gaetano Donizetti faceva furore a Napoli, componendo addirittura alcune canzoni napoletane e diventando sovrintendente del Teatro san Carlo. Fatta l’Italia, il brigantaggio che insanguinò le terre del Sud per cinque anni non fu soltanto un fenomeno criminale, ma il segno di un’insofferenza per il nuovo Stato unitario, retto dalla monarchia sabauda, che le plebi meridionali provavano con qualche buona ragione. Alla faccia dell’Italia “una d’arme di lingua d’altare di memorie di sangue di cor”. Ma quali memorie? Al tempo dei Comuni gli italiani se le davano di santa ragione. Al tempo di Federico Barbarossa Milanesi e Comaschi si odiavano. Il coro che apre la “Battaglia di Legnano” di Verdi comincia con i versi “Viva Italia, sacro un patto/tutti unisce i figli tuoi”. Bello, ma storicamente falso, anzi falsissimo (e nella stessa Opera si vede che i Comaschi stanno col Barbarossa). In somma, per tornare al discorso iniziale, integrità del territorio e autodeterminazione dei popoli spesso fanno a pugni. Spesso, all’interno di un medesimo Stato, non tutti si riconoscono nel medesimo popolo. Di qui nascono le velleità di secessione, spesso represse nel sangue. I còrsi si sentono parte del popolo francese? Neanche per idea. Nessuno ne parla, ma la Corsica è in subbuglio da qualche tempo, Macron ha anche questa bella gatta da pelare. E gli abitanti del Donbass si sentono parte del popolo ucraino? Quelli della Crimea sono stati ben contenti di tornare sotto la Russia. Ma i confini dell’Ucraina sono intangibili, in omaggio al principio dell’integrità territoriale. Per gli ucraini filo-occidentali Putin è un aggressore, per le repubbliche di Donetsk e Lugansk un liberatore. Bel pasticcio, questo Diritto Internazionale. Ognuno dovrebbe poter scegliere il sistema politico in cui vivere, indipendentemente dal territorio in cui abita. E’ il principio della Panarchia.Uno dovrebbe anche poter cambiare sistema. Dovrebbe anche poter scegliere di rimaner fuori da ogni sistema. Alla fine, visto che in questo modo l’idea stessa dei confini svanirebbe, insieme con il territorialismo, e nessun sistema politico sarebbe più un’associazione ad appartenenza necessaria, anche lo Stato quale finora lo conosciamo perderebbe concretezza, dissolvendosi in una pacifica anarchia:anarchia come ordine, per citare ancora Proudhon. 

Giovanni Tenorio

Libertino