Don Giovanni

La collaborazione fra Stato e Mafie

Cari amici, si sente parlare spesso del principio di “sussidiarietà” come strumento concettuale su cui fondare operativamente una riforma dello Stato in senso liberale, ammorbidendone la rigidità centralistica e lasciando spazio agli enti locali nonché alle libere aggregazioni della cosiddetta società civile. In senso “verticale” il potere centrale dovrà delegare agli enti territoriali subordinati parte delle mansioni che finora ha esercitato in proprio. Portata alle estreme conseguenze, questa delega si configura come vera e propria devoluzione,  trasformando una struttura statuale accentrata in un sistema federale, nel quale ogni territorio costituisce uno Stato autonomo dotato di piena sovranità in tutti gli ambiti,  ad esclusione della moneta, della difesa, della politica estera e di poche altre competenze. Era quel che sognava Gianfranco Miglio dopo la baruffa con la Lega Nord e l’affiliazione al caravanserraglio berlusconiano. Sappiamo che fine ha fatto. Bell’ingenuità, per un politologo, pensare a un sovvertimento così radicale quale non s’è mai visto nel corso della Storia in forma pacifica. Quando mai un potere centrale ha accettato di indebolirsi a tal punto? Molto più sensata l’idea di secessione. Diverso il caso di un decentramento molto accentuato, dove invece la supremazia del potere centrale non viene messa in discussione. E’ su questa linea la famigerata riforma Bassanini, un insieme di quattro leggi, emanate fra il 1997 e il 1999, che ha ridefinito i rapporti fra Stato e Regioni, ottenendo risultati opposti a quel che si prefiggeva: anziché snellire e rendere più funzionale l’apparato pubblico, l’ha appesantito e complicato. Il suo intervento più infelice è quello riguardante le cosiddette competenze concorrenti, quelle di cui Stato e Regioni hanno una titolarità comune. Ci voleva poco, senza essere professori di diritto amministrativo, a prevedere che un assetto del genere avrebbe provocato contenziosi a non finire fra poteri locali e potere centrale: e così è stato. Il bambolone che ora governa il Bel Paese, e che ha ormai le settimane contate, ha pensato bene di correre ai ripari con l’innesto della retromarcia, spogliando le Regioni di molte competenze concorrenti e rafforzando il carattere centralistico della benemerita repubblica fondata sul lavoro. Molti i mugugni ma nessuna vera opposizione, perché il pateracchio della Bassanini era diventato indifendibile anche agli occhi dei più accesi sostenitori delle autonomie territoriali.
C’è poi una sussidiarietà “orizzontale”, che si configura come rapporto di collaborazione fra pubblico e privato, fra organi istituzionali e associazioni di cittadini. Avrebbe il pregio di liberare i pubblici poteri da oneri troppo gravosi, delegando ai privati compiti di natura pubblica, sotto il controllo delle competenti autorità e con benefici di natura fiscale o sovvenzioni dirette. A ben vedere, come s’è già detto, la scuola cosiddetta privata è un’attività di tipo sussidiario: esegue le stesse mansioni della scuola cosiddetta pubblica, deve svolgere i programmi imposti dalle direttive ministeriali e attenersi alla normativa vigente in materia di istruzione, rilascia diplomi muniti di valore legale attraverso procedure poste sotto il diretto controllo dell’autorità statale. Risultato? L’abbiamo già detto: si vendono diplomi, non cultura; e il sistema scolastico, nel suo complesso, versa in condizioni deplorevoli. Notizia di questi giorni: gli studenti che escono dalle scuole del Sud riportano punteggi di gran lunga più lusinghieri degli studenti del Nord. Tutti geni? Non è possibile: le percentuali delle qualità intellettive sono più o meno le stesse dappertutto. Gli insegnanti del Sud sono più larghi di manica? Strano: molti insegnanti del Sud lavorano al Nord (gli insegnanti nativi del Nord sono minoritari) e, in buona parte, ritornano al Sud dopo aver cominciato la loro carriere al Nord. Effetto dell’ambiente? Mistero! Una sola cosa è sicura: c’è qualcosa di marcio nella scuola, e non sarà certo la sussidiarietà, con i buoni-scuola tanto cari a Comunione e Liberazione a risolvere il problema.
A proposito di Comunione e Liberazione: l’elogio della sussidiarietà “orizzontale” viene proprio dalle sue file. Cicero pro domo sua: attraverso la “Compagnia delle Opere” , formalmente autonoma ma di fatto legata a doppio filo al movimento fondato da Don Giussani, presta molti servizi sussidiari, incamerando agevolazioni e sovvenzioni. In Lombardia ha trovato il suo Eldorado. Grazie alla connivenza di chi governa la Regione, la Compagnia delle Opere di fatto detiene il monopolio della sussidiarietà. E senza l’appoggio di Comunione e Liberazione non si fa carriera nella Sanità lombarda. Si dice che la Sanità in Lombardia sia un modello esemplare. Forse, ma si può essere esemplari e mafiosi allo stesso tempo. C’è di peggio: solo le iniziative solidaristiche e caritative legate a Comunione e Liberazione ottengono sovvenzioni dalla Regione. Altre iniziative cattoliche rimangono a secco. Alla faccia della fratellanza cristiana. Una sorta di “familismo amorale” in salsa pretesca.
Forse la forma più solida e capillare di sussidiarietà è la collaborazione fra Stato e Mafia. Due istituzioni che fanno il medesimo mestiere, e non hanno interesse a farsi concorrenza: meglio un cartello, con scambio di favori. La Mafia aiuta lo Stato a mantenere l’ordine pubblico e a sconfiggere la criminalità banditesca, puramente predatoria. Controlla sussidiariamente il territorio, dando una mano a polizia e carabinieri. Non è un residuo criminale arcaico in un sistema sostanzialmente sano, è un fattore connaturato, fin dalla nascita dello Stato unitario, alla struttura del potere pubblico. Il brigantaggio, che fu una rivolta aperta e durissima alle vessazioni dei “piemontesi”, venne domato nel giro di pochi anni con interventi di estremo rigore, grazie alla famigerata Legge Pica, perché era un fenomeno distruttivo, che minacciava di annientare  il fragile sistema politico messo insieme a tavolino, con finissima astuzia diplomatica, dal Conte di Cavour, sfruttando gli entusiasmi patriottici che alimentavano la dissennata giovinezza di tanti spiriti romantici. La Mafia fu per lungo tempo ignorata, negata, nel peggiore dei casi addirittura osannata. Neppure il Fascismo riuscì a domarla. Il prefetto Mori a un certo punto si vide revocare il suo incarico. C’è da stupirsene? La Mafia era diventata fascista, come era stata prima borbonica e poi liberale, e come poi sarebbe diventata democristiana, in attesa di diventare comunista se si fosse concretato, come molti temevano e altri speravano, un comunismo italico dal volto umano, benedetto da Santa Romana Chiesa.

Per concludere: alle ortiche la sussidiarietà, orizzontale o verticale che sia. Alimenta mafie e mafiette, prendendo ad esempio il grande modello Stato-Mafia. Lo stato va distrutto, non “sussidiato”, Viva l’anarchia!

Giovanni Tenorio

Libertino

2 pensieri riguardo “La collaborazione fra Stato e Mafie

  • Alessandro Colla

    Non si capisce come mai l’opposizione di sinistra in Lombardia non protesti per questo monopolio di fatto. Forse perché Maroni ha nominato presidente della Pedemontana Lombarda il capuncolo dell’Italia dei Dolori del giovane “Vertebre”? O perché in fondo Maroni è sempre un “laburista padano”? O per evitare di non essere invitati all’annuale passerella mediatica riminese organizzata da quelli di Combustione e Masturbazione?

  • La risposta è probabilmente “si” per tutte le ipotesi, ma l’ultima prevale.

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