Il decreto di Morichide

Cari amici, un celebre professore di estetica qualche decennio or sono ebbe a definire l’Arte come tutto quello che gli uomini hanno chiamato così. Un bel modo per far entrare nell’Arte tutte le schifezze, in ispecie quelle che ci ammanniscono gli artisti contemporanei. Avete mai visitato la Biennale di Venezia? A me è capitato una volta di entrarci per caso. Dopo cinque minuti, dietro front, avanti marche! Per rifarmi gli occhi mi sono rifugiato sull’Isola di San Giorgio, a contemplare l’Ultima Cena di Tintoretto.

Ma fin che si tratta d’Arte, poco male se qualche professore si diletta di definirla con circonlocuzioni bislacche. Pensate invece alla Legalità. Che cos’è mai ? Una cosa bellissima, diranno in molti, un po’ come la Costituzione, così bella che più belle non ce n’è. Va bene, ma definiamola! Che cosa è legalità e che cosa no? E’ legalità tutto quello che lo Stato definisce così. Quindi se lo Stato dice che gli ebrei sono da gassare, quella è la legalità. Si potrebbero però introdurre alcuni correttivi: Legalità è tutto quello che uno Stato il cui governo sia  democraticamente eletto chiama così. Ma se una maggioranza vuole che gli ebrei siano gassati? Si potrebbe introdurre un altro correttivo: legalità è tutto ciò che uno Stato definisce così sulla base di  principi costituzionali posti a salvaguardia di alcuni diritti inviolabili. Andiamo già meglio. Sta di fatto però che le costituzioni, in un modo o nell’altro, si possono violare, attraverso mille cavilli (lo stato d’emergenza, la causa di forza maggiore, la difesa della patria, il terrorismo, la Congiura di Catilina – provideant consules ne quid respublica detrimenti capiat – ecc. ecc.); e può anche essere modificata. Lo Statuto Albertino si poteva modificare a maggioranza semplice, la Costituzione più bella del mondo con procedure un po’ più complicate. Sta di fatto che la Repubblica di Weimar, fondata su principi liberali e democratici in sé ineccepibili, ha visto spuntare il bel fiore del regime nazista, grazie a un ampio consenso del popolo tedesco. Siamo al punto di partenza: fin che esiste lo Stato, si corre il rischio di vedersi imporre, nel nome della legalità, le azioni più infami. Hai diciotto anni, porti ancora i calzoncini corti e nessun austriaco ti ha mai torto un capello, anzi magari in terra d’Austria hai qualche amichetto, e magari una bella ragazzina? Prendi il moschetto e va’ a sparare a quei bastardi, nel nome della Patria, che vuol annettersi anche territori dove si è sempre parlato tedesco e del Bel Paese non ne vogliono sapere. E se ti rifiuti, plotone d’esecuzione.

Purtroppo, fin che lo Stato ci sarà, il problema resterà insolubile. C’è tirannia e tirannia, a dire il vero. Ci sono duci intelligenti e ducetti soltanto furbi. Nel suolo italico uno è ancora al potere, ma comincia perdere colpi. Sempre in nome della legalità ha voluto cambiare il sistema elettorale e modificare la Costituzione laddove stabilisce l’architettura camerale. Come ho già detto, speriamo che nel referendum di ottobre venga trombato. Sono troppi i segnali di una svolta autoritaria nel nome di un “partito della Nazione”. La “riforma ” della Rai TV col corollario del canone in bolletta è uno dei tanti.
Ma c’è di peggio, signori miei. La notizia è passata quasi sotto silenzio, ma è tale da far rizzare i capelli. Dopo averci fatto credere che si voglia depenalizzare una gran quantità di reati, fra cui quello di diffamazione, la Commissione Giustizia del Senato, con il pieno consenso dei Dem e dei 5 Stelle (proprio loro, i campioni dell’antipolitica!) ha dato la sua approvazione a una norma che commina 9 anni di carcere per la diffamazione a mezzo stampa di un politico o di un magistrato e 6 anni per tutti gli altri casi. Siamo alla follia, per una serie di ragioni. Innanzitutto non si vede per qual motivo politici e magistrati debbano avere una tutela speciale. Non sono già supertutelati? Hanno forse un quid di umanità che li rende superiori ai comuni mortali? Hanno un’ascendenza divina? In secondo luogo pene del genere sono spropositate. Si rischia di esser puniti più severamente per un reato di diffamazione che per un reato di sangue. Diventa quasi un peccato non diventare delinquenti veri: con le attenuanti, la buona condotta, le pene alternative, la condizionale ecc. ecc. uno può cavarsela con qualche mesetto al fresco, o addirittura evitare la gattabuia. E’ in questo modo, quando le pene sono sproporzionate, o incongrue, che la legalità diventa criminogena. I legislatori sono in gran parte legulei, per disgrazia dei poveri sudditi, ma pare non abbiano mai letto il tanto sbandierato Cesare Beccaria. Infine, questa legge sembra fatta apposta per mettere un bavaglio definitivo a quel poco che resta della libertà di stampa.
Il potere non si tocca, signori miei, e se lo toccate vi bastoniamo! La Storia si ripete. Chi ha scarse cognizioni del mondo antico continua a magnificare la città di Atene, dove vigeva la “parresia”, la piena libertà di parola. Vero? Fino a un certo punto. Un certo Diopite aveva fatto approvare un decreto contro l’empietà, noi diremmo l’ateismo, per colpire in particolare il filosofo Anassagora. Qualche tempo dopo proprio in base al medesimo decreto sarebbe stato condannato a morte Socrate, reo di insegnare una dottrina non conforme alla religione della città (ricordiamoci che anche nella Francia del giacobino Robespierre era vietata la propaganda atea). C’era poi una legge, il decreto di Morichide, che vietava di satireggiare nelle commedie gli uomini politici indicandoli per nome. Guai poi a satireggiare il Popolo: si finiva inesorabilmente sotto processo. Pare che sia capitato qualcosa di simile anche al commediografo Aristofane. In somma: in tutti tempi, anche nei regimi più liberali, quelli che comandano puntellano il proprio potere  cercando di tappare la bocca a chi li attacca.
Il reato di diffamazione non dovrebbe neppure esistere. Il buon nome non è una proprietà. E’ una proprietà il mio corpo, sono una proprietà le mie idee, finché rimangono dentro il mio cervello (quando diventano di pubblico dominio appartengono a tutti, perché non sono merce scarsa). Il mio buon nome è quel che gli altri pensano di me. Quel che io sento di me stesso rimane dentro la mia coscienza. E’ quel punto dolente che il pirandelliano Vitangelo Moscarda, ormai giunto alla fine delle sue peripezie, avverte dentro di sé.  Può sentirlo solo lui. Per gli altri, lui è uno nessuno e centomila. Il buon nome d’una persona sicuramente può dipendere dalle sue azioni, ma è una costruzione di altri, appartiene agli altri, sono gli altri che possono farlo o disfarlo, se è vero che la proprietà è “ius utendi et abutendi”. Sia ben chiaro: non sto tessendo l’elogio della diffamazione. Moralmente è deplorevole. Ma non tutto ciò che è moralmente deplorevole dev’essere sanzionato dalla legge. E’ deplorevole fumare cento sigarette al giorno, drogarsi, ubriacarsi e sperperare al gioco tutto il proprio patrimonio. Ma fin che uno non danneggia il prossimo, dev’essere libero di farsi del male.
Qualcuno potrebbe dire: ma la diffamazione danneggia il prossimo!  Come la mettiamo se uno, per battere la concorrenza, sostiene ,mentendo consapevolmente, che i prodotti di un altro venditore sono di cattiva qualità, mentre sono ottimi, magari migliori dei suoi? Se dice, ad esempio, che il vino di un oste concorrente non è fatto d’uva, ma di sostanze chimiche? E’ un inganno nei confronti dei consumatori, sono loro ad essere danneggiati. Saranno loro a doversi tutelare. Nulla vieta al vinaio ingiustamente diffamato di segnalare il fatto a un’associazione di difesa dei consumatori perché porti la questione davanti a un arbitro. Così sarebbe in un sistema anarchico. Dove non esisterebbero istituzioni politiche, né politici da diffamare. Non ci sarebbero neppure magistrati considerati alla stregua di sommi sacerdoti dello Stato, ma solo società di arbitrato in concorrenza fra loro che avrebbero tutto l’interesse ad agire con la massima rettitudine per poter dimostrare che ogni eventuale accusa diffamatoria nei loro confronti è falsa.
Torniamo al nostro aspirante ducetto. Ripeto l’invito: questa volta bisogna andare a votare al referendum, per spazzarlo via. E poi? Se ne arriva uno peggiore? Mi viene in mente quella storiella raccontata da Valerio Massimo. Al tempo di Dionigi tiranno di Siracusa, esecrato da tutti, una vecchietta ogni giorno faceva voti perché gli dei lo facessero vivere a lungo. Incuriosito, il tiranno la chiama e le chiede il motivo del suo comportamento così singolare. “Quando è morto il tiranno di prima – risponde quella – sei arrivato tu, che sei peggiore. Ora prego che tu rimanga in vita a lungo, perché non ne arrivi uno ancor peggiore di te”. Non aveva torto la vecchietta. Ma quello era un modo di tiranni veri, e in un certo senso rispettabili. Il nostro è solo un mondo di poveri pirla, che si scavano la fossa da sé
Giovanni Tenorio

Giovanni Tenorio

Libertino

4 pensieri riguardo “Il decreto di Morichide

  • Leporello
    8 giugno 2016 in 4:31 pm
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    Mi dispiace, padrone, ma io non ce la faccio a votare, nemmeno per mandare al diavolo Renzi.
    La profezia della vecchietta, usando e legittimando il sistema di voto, diventerebbe una certezza: meglio sottrarsi il più possibile all’estorsione fiscale, sperando di togliergli l’ossigeno…

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  • 9 giugno 2016 in 5:32 am
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    Il celebre professore di estetica è per caso Massimo Cacciari? Comunque non è l’unico a dire stupidaggini per prendere soldi pagati con le imposte. Una docente di letteratura inglese de La Sapienza, un po’ meno celebre tanto che ne ho dimenticato il nome, sostiene che le telestupidaggini in centinaia di migliaia di puntate siano la stessa cosa de I Promessi Sposi.

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    • Giovanni Tenorio
      9 giugno 2016 in 4:41 pm
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      Il celebre professore di estetica, da tempo passato nel mondo dei più, è Dino Formaggio. La sua definizione di Arte veniva sbandierata in toni ammirativi, nelle sue conferenze, da un altro trombone accademico, il prof. Luciano Caramel, mandando in brodo di giuggiole schiere di donzellette, che prendevano amorevolmente appunti sui loro quadernetti. L’Arte, a sentire questi signori, non ha nulla che fare né con l’ispirazione né con la creatività. E’ essenzialmente azione che si esercita sulla materia. Non siamo lontani da quello che Gentile dice a proposito del Pensiero: Atto Puro, quindi sostanzialmente azione. Le conseguenze sono le medesime: se le manganellate delle Camicie Nere sono Pensiero, anche la Merda d’Artista di Piero Manzoni è Arte.

  • 10 giugno 2016 in 5:28 am
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    Se non sbaglio, Caramel è stato docente alla Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Ecco perché le chiese moderne sono più brutte dei canti che vi si producono all’interno.

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