Riflessioni su un saggio di Michael Huemer

Cari amici, i politologi sono un po’ come i teologi: questi, sulla base di una presunta verità rivelata (racchiusa in un libro o garantita da una tradizione) costruiscono sontuosi castelli dalle mura solidissime e dalle fondamenta di fango; quelli, data per scontata l’eccellenza d’una certa ideologia, la aggiornano e la raffinano individuandone i difetti e proponendo sempre nuove soluzioni, anch’esse però poggianti su presupposti assai fragili. Lasciamo perdere i teologi, perché discuterne sarebbe tempo sprecato. Lasciamo che si parlino addosso, e pace all’anima loro. Soffermiamoci invece sui politologi. Crollato miseramente il sistema sovietico, hanno tirato un sospiro di sollievo: non più l’imbarazzo della scelta fra marxismo e liberalismo; la Storia è finita con il trionfo della Democrazia Liberale. Si tratta di perfezionarlo, questo sistema, magari rivedendo i meccanismi dello Stato assistenziale ed escogitando riforme per garantire una migliore governabilità e una più ampia partecipazione popolare. Si potrà discutere anche di decentramento amministrativo, federalismo, poteri sovrannazionali, rapporti fra Stato e fedi religiose, e chi più ne ha più ne metta. Ma la Democrazia Liberale, divenuta nel frattempo liberal- socialista, anzi forse soltanto socialista, è un dogma da non toccare.

Ed è qui, signori miei, che casca l’asino. Se io dovessi dimostrare che Gesù Cristo non è mai esistito (è solo un’ipotesi, sia be chiaro. io lo credo personaggio storico), tutti i discorsi sulla Resurrezione crollerebbero come un castello di carte, anche quello di monsignor Ravasi di qualche anno fa (che lascia a bocca aperta, con in testa la domanda “Ma insomma, è risorto o no?”) Se io dovesi dimostrare che la Democrazia Liberale è un mito basato sul nulla, tutti i discorsi sui sistemi elettorali si affloscerebbero come un palloncino sgonfiato. Pensate ai fiumi dì’inchiostro che si stanno sprecando per attaccare o difendere il famigerato Italicum propinato da Renzi e Boschi: tempo e denaro buttato, tutti i sistemi elettorali per me pari sono, perché è la Democrazia in sé a meritare d’esser gettata nel cestino della spazzatura.
Che il re è nudo ( forse sarebbe il caso di dire: che la democrazia è nuda) l’avevano già dimostrato nell’antica Grecia i Sofisti, nonché quel vecchio oligarca (Crizia?) che scrisse la graffiante “Costituzione degli Ateniesi”. Anche Aristotele non amava troppo il sistema democratico; l’accettava come il minore dei mali (qualcosa di simile, qualche millennio dopo, avrebbe detto Churchill). Si dirà: ma quella era una Democrazia diversa, che lasciava ai margini del potere decisionale  gran parte dei consociati, fondata sulla schiavitù e sull’esclusione delle donne, restia a concedere il diritto di cittadinanza a chi non era di sangue puro… Ebbene, le Democrazie Liberali d’oggi si fondano su basi ancor più fragili.
Non lo dico io. E’ dimostrato in un aureo saggio finalmente tradotto  e pubblicato dalla benemerita Casa Editrice Liberilibri di Macerata. Il titolo, in italiano, suona: “Il  problema dell’autorità politica”. L’autore è Michael Huemer: non un politologo, se Dio vuole, ma un filosofo, sostenitore dell’intuizionismo morale, uno di quelli che, prima di innalzare castelli, si preoccupano di sondare il terreno, per non correre il rischio di costruire sulla sabbia. Il terreno qui viene davvero ben sondato: nella prima parte del libro si dimostra, con argomentazioni inoppugnabili, che ogni forma di Stato è moralmente inaccettabile; e che se il Contratto Sociale di Locke, implicito o esplicito, e il Contratto Ipotetico di Rawls appartengono al mondo della mitologia, la concezione che sta alla base della Democrazia Liberale è altrettanto inconsistente. Non starò qui a ripercorrere le chiarissime argomentazioni dell’autore: ne consiglio vivamente la lettura integrale
Quel che invece mi interessa discutere è la proposta della “pars costruens” del saggio, dove si prefigura come potrebbe operare e come potrebbe nascere una società anarchica. In particolare vorrei soffermarmi su quest’ultimo punto, di non lieve momento: perché se è vero che una società anarchica sarebbe una bella cosa e potrebbe operare meglio di qualsiasi altro sistema, oltre ad essere moralmente più accettabile, bisogna anche considerare se, in concreto, si possano dare, ora o in futuro, le condizioni per la nascita e lo sviluppo di un sistema di rapporti sociali che possa sussistere armonicamente senza la tutela oppressiva di un’autorità politica.
Qualcuno recentemente ha espresso in proposito tutto il suo pessimismo*: l’umanità è intimamente troppo corrotta per poter dar vita a un sistema che si fonda sul principi di non aggressione. Le violazioni di tale fondamento sarebbero continue e irrefrenabili, il sistema non potrebbe imporsi e, qualora si imponesse, non potrebbe mantenersi. Strano che sia un libertario a sostenere una visione così pessimistica della natura umana. Se le cose stanno davvero così, hanno ragione Machiavelli e Hobbes: ci vuole un castigamatti, l’autorità politica è necessaria se non si vuol ricadere nella legge della giungla. Io invece, da libertino, pur condividendo le riflessioni di Kant sul “legno storto dell’umanità”, credo che, in un sistema anarchico, le trasgressioni morali attinenti al principio di non aggressione e ai suoi corollari potrebbero essere sanzionate con metodi più giusti e forse anche più severi, nonché più efficienti, di quelli in auge nel mondo “civile” d’oggi (quel mondo dove, per il bene della Patria, può anche esser lecito ricorrere alla tortura). Anche a questo proposito Huemer è più che mai convincente:  consiglio di nuovo la lettura integrale delle sue argomentazioni.
Veniamo al punto più scottante: può nascere un sistema anarchico, e come? Huemer ammette che i piccoli Stati, molto spesso, sono meno oppressivi delle grandi potenze, più inclini a forme di tolleranza, più aperti al libero mercato, di solito alieni dal militarismo, al punto che alcuni di essi hanno addirittura rinunciato a un esercito permanente. Non cade però nell’errore che ormai aduggia il pensiero libertario un po’ in tutto il mondo, e in particolare nel Bel Paese, dove il leghismo e il miglismo hanno fatto scuola, contagiando come un peccato d’origine anche pensatori e attivisti di tutto rispetto: quello di credere che la via maestra per arrivare all’anarchia sia la secessione. Errore madornale. L’alleanza con i movimenti secessionisti è un suicidio. Porta acqua al mulino di un’ideologia che, se per alcune rivendicazioni può anche far causa comune con i libertari, nei suoi fondamenti e nei suoi fini risponde a principi del tutto differenti, o addirittura opposti. Innanzitutto a un senso esasperato del territorialismo, che ripete in piccolo la retorica patriottarda dei grandi Stati nazionali, sostituendo miti pseudo-storici con altri miti ancor più grotteschi. Poi a un’idea organicistica di “popolo”, non molto diversa da quella dell’aborrito Mazzini, anche se i referenti sono diversi (il Veneto al posto dell’Italia, la Catalogna al posto della Spagna, la Scozia al posto del Regno Unito). Infine, assai di frequente, a una autentica fobia per la contaminazione della purezza etnica, sia sul piano genetico sia su quello delle tradizioni culturali e religiose, che la libertà di movimento al di sopra dei confini di Stato finirebbe col provocare. Spesso dalla pretesa di escludere gli stranieri si passa a quella di escludere anche le merci straniere, che fanno concorrenza sleale a quelle nazionali. E magari anche i lavoratori frontalieri (vi ricorda nulla quest’ultimo esempio? E’ la Svizzera che piace ai miglini).
Huemer pensa che società anarchiche possano nascere in territori “neutri”, possibilmente circondati da democrazie liberali, di solito più inclini alla tolleranza e all’accettazione del “diverso”, nonché più aliene da avventure belliche. Se tali sistemi anarchici si dimostreranno giusti ed efficienti, potranno diventare contagiosi ed estendersi gradualmente nei territori limitrofi, e forse diventar modelli allettanti anche per Paesi più lontani.In un futuro che non è possibile calcolare l’idea anarchica potrebbe diventare un principio di buon senso comunemente accettato: un po’ come oggi, nei Paesi”civili”, la Democrazia Liberale: con in più il vantaggio di essere moralmente più sano.
Qui il mio accordo comincia a venir meno. L’idea di Huemer continua a peccare di territorialismo. Fin che penseremo di costruire piccoli sistemi anarchici entro piccoli territori, con la speranza che si espandano, sono convinto che non caveremo un ragno dal buco. Credo invece in un’alleanza dei libertini mondiali per ottenere dappertutto,almeno nelle democrazie liberali, graduali esoneri dagli obblighi di cittadinanza. Qualcosa di simile allo “sbattezzo” di cui abbiamo già parlato. Ha tra l’altro il merito di lasciare la schiavitù dello Stato a chi vuol continuare a sobbarcarsela, preferendo la sicurezza alla libertà. Io sono un epicureo, ma faccio mio il pensiero che Dante attribuisce allo stoico Catone Uticense: la libertà è sì cara come sa chi per lei vita rifiuta. Non è vero che la vita è il bene supremo. Una vita da schiavi è abietta. Bene supremo è la libertà.

*Fabristol su “Libertarianation”

Giovanni Tenorio

Giovanni Tenorio

Libertino

4 pensieri riguardo “Riflessioni su un saggio di Michael Huemer

  • 20 maggio 2016 in 6:26 am
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    Condivido l’idea che anche il più piccolo degli stati potrebbe avere nel propio ordinamento una legislazione illiberale. Tuttavia la secessione potrebbe costituire un passaggio intermedio, purché di breve durata. L’obiettivo finale dovrebbe essere comunque una comunità senza stato, indipendentemente dalla territorialità e dalle eventuali dimensioni di quest’ultima.
    Dopo la frase “Qualcuno recentemente ha espresso in proposito tutto il suo pessimismo”, c’è un asterisco ma non riesco a trovare la nota di riferimento.
    Non conoscevo la frase di Montale su Pannella. E’ paradossale che una delle migliori descrizioni del personaggio provenga da un poeta che aderì al gruppo democristiano del Senato.

    • Giovanni Tenorio
      22 maggio 2016 in 11:19 am
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      Montale da senatore a vita non aderì mai al gruppo democristiano. Fece parte in un primo tempo del gruppo misto (IV e V legislatura), poi del gruppo liberale (VI legislatura), poi ancora del gruppo misto (prima parte della VII legislatura), infine del gruppo repubblicano (seconda parte della VII legislatura-VIII legislatura). In un’intervista del 1965 affermò:”C’è Dio nella mia poesia, ma a patto di togliere a Dio ogni attributo dogmatico. E io sono un cristiano: ma un cristiano che non appartiene a nessuna chiesa”. In somma, “cristiano” con le virgolette, alla maniera di Benedetto Croce, non dei Pera e dei Quagliarielli, per non dire di personaggi patetici come Giovanardi e tutti i fautori del “Family day”, ch’è un orrore già solo per il barbarismo linguistico.

  • Leporello
    20 maggio 2016 in 7:01 am
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    Colpa mia: il riferimento è:

    *Fabristol su “Libertarianation”

    vado a correggere la lista, anzi, l’articolo.

    Quanto alle debolezze democristiane (o socialdemocratiche o socialiste) di Pannella e Montale, per un libertino, che considera l’appartenenza al Senato, indipendentemente dalla schieramento, una debolezza (nel migliore dei casi) è difficile trovare qualcuno “senza peccato”, ci limitiamo a cogliere le idee e il pensiero nei momenti di brillantezza, perdonando (ma non condividendo) la deriva democratica.

  • 23 maggio 2016 in 8:40 am
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    In effetti, andando a rileggere la biografia di Montale non risulta l’appartenenza al gruppo senatoriale della Democrazia Cristiana. Mi ricordavo di un resoconto sul quotidiano IL TEMPO, all’epoca diretto da Gianni Letta, che in occasione della morte del poeta lo aveva inserito in quel gruppo. A questo punto, devo dire erroneamente.

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