Siamo in guerra?

L – Caro padrone, dopo gli ultimi fatti luttuosi di Bruxelles, comincio a pensare che siamo davvero in guerra. Mi pare che una volta l’abbia detto anche il papa: la Terza Guerra Mondiale…
DG – Lascia perdere il papa, che ne spara tante, e grosse… Ma forse in questo caso può anche aver ragione. Bisogna vedere in che contesto l’ha detto e in riferimento a chi e a che cosa. Ma è una questione di lana caprina. La pensi come vuole, fatti suoi e di chi lo venera.
L – Ma allora, secondo voi, siamo in guerra o no?
DG – Certo che sì, ed è una guerra subdola, pericolosa, perché anche se proclamata come tale da chi l’ha scatenata, si fa di tutto per negarla, o ridurla ai minimi termini. Si parla di terrorismo, di fondamentalismo, avendo cura di distinguere un Islam estremistico, proprio di alcune schegge impazzite, da un Islam moderato, che sarebbe maggioritario e solidale con chi è sotto attacco. A me pare che le cose siano molto più complicate. Innanzitutto l’Islam in sé è una religione di guerra, checché se ne voglia dire. La “Jihad” non l’ho inventata io, è scritta a chiare lettere nel Corano. Il quale distingue una piccola Jihad, che è una lotta interiore contro le proprie passioni, in nome della virtù, e una grande Jihad, la lotta contro gli infedeli. Nella Storia mi pare che abbia prevalso questa seconda accezione, tant’è vero che il mondo cristiano, dopo la predicazione di Maometto, fu subito messo sotto assedio e la stessa Europa corse il rischio di finire in una morsa. Il che non ci impedisce di apprezzare quanto di buono la cultura araba ha poi saputo donare all’umanità: magari limitandosi a riciclare e ripetere quel che altri avevano già detto e scoperto, vedi la filosofia greca di Aristotele, fatta propria ed elaborata da Averroè, o le cifre inventate dagli indiani, fra cui il preziosissimo zero…
L – Ma l’algebra è tutta araba…
DG – Forse, però ti ricordo che spesso i dotti dei territori sottomessi dagli Arabi appartenevano ad etnie autoctone. Non potremo mai dimenticare, d’altra parte, la grande letteratura, dalle “Mille e una notte” alla poesia dei Sufi; o, ancora, le meraviglie dell’architettura moresca in Spagna, come l’Alhambra di Granada. Ma poi qualcosa s’è rotto. Il mondo cristiano ha vissuto una tormentata, ma radicale evoluzione, sulla base dei principi cristiani divenuti patrimonio di tutta una cultura, indipendentemente dalle appartenenze confessionali. Dai principi del Corano difficilmente poteva uscire qualcosa di simile. Se bisogna diffondere la verità con la violenza, anziché con la persuasione, non c’è spazio per una concezione liberale. Se l’infedele è il nemico, si ritorna a un’idea di fratellanza molto simile a quella dell’Antico Testamento, dove il prossimo è il proprio compatriota e correligionario: gli altri vanno combattuti e magari passati a fil di spada, perché così ordina Jahvé.
L – Ma Jahvé non è il Dio Padre insegnatoci da Cristo?
DG – Io penso che avesse ragione Marcione: il Dio del Nuovo Testamento non ha nulla che fare con quello dell’Antico. Al Dio della Legge si sostituisce quello dell’Amore. E’ una rivoluzione radicale. Marcione non fa che portare alle conseguenze logiche quanto si intravede nei Vangeli e quanto ha detto San Paolo. Cristo parla con la Samaritana( oggi diremmo una terrona, o un’extra-comunitaria) dicendole cose bellissime, e nella famosa parabola è il Samaritano (ancora un terrone o un extra-comunitario) a trattare come suo prossimo l’estraneo ferito dai briganti, mentre il Levita e il Sacerdote, che pur dovrebbero trattare il malcapitato come un fratello, poiché è uno dei loro, tirano dritto. Il principio dell’universale fratellanza, che troverà la sua celebrazione laica nella “Fraternité” della Rivoluzione Francese, nasce di qui. Il principio liberale viene da San Paolo: “Né giudeo né pagano, né uomo né donna, né libero né schiavo, tutti siamo uguali in Gesù Cristo”. In questo senso, e solo in questo senso, non possiamo non dirci “cristiani”. Perché poi la Chiesa, anzi le Chiese, hanno continuato a essere intolleranti, rinnegando, come Giuda, il loro fondatore. Nel Sillabo di Pio IX si dice che non c’è nulla di più esecrabile della libertà di coscienza, che il liberalismo è da condannare. I Gesuiti della “Civiltà cattolica” arrivarono a giustificare la schiavitù dei negri d’America. Padre Giacomo da Poirino fu sospeso “a divinis” per aver dato i sacramenti a Cavour in punto di morte. Il fanciullo Mortara, battezzato di soppiatto da una serva, fu sottratto ai suoi genitori ebrei e avviato forzatamente alla fede cattolica ( alla fine ne fu felice, buon per lui, chi si contenta gode).
L – Basta, basta, mi state frastornando. Tornando un momento indietro, se ho ben capito, secondo voi l’Islamismo segna un regresso, in un certo senso ritorna al Dio violento e geloso dell’Antico Testamento.
DG – Proprio così. Non è vero che tutte le religioni sono egualmente rispettabili. L’Islamismo è una religione di fanatici. Che poi, presso le persone più aperte e pensose, possa essere declinato in chiave modernizzante, aprendosi ai valori “cristiani” e alle conquiste morali e intellettuali dell’Occidente, è un altro discorso. I cristiani accettano l’Antico Testamento come testo rivelato, ma ne rimuovono le pagine più scabrose. Allo stesso modo si può fare col Corano. Però è molto più difficile, perché lì si ha che fare con un unico testo, dettato in un unico momento, per ispirazione divina, da un unico profeta. Non è possibile parlare di testi antichi, appartenenti a una fase ormai superata del percorso di salvezza, e di testi nuovi, che portano alla piena maturazione la spiritualità religiosa, appena intravista all’inizio del cammino.
L – Torniamo ai tempi nostri. D’accordo, qualcosa s’è rotto, ma anche per colpa del mondo liberale e “cristiano”.
DG – Senza dubbio. C’è molto risentimento, per una serie di errori e di crudeltà, che cominciano all’epoca del colonialismo. Per rimanere  al Novecento e a questi primi lustri del nuovo secolo, è stato un errore la dichiarazione Balfour, grazie alla quale, per riparare i torti fatti agli ebrei nel corso dei secoli, s’è voluto riconoscer loro il diritto di insediarsi in un territorio ormai occupato da altri (il che non mi vieta di ripetere oggi “Viva Israele!”); di qui il terrorismo filo-palestinese, spesso tinto di malcelato nazismo, che ha colpito le comunità ebraiche in tutto il mondo in odio alla politica filoisraeliana di alcuni governi. Le ingerenze delle grandi potenze nella politica degli Stati sorti sulle rovine dell’Impero Turco sono state deleterie. Perché gli Stati Uniti, nel1953, con un’operazione della CIA assecondata dai più alti ranghi dell’amministrazione, favorirono in Iran  la macchinazione che portò alla caduta del governo di Mossadeq?  Per ragioni bassamente economiche. L’Iran era uscito distrutto dalla Seconda Guerra Mondiale, invaso da truppe inglesi e sovietiche. Mossadeq era tutt’altro che un estremista. Educato in Europa, aveva una formazione politica di stampo liberale. Il suo programma prevedeva la nazionalizzazione dell’industria petrolifera, saldamente nelle mani della Anglo-Iranian Oil Company. Caduto Mossadeq, lo scià Reza Pahlavi assunse poteri dittatoriali, facendosi garante, da quel momento, degli interessi legati alle compagnie petrolifere dell’Occidente. Nel corso degli anni il risentimento della popolazione contro di lui crebbe. I capi religiosi, primo fra tutti l’ayatollah Khomeini, che erano stati mandati in esilio secondo un disegno di modernizzazione autoritaria, ebbero buon gioco a soffiare sul fuoco della rivolta. Sappiamo com’è finita. La rinascita di un Islam ferocemente anti-occidentale comincia di lì. Altro errore del governo USA: aver sostenuto contro i sovietici in Afghanistan la guerriglia dei Talebani. I quali, ottenuto il loro scopo, si volsero poi contro i loro ex- sostenitori, di cui non avevano più bisogno: di lì esce la peste dell’al-Qaeda di Osama bin Laden. E le manovre che portarono in Iraq alla caduta di Saddam Hussein? Dapprima fu giocato contro l’Iran, poi fu attaccato improvvidamente come fomentatore dei terroristi e detentore di armi chimiche, sulla base delle fanfaluche propalate dal segretario di Stato americano Colin Powell. Falsa l’una cosa e falsa l’altra. Risultato: rafforzamento del terrorismo islamista e formazione dell’Isis; che dopo la fine di Gheddafi (voluta dalla Francia  per i suoi sporchi interessi, con la codarda acquiescenza del riluttante governo italico, fino a pochi mesi prima grande sostenitore del raìs) minaccia di espandersi anche n Libia…
L – Mi gira la testa. Ma in concreto, se siamo in guerra, che s’ha da fare?
DG – Qualcuno dice che il terrorismo islamista è un fenomeno squisitamente europeo, covato fra le file degli immigrati di seconda o terza generazione. Qualcun altro parla di una sorta di guerra di religione fra Stati musulmani sciiti e sunniti, in cui le ragioni della fede mascherano forti interessi economici e politici, come nella Guerra dei Trent’anni che insanguinò l’Europa dal 1618 al 1648. Nell’un caso e nell’altro, non ci sarebbe ragione di portare direttamente la guerra nei territori soggetti all’Isis. Il terrorismo andrebbe affrontato in Europa sul piano repressivo e su quello culturale; e nell’ambito dei Paesi arabi implicati nei conflitti religiosi bisognerebbe schierarsi di volta in volta dalla parte di chi gioca in modo più consono agli interessi dell’Occidente, inviando, se necessario, truppe, ma con impegni limitati e temporanei, di semplice supporto. A me sembrano due sciocchezze. La guerra che si sta combattendo ha un chiaro centro operativo, il governo dell’ Isis, che opera in Europa con le sue quinte colonne e i suoi guerriglieri, in un conflitto asimmetrico.
L – In che senso asimmetrico?
DG – Asimmetrico come sempre quando da una parte stanno eserciti e forze di polizia regolari, dall’altra parte combattenti anonimi, che si mischiano con la popolazione civile e attaccano di sorpresa, da un lato diffondendo il panico fra la gente inerme, dall’altro godendo di un forte consenso fra chi, pur non impugnando le armi, condivide la loro ideologia di lotta. Qui sta il pericolo. Se c’è una centrale operativa, la guerriglia è sempre vincente, anche contro le grandi potenze. I sovietici dovettero arrendersi ai Talebani. Qualcosa di simile capitò agli USA in Vietnam.
L – Anche nel Sud d’Italia il brigantaggio, dopo l’Unità, fu una sorta di guerriglia, con il sostegno di buona parte della popolazione contadina, che non vedeva di buon occhio il governo “piemontese”, con le sue rapine fiscali e la schiavitù della coscrizione obbligatoria. Eppure alla fine rimase sconfitto.
DG – Perché le bande dei briganti erano sì temibili, ma non molto numerose, e il sostegno della popolazione piuttosto passivo. Inoltre agivano senza coordinamento. Se lo Stato Pontificio, che brigava contro il nuovo Stato unitario, non fosse stato in mano a un branco di sfigati, avrebbe preso in mano la situazione, si sarebbe costituito come centrale operativa e forse l’esito sarebbe stato diverso.
L – Non ditemi che vi sarebbe piaciuta una vittoria del papa.
DG – No di certo, ma non mi piace neppure l’Italiaccia ch’è venuta fuori dalla conquista del Sud. E’ stato un male molto più per i terroni che per i polentoni.
L – Concludendo…
DG – Prima cosa: se si vuol combattere il terrorismo islamista, bisogna colpirne a morte la centrale operativa, con una vera e propria guerra combattuta sul terreno. Chi ha fatto la frittata, rimedi. Che siano gli Stati responsabili di questo bel disastro a impiegare le loro truppe per le necessarie operazioni militari. Truppe di volontari, sia ben chiaro. Il servizio militare obbligatorio è una schiavitù. Chi vuol fare il servitore dello Stato imbracciando il fucile, troverà l’occasione per fare l’eroe e finire immortalato su qualche lapide grondante di retorica. Pèeee Pepepèee! Battaglione att-tenti! Presentàt-arm! Seconda cosa. La guerra asimmetrica risponde a un interrogativo che spesso gli anarchici si sentono rivolgere. In caso di attacco da parte d’una forza nemica organizzata, come potete difendervi in mancanza di un esercito regolare, che solo l’autorità dello Stato può garantire? Risposta: con la guerriglia! Se ci sta a cuore davvero la nostra libertà, troveremo il modo di formare una centrale operativa, prenderemo le armi in massa e avremo un sostegno attivo anche da chi non combatte: invalidi, vecchi, bambini. Le donne combatteranno anche loro, e, come sempre, saranno più toste dei maschietti…
Giovanni Tenorio

Giovanni Tenorio

Libertino

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