Omaggio a un anarchico, anticlericale e libertino: Sergio Ricossa

Sergio Ricossa: chi era costui? Un personaggio di cui, ora ch’è andato nel mondo dei più, molti parlano, a destra. Molti lo ignorano, a sinistra. Pochi l’hanno capito. Ricossa era anzitutto un uomo onesto, con gli altri e con se stesso. Da giovane crede nella scienza economica come scienza esatta, o quasi, capace di formalizzare matematicamente i propri teoremi alla maniera delle scienze fisiche. La sua attività, agli esordi, si svolge tutta quanta nel campo dell’econometria: l’economia come qualcosa di misurabile. E’ però troppo intelligente per rimanere a lungo invischiato in tale errore. Diventa un liberale einaudiano, inquadrando la disciplina economica in un ampio ambito culturale, attento agli svolgimenti  storici, ai nessi politici e sociali, ai conflitti ideologici, alle illusioni e disillusioni delle grandi utopie. Accanto agli scritti accademici, pubblica articoli e saggi divulgativi di grande interesse. Risale agli anni Sessanta dello scorso secolo un volumetto edito da “Biblioteca della Libertà”, in cui presenta il pensiero di Keynes, cogliendone luci e ombre, attraverso una stringata ma succosa antologia di scritti. E’ il primo in Italia ad accorgersi, proprio negli anni in cui il marxismo sembra veleggiare col vento in poppa e il pensiero di Keynes conquista i cuori di politici, economisti, giornalisti e scribacchini, della Scuola Austriaca. Pubblica, grazie all’azzardo di un editore coraggioso, “La società libera” di F.A. von Hayek: per le sinistre è una bestemmia, per gli stessi liberali istituzionali, allora intruppati nel sonnolento PLI di Giovanni Malagodi, una scelta reazionaria. Il volumetto passa nel giro di pochi mesi dagli scaffali più reconditi delle librerie (a metterlo in vetrina si rischia grosso) alle bancarelle dei libri a metà prezzo. Volteggiando un giorno nei cieli di Milano , mi capitò di intrufolarmi in Galleria. A quei tempi, nell’ala che dà sulla Piazza del Duomo,  c’era un “Remainders”. Ci entrai, vidi il libro, lo comperai, lo lessi d’un fiato, lo misi al posto d’onore nella mia biblioteca. Quell’asino di Leporello, senza il mio permesso, lo prestò, in mia assenza, a un suo caro amico, che si guardò bene dal restituirlo. E’ il più grave torto che, suo malgrado, il mio servo mi abbia fatto. Se non gli ho tirato il collo è perché sono sicuro della sua buona fede. Ma lasciamo perdere queste malinconie, riprendiamo il filo, torniamo a Ricossa. Che negli anni Settanta sa rimaner se stesso, pur crescendo di statura intellettuale. Acquista una vena ironica che lo rende amabile anche quando è graffiante. L’ironia è la virtù degli uomini intelligenti. E’  segno di distacco e insieme di tolleranza; è la capacità di criticare, anche severamente, senza perdere però la bonomia di chi sa guardare le cose dall’alto, mantenendo la serenità dello spirito. Da vero epicureo, nel senso alto del termine, al quale si attaglia perfettamente il ritratto del saggio donatoci da Lucrezio in un passo famoso del “De rerum natura”:
“E’ dolce guardare l’altrui sofferenza, dalla riva, mentre il mare è in tempesta (…) E’ dolce guardare i grandi scontri sui campi di battaglia, standosene al sicuro. Ma nulla è più dolce che trovarsi negli eccelsi templi sereni della saggezza, fortificati dalla dottrina, e di lì guardare gli altri e vederli vagare in preda all’errore, mentre cercano senza alcuna guida la strada dell’esistenza, impegnati in contese dell’ingegno, o in scontri politici, protesi giorno e notte, con un lavoro che non ha l’uguale, ad emergere, ad impadronirsi del potere…”
Proprio così: Ricossa sa mantenersi per tutta la vita lontano dalle lusinghe del potere. Non accetta le offerte della Fiat (di cui il padre è stato operaio), si guarda bene dall’impelagarsi nella lotta politica. Da giovane è stato iscritto al Partito Liberale, ma ha dimenticato ben presto di rinnovare la tessera. Sta lontano dal mondo delle banche e dai corridoi dei ministeri. In questo modo mantiene la sua libertà. Sa ironizzare addirittura sulla sua professione di economista. Del venerato Einaudi, nel volumetto “I fuochisti della vaporiera” arriva a dire che, nel dopoguerra, le sue ricette ebbero successo non tanto per efficacia intrinseca, quanto perché tutti, o quasi, ci credevano: una sorta di effetto placebo, in somma, quello che sta alla base della medicina omeopatica. Ironia e ancora ironia, in somma. Come può lasciarsi invischiare nella politica un uomo così? La politica è il regno dell’odio, della rivalità, della malafede. I politici non sanno essere ironici, mentre sono spesso sarcastici. E il  sarcasmo è la brutta caricatura dell’ironia: è segno di invidia, di malanimo, di coinvolgimento totale nella lotta, tutto il contrario dell’atarassia epicurea, del vivere appartato nella serenità della propria saggezza. Tra i politici italiani, l’unico ad avere il dono dell’ironia è stato Andreotti. Coinvolto nella lotta fino al collo, ma figlio del demonio, il serpente, “la più astuta di tutte le creature”, come dice il libro della Genesi. Quello faceva il pretino, ma operava per conto di Belzebù, e nascondeva dietro il sorriso il piano diabolico di cui era esecutore.
Uno dei libelli più graffianti di Ricossa è “I pericoli della solidarietà”. Il titolo sembra audace, ma all’origine voleva essere ancor più temerario: “Contro la solidarietà”. E’ l’editore a consigliare l’ammorbidimento, nel timore d’ un rigetto da parte dei potenziali lettori in un Paese di bigotti come l’Italia. Già, come si fa a parlare contro la solidarietà, la virtù di cui si riempiono tutti la bocca, dall’estrema sinistra all’estrema destra: atei, miscredenti, agnostici, credenti, atei devoti, teocon ,neocon, fascisti, ex-fascisti, ciellini, ecologisti, papisti, antipapisti. E invece ha ragione Ricossa: la solidarietà, come il bene comune, è una panzana. Nel nome della solidarietà chi è al potere ruba ai (presunti) ricchi per dare ai (presunti) poveri. E’ una parola che piace ai preti, ma nel Vangelo non c’è. Lì si parla di AGAPE, cioè di amore nel più alto significato del termine. Andate a leggere il “cantico della carità” , nel cap. XIII della prima Lettera ai Corinti di San Paolo. Se trovate un termine che assomiglia anche solo lontanamente a “solidarietà” o “bene comune” vi faccio dono di tutti i miei averi.
Negli ultimi tempi Ricossa diventa anarchico. Lo afferma lui stesso, avendo cura di distinguere l’anarchia pacifica da quella violenta, da un lato, e l’anarchia collettivistica da quella individualistica dall’altro. Anarchico individualista e non violento. Gandhiano, in somma, anche se lui non lo dice. Proprio come me. Sentite qua:
Quanto sia complicato attribuire le etichette politiche, lo prova la mia esperienza a Milano dove mi invita la libreria Utopia, un covo di anarchici.
Parlo venti minuti, applausi, domande. Alla fine uno mi dice: “Sono di estrema sinistra, ma più antimarxista di lei”. ( “Come si manda in rovina un Paese”, Rizzoli, pag. 212).
Partecipa, nel 1987, alla manifestazione torinese contro il fisco, insieme con Antonio Martino, attirandosi le rampogne dei ben pensanti. Alla marcia partecipa anche il Movimento Sociale: quale orrore! La Confindustria di Lucchini prende le distanze, il Partito Repubblicano, keynesiano e statalista quant’altri mai, sputa veleno. Il Ministro delle Finanze Bruno Visentini si allarma. Chi è questo Ricossa? Un sovversivo? In altre occasioni ha detto che le Brigate Rosse hanno sbagliato tutto: invece di uccidere i poveri cristi, dovevano bruciare le prefetture e gli uffici del fisco. Si è mossa anche la DIGOS. Già, la DIGOS. Gente che se avesse il senso dell’umorismo e apprezzasse l’ironia non potrebbe astenersi dal ridere guardandosi allo specchio.
Lasciatemi concludere con una pennellata libertina. Ricossa s’è preso in moglie una gran bella donna, ed è stato più che mai sensibile al fascino femminile. Parlando della sua vita da professore, dice di non essersi mai lasciato corrompere per denaro; semmai è stato conquistato, agli esami, dal fascino delle studentesse più seducenti: allora ha regalato, senza chiedere ricompense di alcun genere. Sentite adesso questa:
“Il cardinale Biffi si preoccupa (…) che, con la fine del marxismo, irrompano l’utilitarismo spicciolo, il pragmatismo che non ha riguardi, l’edonismo che non ha princìpi. Ma sì, c’è anche il pericolo che un cieco, il quale riacquisti la vista, possa effettivamente mettersi a guardare le donne scollacciate.
Vado più in là del cardinale: io non difendo che un capitalismo moralmente difendibile. Ma per me, guardare una bella donna scollacciata è moralmente difendibile” (ibidem, pagg. 223-224)
Caro professor Ricossa lei, come me, è anarchico, anticlericale e libertino. Adesso che mi ha raggiunto nei Campi Elisi degli Immortali, possiamo darci del tu?
Giovanni Tenorio

Giovanni Tenorio

Libertino