Lettera alla Signora Isabella Bossi Fedrigotti

Gentilissima Signora,
è un vero piacere leggere sulla più prestigiosa gazzetta milanese, fra tanti articoli di trista scienza, uno scritto lieve e spumeggiante come il Suo di ieri, che mi lusinga non poco accennando alla mia vita e alle mie gesta, nonché al mio spirito di amante della libertà, cioè di libertino nel senso più pregnante del termine. Quando poi rivela che un’avventura con me Le avrebbe fatto piacere, riesce a commuovere anche un cuore beffardo come il mio. Le assicuro che, per rispetto alla Sua intelligenza, e non solo alla Sua beltà, se avessi avuto dalla sorte il dono inestimabile d’un incontro d’amore con Lei,  mi sarei ben guardato dal porLa in lista insieme con le altre: perché chi è egregio – ed è il Suo caso- deve rimanere fuori del gregge. Ciò detto, amicus Plato sed magis amica Veritas: non tutto quello che Lei dice mi trova concorde; e nel complesso trovo le Sue argomentazioni più persuasive che convincenti (perdoni la sottigliezza: il persuadere attiene all’arte retorica, laddove il convincere ha piuttosto che fare con la logica, e io sono un loico inguaribile). Ma andiamo con ordine.

Lei sospetta che anch’io, divenuto vecchio, possa aver avuto qualche problema di salute a causa dei miei lauti festini, dove si assaggiavano piatti squisiti e si beveva vino generoso (ah, quel Marzimino!) al suono della più deliziosa “Tafelmusik”. Tutt’al contrario! Non ho mai avuto problemi di salute. I fagiani e l’altra raffinata selvaggina che il mio eccellente cuoco cucinava in modo sopraffino mi hanno conservato sano come un pesce, i vini delle Venezie hanno tenuto lontano da me ogni contagio. E’ stata Donna Elvira, l’unica fanciulla che ho avuto la dabbenaggine di sposare, maniaca delle diete vegetariane, vegane, macrobiotiche e chi più ne ha più ne metta, astemia, fanatica della medicina omeopatica, inviperita contro le manipolazioni delle piante da semina (allora si chiamavano innesti, oggi OGM), a fare una brutta fine, riempiendosi di rughe, ingiallendo, riducendosi come uno straccio e finendo i suoi giorni mal spesi nel letto d’un ospizio, irrimediabilmente rimbambita. Le confesso che l’ho abbandonata proprio per la sua insopportabile  insistenza a tentar di convertire anche me alle sue manie. “Fossi matto!”- le dicevo- ” Ho abbandonato le pratiche devozionali di Santa Romana Chiesa perché non ne potevo più di digiuni, fioretti, magro al venerdì, mortificazioni di vario genere, e voi volete costringermi a penitenze anche peggiori? Ma io piuttosto vado all’inferno!” E così fu.
Quanto poi ai Don Giovanni al femminile, se avrà la pazienza di leggere quel che ho scritto qualche giorno fa in difesa di Carmen, vedrà che io non posso concepire neppur lontanamente una simile idea. Una donna può essere solo Carmen , non Donna Giovanna, così come un uomo può essere solo Don Giovanni, non Carmelo. Sarebbero contro natura, farebbero l’effetto d’una soldata o d’una poliziotta l’una, d’ un ributtante cinedo l’altro. La donna è anima, ovverossia natura, l’uomo è spirito, ovverossia raziocinio, ed è questo il motivo per cui la donna è diversa, e sicuramente superiore: perché l’anima, ch’è la sede dei sentimenti, ha  vista lunga e intuizione  pronta, laddove il raziocinio, ch’è aridità di calcolo, è spesso miope e mentalmente torpido. Viva le femmine, viva il buon vino, sostegno e gloria d’umanità!
Veniamo ora al vero punctum dolens. Lei, contrariamente ai miei elogi dell’altro ieri, ostenta il Suo disprezzo per Dominique Strauss Kahn, trattandolo da volgare sciupafemmine, indegno d’essere avvicinato al mio illustre modello. Signora, non presti ascolto a quelle donnicciole che prima hanno offerto al Nostro le loro bellezze, poi quando l’hanno visto in disgrazia hanno pensato bene di infierire contro di lui, dipingendolo in giudizio, con le loro false testimonianze, come una sorta di marchese de Sade che le trattava alla maniera di bestie. Ma se le cose stavano davvero così, perché non l’hanno denunciato allora? Perché nessuno ci avrebbe creduto! Ora che è in disgrazia tutti gli danno addosso, e così è giunto il momento di aggiungere fango a fango, nella speranza di ottenere qualche sostanziosa sommetta a titolo di risarcimento. Proprio quel che successe anche a me. Nella famosa festa che diedi nella mia villa palladiana non fui io a tentar di stuprare Zerlina, fu lei a concedermi le sue grazie, salvo poi urlare: “Ah,soccorretemi, ah soccorretemi!” quando vide spuntare quel mentecatto di Masetto. E anche lei in tribunale ebbe la faccia tosta di sostenere, sotto giuramento, che l’avevo trascinata io nella mia stanza per metterla sotto con la forza, trattandola come una cavalla. E tutti i miei ospiti, manco a dirlo, testimoniarono a suo favore. Ricordo ancora quel rozzone di Masetto dichiarare che io volevo fare cavaliera ancora lei, prendendosi un rimbrotto dal pubblico ministero, che lo esortò a parlare in termini più urbani.
Queste le mie obiezioni, ma il Suo articolo rimane bellissimo, da leggere tutto d’un fiato, affascinante e avvincente. Gli ignorantelli – ce ne sono anche sulla gazzetta milanese – direbbero “intrigante”, ma io questo aggettivo, la cui connotazione rimane deteriore, lo uso per qualificare personaggi come Renzi, non gli scritti d’una Signora bella e intelligente. Invece gli articoli degli ignorantelli li salto a piè pari, li  “bypasso”, direbbero loro (nessun direttore con con  gli attributi che li esorti a scrivere in termini più urbani?).
Le porgo i miei più riverenti saluti.
Suo Don Giovanni Tenorio

Giovanni Tenorio

Giovanni Tenorio

Libertino