Fondi di magazzino

Bisogna pur in qualche modo metterli insieme i palinsesti delle serate televisive in questo affocato mese d’Agosto, quando le famigliole sono al mare o ai monti, i giovani affollano le discoteche sbronzandosi e facendosi, i puttanieri nelle notti insonni vanno in cerca di lucciole e a casa, davanti al video, rimane qualche vecchio sfigato, magari lasciato lì a tener a bada i nipotini, mentre i genitori sono fuori a cena. Che c’è di meglio, allora, per riempire la serata di Rai5 – il canale “culturale” di cui la Tv di Stato quasi si vergogna, mentre molti quotidiani neppur si degnano di pubblicarne i programmi – che rovistare nei ben forniti magazzini del benemerito Ente nato nel Ventennio, per trarne qualche cosa – questa o quella per me pari sono – da propinare ai malcapitati? Ed ecco allora programmato, per la serata del 13 Agosto, un “Don Giovanni” datato 2009 e allestito nel teatro Lauro Rossi di Macerata. Non ho voluto perderlo: Don Giovanni sono io! Volevo vedere se mi rendevano giustizia, e, ancor prima che a me, ai miei papà Mozart e a Da Ponte. Delusione atroce! Pier Luigi Pizzi, regista e scenografo, è invecchiato anagraficamente e spiritualmente, e nel 2009 era già vecchio. I suoi eleganti allestimenti d’un tempo, capolavori di raffinatezza e di misura, ormai ce li sogniamo. S’è lasciato anche lui contaminare dall’infame “teatro di regia” inventato dai tedeschi: i quali, come è risaputo, fanno tutto molto seriamente, e anche nel brutto sono più brutti che mai. Tutto ciò che nel libretto di Da Ponte e nella musica di Mozart è allusivo, qui diventa pesantemente esplicito. In quasi tutte le scene campeggia un letto, sul letto spesso si canta lunghi e distesi, quando non sdraiati a terra (altro brutto vezzo delle regie odierne). Anche l’Aria del catalogo che il mio servo Leporello sciorina a Donna Elvira è cantata su un letto; Leporello palpeggia per tutto il tempo la poveretta, e alla fine quasi arriva a montarla come un caprone. Dov’è la divina leggerezza dei due miei papà? E’ la stessa operazione che Pasolini ha fatto con Boccaccio (un altro divino che sa dire le cose più sconce con eleganza suprema). Avete presente la novella di Andreuccio da Perugia, quando il giovane cade nella fogna? Boccaccio:” Tutto sporcossi di quella bruttura di che il luogo era pieno”. Pasolini :”Aiuto! Sono caduto nella merda!” Però, tutto sommato, il film di Pasolini tratto dal Decameron è piacevole, il “Don Giovanni” di Pizzi tira soltanto schiaffi. Passiamo alla parte musicale. L’Orchestra delle Marche non è il non plus ultra , ma se la cava dignitosamente (nessuno può pretendere il suono dei Wiener). Il direttore Riccardo Frizza è bravo, e sa tenere in pugno dall’inizio alla fine, senza cedimenti, la temibile partitura, che Toscanini confessava di non saper dirigere. Ildebrando d’Arcangelo, nella parte del protagonista, cioè di me, canta con tecnica sapiente e recita con accattivate spavalderia, ma non mi ci vedo in lui. Troppo grossolano, sembra un ragazzotto da discoteca. E anche lui palpa troppo e bacia troppo. Bisogna alludere, soltanto alludere! Io sono un aristocratico, chi mi interpreta deve esibire un’aristocratica sprezzatura! Non mi si deve mostrare mentre mi spoglio, o a torso nudo! Non male il Leporello di Andrea Concetti. Bene il Masetto di William Corrò e la Zerlina di Manuela Bisceglie (visetto delizioso). Molto bene le altre donne: Carmela Remigio (Donna Elvira) e Myrto Papatanasiou (Donn’Anna), costrette purtroppo a cantare, molto spesso, in posizioni impossibili. Semplicemente indecente il Don Ottavio di Marlin Miller: dove sono andati a raccattarlo? Diventa più antipatico e più pirla di come Mozart e Da Ponte l’hanno fatto. I suoi sospiri – l’unica cosa che sa fare è sospirare e minacciare sfracelli per poi andare dai carabinieri – diventano ragli. Ultimo appunto: mancano le orchestre in scena, nel Finale Primo e nel banchetto del secondo atto. Nel Finale Primo il risultato è un bel pasticcio, a voler tutto risolvere in buca. Il bravo Frizza fa tutto quel che può, ma ne esce un Mozart svilito, proprio laddove l’intersecarsi dei diversi motivi orchestrali è d’una sconcertate, poliritmica modernità. Forse la scelta è dovuta a motivi di economia. Le orchestre costano. Lo sapete che, per motivi sindacali, se un orchestrale suona sul palcoscenico anziché in buca, riceve una speciale indennità? E che in questi casi c’è anche un’ “indennità di vestito”? Cose da pazzi. Ecco perché i costi dei teatri lirici esplodono. Conclusione: sono irritato, molto irritato. Avrei fatto bene ad andarmene a letto. Sono così irritato da prendermela anche con i miei due sublimi papà. Non gli perdono quel Finale Secondo, appiccicato lì dopo il mio eroico confronto con la statua del Commendatore, ch’è la più bella esaltazione della libertà, sì, anche la libertà di ribellarsi a Dio (o meglio a quello che i preti ci gabellano come Dio). Quella morale gesuitica! “Questo è il fin di chi fa mal/ e de’ perfidi la sorte alla vita è sempre ugual”. I primi a non crederci erano proprio i miei due papà, libertini come me. Tagliare, tagliare! Anche se la faccenda è controversa, pare che alla ripresa viennese dopo l’esordio a Praga l’ultima scena, per motivi tecnici, sia stata tagliata. Bene, rimanga nel cestino! Vi saluta Don Giovanni Tenorio, quello vero!

Giovanni Tenorio

Giovanni Tenorio

Libertino