Spigolature di mezza estate

Guerra e rivoluzione: lo stato nemico
Guerra e rivoluzione: lo stato nemico

L’editore Feltrinelli non poteva farci regalo più gradito a sollievo dell’afa estiva: un saggio di Lev Tolstoj, inedito o quasi, intitolato “Guerra e rivoluzione”, dove il pensiero anarchico e non violento (anarchico, e quindi, per conseguenza, non violento) è esposto in forma accattivate e cristallina, a scorno di tutti coloro che, per ignoranza o malafede -e non è detto che l’una escluda l’altra- continuano a deprecarlo. Io sono un epicureo, Tolstoj uno stoico. Uno direbbe: il diavolo e l’acqua santa. E invece no: lo sento fraterno, l’autore immortale di “Anna Karenina”, come sento fraterno Gandhi, che a sua volta lo ammirava. Li abbraccio a tutt’e due! Una citazione per tutte:”… gli atti e i provvedimenti del governo di quei popoli che presumono di autogovernarsi non sono che il risultato delle complesse lotte tra i partiti, degli intrighi, della sete di potere e dell’interesse personale di questi e quegli individui, e dipendono tanto poco dalla volontà e dai desideri del popolo tutto, quanto gli stessi atti e provvedimenti dei governi più dispotici. Quei popoli sono come uomini rinchiusi in carcere che si immaginano di essere liberi perché viene concesso loro il diritto di votare per l’elezione dei carcerieri delegati all’amministrazione interna dello stesso carcere”(pagg.88-89, traduzione di Roberto Coaloa). Un bello sberleffo all’ideologia democratica!

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Un altro bel regalo è “La corsa verso il nulla” di Giovanni Sartori, pubblicato da Mondadori: a patto di considerarlo un libro di barzellette, com’è ormai diventato il celebre saggio “I limiti dello sviluppo” del Club di Roma, cui a suo tempo tributò incensi la debole ragione di tanti illustri intellettuali. Leggere per credere! La Chiesa Cattolica dovrebbe risarcire il debito pubblico italiano vendendo i suoi tesori d’arte, che non è più in grado di custodire; per salvarci dall’invasione dei migranti dovremmo sparare sui barconi, ed altre amenità del genere. Sartori è da annoverare fra quelle menti fini che hanno avuto il torto di voler partorire frutti dell’ingegno fino a troppo tarda età, dando vita a figli gracili o deformi. Pensiamo a “Destra e sinistra” di Bobbio o “Cattiva maestra televisione” di Popper. O, entrando in altri campi, agli ultimi film di Chaplin, che vorrebbero far ridere e invece fanno sbadigliare. Pare che i matematici diano il meglio di sé fino a quarant’anni, poi cessano d’essere creativi e possono solo fare i professori, cioè coloro che per definizione ripropongono fino alla noia a un uditorio riluttante la vecchia farina del proprio sacco o del sacco altrui. E Verdi che ultraottantenne scrive quel miracolo che è “Falstaff”? Ve lo spiego subito: conosceva a memoria l’Opera di Mozart che esalta le mie gesta, e per riconoscenza il Genio di Salisburgo dovette assisterlo dall’alto nell’ultima sua fatica. Quanto a me, posso continuare a scrivere senza pericolo anche se ho sulle spalle parecchi secoli. Non invecchio, perché sono della sostanza di cui sono fatti i sogni.

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Avete avuto sentore del pasticciaccio di Cortina d’Ampezzo? In un prestigioso albergo dell’illustre località montana si annuncia una conferenza di Giovanardi per la presentazione del suo ultimo libro. Alcuni clienti, di quelli che hanno il portafoglio a destra e il cuore a sinistra, protestano; la direzione ritira la concessione della sala a un personaggio così sgradito. I gazzettieri democratici si stracciano le vesti, gridando alla censura. La direzione fa macchina indietro: la sala -dice- non è mai stata negata, Giovanardi può accomodarsi. Ebbene, in tutta questa melanconica vicenda l’unico a salvare la faccia è proprio il buon Giovanardi, che qualcuno malignamente ha sospettato d’aver montato tutta la faccenda per farsi propaganda. Perfida calunnia! Con quel faccione da pretone di campagna, Giovanardi non sarebbe capace di simili ribalderie. E’ un buon cattolico, nel senso più nobile dell’espressione. Gli altri, hanno fatto tutti una figura di cacca : i clienti che hanno ricattato la direzione, la direzione che per non scontentare i clienti s’è rimangiata la parola data per poi ritornare sopra i suoi passi, i gazzettieri che, come sempre, hanno preso lucciole per lanterne, dimenticando che ognuno in casa sua può far quello che vuole, può concedere una sala o negarla, a suo piacimento. Se tra la direzione e Giovanardi c’era solo un’intesa verbale, libera la direzione di cambiare idea senza conseguenze, anche se moralmente deplorevole. Se c’era un regolare contratto, giusto che la direzione fosse chiamata a risarcire il danno in caso di ripensamento. Il resto è chiacchiera. La censura c’entra come i cavoli a merenda (tra parentesi: non condivido una parola di quel che Giovanardi pensa e scrive, ma per consentirgli di diffondere le sue idee sarei disposto a concedergli gratuitamete il Salone d’Onore della mia villa palladiana).

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Durante l’ultimo conclave lo Spirito Santo dev’essersi distratto. Se dopo un mite e coltissimo professore di Teologia, amante di Mozart e di Bach, voleva darci come vicario di Cristo un prete del Terzo Mondo incapace di distinguere la Nona di Beethoven dalla Vispa Teresa, fatti suoi; ma visto che la scelta doveva cadere su un gesuita, perché non su un gesuita che, gusti musicali a parte, fosse dotato , come di solito tutti i suoi confratelli, di solide basi culturali? Invece il prescelto è d’un’ignoranza disarmante. Avete letto la sua intervista sul “Corriere della Sera”? Risposte che nessuno si aspetterebbe neppure dal parroco d’uno sperduto paesello abbarbicato sulla schiena del Legnone. Dice che le Crociate vanno giudicate tenendo conto della mentalità del tempo, senza accorgersi che a questo modo adotta un criterio reativistico, contraddicendo quella dottrina morale che dovrebbe difendere (una delle sue bufale, poco dopo l’elezione, fu la dichiarazione che il cristianesimo è relativistico, perché relativo a Dio. Ma – dico io – se Dio è l’Assoluto, ciò ch’è relativo a Dio è anch’esso assoluto!) Si vanta di non capire un’acca di economia, ma poi di economia continua a blaterare a sproposito, come nell’ultima enciclica. A proposito della Grecia, parla di default e bancarotta, dicendo che gli Stati dovrebbero poter far bancarotta. Ma si rende conto dell’enormità di quel che afferma? La bancarotta è un reato! Il bancarottiere è chi trucca i bilanci per ingannare i creditori! Evidentemente il biancovestito usa termini di cui non ha ben chiaro il significato. Alla fine giustifica l’accettazione del Cristo inchiodato a falce e martello ricordando che è la copia d’un’opera d’arte (!!!) d’un suo confratello defunto, esponente della Teologia della Liberazione. Che farebbe il Nostro se gli regalassero un Cristo inchiodato a una croce uncinata? Dopo tutto, Hitler nel suo nobile programma voleva infliggere una giusta punizione a quei plutocrati usurai filocapitalisti di Ebrei, i deicidi, quelli che un altro biancovestito elevato alla gloria degli altari chiamava “cani”(bisogna capirlo, erano i tempi. I tempi in cui Cavour, per molti aspetti un libertino come me, era fiero di aver tra i suoi collaboratori un ebreo come Isacco Artom).

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Tutti a deplorare la Merkel e Schäuble, gli affamatori della Grecia, i governanti del Quarto Reich che opprimono l’Europa, cogliendo l’obiettivo che fu di Hitler, assoggettare e dominare i popoli: non con la forza delle armi, però, come voleva quel brutto ceffo, ma in modo più subdolo, con i raggiri d’un’economia e d’una finanza manipolate a tutto vantaggio della Germania e a scapito dei Paesi più deboli. Bisogna rifare l’Europa, su basi più democratiche! Ma scusate, signori miei, l’Europa è già democratica! L’attuale assetto, brutto quanto si vuole- sono il primo a dire ch’è ributtante- è nato da accordi, assensi e consensi di governi democraticamente eletti! La volontà di un governo democraticamente eletto corrisponde alla volontà del popolo. O no? L’ideologia democratica per me è una patacca, ma chi la fa propria deve accettarne tutte le conseguenze. Sì, ma ci vuole ancor più democrazia! Un vero governo europeo, che abbia la fiducia del Parlamento eletto a suffragio universale; un sistema bancario unificato; una politica di bilancio unificata; un sistema fiscale unificato; una BCE che, come la FED, possa stampar denaro a piacimento, senza render conto a nessuno, non come Draghignazzo che deve chiedere il permesso a Weidmann, a Schäuble, alla Merkel. Denaro per tutti, a buon mercato. Questa è democrazia! Sapete che vi dico, signori liberaldemocratici? Tenetevelo questo super-Stato, non vi bastano quelli che già esistono? La soluzione alla crisi non è più Stato, e neppure meno Stato, ma niente Stato! Permettetemi di citare ancora Tolstoj, che aveva già capito tutto: “La pacificazione dell’umanità non sarà realizzata con l’accrescimento della potenza degli Stati. Essa non può avvenire che per un’azione contraria: l’abolizione dello Stato e della sua autorità basata sulla violenza”. Per quanto mi riguarda, ich liebe Deutschland: la Germania di Bach, Beethoven, Goethe. Di Weidmann, Schäuble , Merkel me ne faccio un baffo: ma mi sono più simpatici di tanti Renzini stupidini. Per non parlare di Brunetta.

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Arriva l’estate e il vecchio Ennio Morricone riprende le sue trasferte nei più noti centri di villeggiatura per offrire al pubblico le dovizie melodiche delle sue celebri colonne sonore, compresa quella terribile sbrodolata che accompagna le sequenze della “Leggenda del pianista sull’Oceano”. Tanti applausi, ma poi il Nostro si lamenta perché il medesimo pubblico non par apprezzare le sue composizioni di musica “colta”, quella che piace ai critici e ai professori di Conservatorio: repellenti borborigmi. Anche Bizet pensava che la sua “Carmen” fosse una “merde”, ma era ben contento che il pubblico la trangugiasse a preferenza di altri suoi lavori. Una riflessione e una conclusione. Riflessione: non sempre gli artisti sono i migliori giudici delle loro opere. “Carmen” è uno dei capolavori assoluti del teatro musicale, un incomparabile omaggio alla meravigliosa gitana amica mia. Conclusione: avete ascoltato la Missa papae Francisci” di Morricone, recentemente trasmessa da RAI5? No? Non avete perso nulla. Una noia mortale, degna del personaggio cui è dedicata.

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I soliti cantori delle magnifiche sorti e progressive stataliste si stracciano le vesti perché i cartelloni delle prossime stagioni liriche italiane sono pieni di aria fritta. Offrono al pubblico le Opere arcinote di sempre, Rigoletti, Traviate, Bohème, nulla di nuovo, nulla che esca dalla più vieta consuetudine. Ecco che cosa succede a tagliare i fondi per la cultura, ecco dove porta la bella trovata di sostenere le stagioni grazie agli apporti delle donazioni private: chi paga vuol dettar legge, entra nei CDA dei Teatri, vuole spettacoli di cassetta. Della cultura non gli importa un fico secco. “Il ragionamento non fa una grinza!” commenta il mio servo Leporello. Commento da servo, come sempre, facilmente confutabile. Ecco qua. Teatro dell’Opera di San Francisco, fondato da un glorioso napoletano, Gaetano Merola. Sovvenzioni totalmente private, a parte un contributo pubblico di meno dell’1%. Bilancio in pareggio. La stagione comprende un’Opera nuova di Marco Tutino, “La Ciociara”, dal romanzo di Moravia, un allestimento tradizionale ma intelligente delle “Nozze di Figaro” e un’Opera da far tremare le vene e i polsi come “Les Troyens” di Berlioz. Il pubblico gremisce la sala ed applaude soddisfatto. La direzione del teatro si frega le mani. Né Rigoletti, né Traviate, né Bohème. E allora? Allora, c’è qualcosa di marcio nella vecchia Europa. E in Italia il marcio emana un fetore insopportabile.

Giovanni Tenorio

Giovanni Tenorio

Libertino

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