Il peccato veniale di Claudio Magris

Claudio Magris è uno scrittore squisito. Insigne studioso della letteratura tedesca, raffinato conoscitore della cultura mitteleuropea, illustre divulgatore del mito asburgico, autore di pregevoli opere letterarie, possiede la virtù non comune di scrivere bene, con uno stile piano ed elegante, accessibile a tutti, sempre al servizio di argomenti d’alto livello. Non si può che esse d’accordo con lui quando, in un suo ultimo scritto pubblicato sul “Corriere della sera”, di cui è sempre stato una delle firme più prestigiose, mette il dito sulla piaga dell'”opinionismo” dilagante: ovverossia il vezzo di richiedere opinioni sui più svariati argomenti a personalità note a una vasta platea, magari assai ferrate nel loro campo specialistico, ma del tutto digiune delle nozioni minime necessarie per rispondere sensatamente a quanto vien loro domandato. Risultato: tutti parlano di tutto, svolgendo un’azione diseducativa, che disorienta il pubblico diffondendo idee distorte, da cui può essere indotto a scelte deplorevoli. Bella la metafora della “bolla”, alla quale nell’articolo si fa ricorso: come montano le bolle speculative in campo economico e finanziario, destinate prima o poi a esplodere con danni più o meno gravi non solo per chi vi è direttamente coinvolto ma anche per il sistema nel suo complesso, così si formano le bolle d’opinione, non meno pericolose per le loro conseguenze, perché possono portare a risultati inattesi, frutto di scelte avventate, ai quali è difficile porre rimedio.
Magris, che pur discetta spesso e volentieri su argomenti non sempre strettamente attinenti al suo ambito di studio, ha sempre avuto il buon gusto di esprimere opinioni documentate, grazie alla sua cultura ampia e alla sua non comune onestà intellettuale.
Però un peccato veniale, più d’una volta, l’ha commesso anche lui: non ne parlerei, lasciando correre volentieri, se non mi toccasse sul vivo in quanto anarchico e libertino. Che ha detto? Ha bollato con un giudizio stringato, ma drastico e privo di quei distinguo e di quelle sfumature che ci si aspetterebbero da uno spirito raffinato qual è il suo, il cosiddetto anarco-capitalismo, quello che, per intenderci, si compendia nel pensiero di Murray N. Rothbard e dei suoi seguaci (un pensiero in cui, fatte alcune differenze e presa qualche distanza, in larga parte mi riconosco). Magris, purtroppo, commette lo stesso errore di coloro che ostentano disprezzo per tale pensiero senza mai aver letto una riga dei saggi che lo espongono, ma prendendo per oro colato quel che ne hanno sentito dire da persone tutt’altro che ben disposte, se non ad accoglierlo, almeno a comprenderlo. L’anarchismo rothbardiano viene confuso con quel fantomatico “liberismo selvaggio” senza regole di cui da tempo blaterano gli sprovveduti, gli ignoranti, gli statalisti impenitenti, i solidaristi cattolici e, buon ultimo ma primo per la reverenza che suscitano tutte le sue parole, anche le più svitate, il biancovestito assiso sul trono di Pietro. Liberismo selvaggio che premia i ricchi rendendoli sempre più ricchi e sospinge i poveri in una miseria sempre più nera. Una prova? La crisi cominciata negli Stati Uniti col fallimento della Lehman Brothers e propagatasi in tutto il mondo opulento, con gli sconquassi che conosciamo. Peccato però che tali sconquassi siano il frutto di un sistema che liberista non è, e non ha nulla, ma proprio nulla che fare con quello propugnato da Rothbard e compagni. Che c’è di selvaggio nell’organizzazione attuale delle banche centrali, che decidono a proprio arbitrio la quantità monetaria circolante, l’aumento medio tendenziale dei prezzi su base annua, i tassi di interesse, gli interventi “correttivi” in ambito finanziario che hanno ricadute non solo sulle transazioni di borsa (l’economia di carta), ma anche sugli investimenti produttivi ( i fondamentali dell’economia reale)? Selvaggia, sì, ma nel senso di sostanzialmente violenta (altro che anarchica!), è una struttura come quella dominante dove la moneta, anziché essere ancorata a un bene reale relativamente stabile e ben accetto ( come un tempo l’oro e l’argento) o a un espediente algoritmico che ne impedisce la crescita inflativa (gli attuali bitcoin) può essere stampata a piacere, nell’illusione che sia quella a produrre, a priori,la ricchezza, e non la ricchezza ad essere misurata, a posteriori, da quella. Selvaggi sono i monopoli di Stato, o dallo Stato accettati e sostenuti, grazie a licenze, brevetti e simili obbrobri. Tutte cose che gli anarchici come me aborrono. Selvaggio io? Ma che dici mai, o mio interlocutore ignorantello? Rimàngiati la tua offesa! Vuoi far la fine del commendatore? Vuoi batterti meco? No, non mi degno di pugnar teco!
Parlo così a un mio avversario fittizio. Non sto parlando a Magris, che continuo ad ammirare e che, da quell’onest’uomo che è, se solo avesse tempo di documentarsi un po’ di più sarebbe il primo a dolersi d’esser stato così avventato nel suo giudizio, ponendosi sullo stesso piano di quegli opinionisti frivoli che giustamente deplora. Forse userei questi toni col biancovestito, che ultimamente, nel suo viaggio in America Latina, se n’è uscito ancora, fra il plauso generale, con qualche bella proposizione in cui si confonde l’economia con la carità. Quelli come lui non hanno ancora capito e non capiranno mai, corti di cervello come sono, che la prima attiene all’utile, la seconda al cuore. E che il cuore non può far nulla di buono, se non biascicare paternostri e avemarie, quando le tasche non siano state prima doviziosamente riempite grazie agli strumenti propri dell’utile.

Giovanni Tenorio

Giovanni Tenorio

Libertino

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