Una parabola

C’era una volta un giovane bello, rampollo d’una famiglia gentilizia da tempo decaduta. Piaceva agli amici perché era un tipo gioviale, capace di tenere allegra la compagnia per ore e ore, con frizzi, lazzi e irresistibili battute di spirito. Teneva presso di sé tante belle donnine, che gli offrivano i propri favori gratuitamente, ma non disdegnavano talvolta di concedersi anche ad altri a pagamento, condividendo il frutto delle prestazioni col loro protettore. Aveva il vizio di bere: per sostenere le spese necessarie all’approvvigionamento di vino chiedeva spesso e volentieri prestiti ai suoi compagni di bagordi, che sulle prime non glieli rifiutavano. Qualcuno arrivò addirittura a offrirgli a credito parecchie damigiane di quello buono. A un certo punto però il giovane cominciò ad accusare i sintomi della cirrosi epatica, e in più si trovò sulle spalle un debito difficilmente ripagabile. Chiese pietà agli amici, che, impietositi, non solo gli condonarono parte del dovuto, ma gli concessero anche nuovi crediti, a patto che si curasse la cirrosi, smettesse di bere e si trovasse un lavoro, visto che fino a quel momento era vissuto nell’ozio, sostentandosi con i proventi delle sue belle. Quello promise, per un po’ fu fedele ai patti, ma poi pensò che non poteva continuare a tirare la cinghia, lavorando come un matto e vivendo da poveraccio finché non avesse restituito agli amici il denaro ricevuto in prestito. Si rimise a bere, gli ritornò la cirrosi, si ritrovò senza il becco d’un quattrino. Agli amici che gli domandavano ragione del suo nuovo colpo di testa rispose chiedendo dilazioni, altri prestiti e la sottoscrizione di un nuovo patto, in base al quale potesse continuare a bere, sia pure in misura più contenuta, e ridurre le ore di lavoro. Si sentì rispondere picche, scoppiò un tafferuglio e ormai si era giunti ai ferri corti quando uno dei compari, più scaltro degli altri, se ne uscì con questa proposta: “Senti, caro amico, ormai anche tu sei giovane per modo di dire, perché il tempo purtroppo passa per tutti. Al vino finora non sai rinunciare, lavorare ti piace poco. Sei anche diventato impotente,a causa dei tuoi stravizi che ti hanno procurato non pochi malanni. I tuoi rapporti d’amore con le tue fanciulle, che anche loro hanno qualche annetto in più sulle spalle, si sono ridotti a zero; in compenso i loro rapporti commerciali vanno a gonfie vele, intendo dire i commerci carnali con la clientela pagante, i cui frutti tu ti appropri in larga misura per spenderli in vino, anziché onorare i debiti che hai contratto con noi. Bene: noi non ti chiediamo di restituirci ora quel che ci devi. Cédici in usufrutto, a titolo gratuito e a tempo indeterminato, le tue donnine. Saremo noi a farle battere, e scaleremo le entrate delle loro prestazioni dall’ammontare del tuo debito, fino a esaurimento. Per il resto, fa’ quello che vuoi. Vuoi rinsavire? Rinsavisci. Forse le tue donnine qualche spicciolo del loro stipendio te lo regaleranno ancora, e tu potrai rimetterti in sesto. Saldato il debito, rientreranno nella tua disponibilità”. Non so come sia finita la storia, se il rampollo di famiglia gentilizia ormai decaduta abbia accettato oppure no. Qualcuno dice che ci sta pensando ancora.

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La storiella mi è ritornata in mente in questi giorni, rimuginando le vicende della Grecia sull’orlo della bancarotta, alle prese coi suoi creditori. Erede d’un passato non solo nobile, addirittura nobilissimo, cui dobbiamo tutto o quasi (io, tra l’altro, il mio Epicuro) fu fatta entrare furbescamente nell’Eurozona, fingedo di non vedere che aveva truccato i conti, e le si permise di vivere alla grande, concedendole prestiti e vendendole a credito anche ciò di cui non aveva bisogno. Quando fu lì lì per tracollare, i Paesi “amici” fecero ogni sforzo per salvarla, al solo scopo di non perdere tutto il denaro che i loro governi e le loro banche avevano gettato in quella voragine. Aiuti da UE, aiuti da BCE, aiuti da FMI, in cambio di duri sacrifici. Draghignazzo arrivò a superare se stesso, inventando una serie di marchingegni dal nome osceno che gli permettevano di aggirare cavillosamente le regole statutarie della BCE per venire incontro non solo alla Grecia, ma a tutti i Paesi in difficoltà, fingendo di dimenticare che il suo compito era soltanto quello di salvaguardare la stabilità della moneta, e non altro. La Grecia per un po’ è sembrata rimettersi in sesto. Poi il suo popolo sovrano ha deciso che si doveva ricominciare a sbevazzare, pretendendo nuovi aiuti senza rispettare i patti a suo tempo sottoscritti coi creditori. A questo punto qualcuno vuole sbatterle in faccia la porta , qualcuno vuol mantenergliela socchiusa, qualcuno vuole addirittura spalancargliela. E’ una baruffa. Io farei una proposta simile a quella del compare di cui sopra all’amico bevitore:” Cara Grecia, per ora non restituirci nulla. Continua pure a fare quello che vuoi. Però concedici in usufrutto a titolo gratuito e a tempo indeterminato tutti i gioielli archeologici e i beni ambientali che ti rendono così bella e desiderata, a cominciare dall’Acropoli di Atene e dall’isola di Creta. Conferiremo questi beni a una società di cui faremo parte tutti noi tuoi creditori, ciascuno per una quota corrispondente alla sua frazione di credito. La società metterà a frutto il capitale così ottenuto, detraendone annualmente i profitti dall’ammontare del tuo debito, fino a esaurimento. Come amministratore delegato metterei un tedesco di Baviera, perché quelli ci sanno fare: con i castelli di Ludwig II Wittelsbach, il re matto, che sono suggestivi ma in confronto ai gioielli dell’antica Grecia sono più o meno kitsch hollywoodiano, fanno soldi a palate. Pensaci, Grecia, il turismo avrebbe un’impennata, e i proventi dell’indotto resterebbero tutti a te. Col tempo, la tua economia potrebbe cominciare a rifiorire, e qualche bel bicchierotto di vino potresti gustartelo ancora…”
Con calma, però, aggiungerei io. La cirrosi è in agguato…

Giovanni Tenorio

Giovanni Tenorio

Libertino

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