A proposito di legalità

Dittatori legalitari Hitler Mussolini
Dittatori legalitari

L – Padrone mio, voi avete sempre affermato che l’anarchia è rifiuto del potere politico, non rifiuto di norme, altrimenti sarebbe anomia; quindi sarete d’accordo con chi dice che si può cambiare anche radicalmente il sistema, a patto di non violare il principio di legalità.
DG – Leporello mio, come al solito, stai facendo un salto logico, confondendo “norma” con “legge”.
L – A me sembrano sinonimi…
DG – E ancora una volta fai un salto ingiustificato, perché i sinonimi non indicano mai oggetti identici, ma soltanto simili. Sedia e poltrona non sono la stessa cosa. E’ una questione di sfumature, e le sfumature sono importanti.
L – Ma allora qual è la differenza?
DG – La legge è sempre imposta dallo Stato, la norma non necessariamente. L’anarchico si attiene a norme volontariamente accettate. Riconosce come norma fondamentale indiscutibile dell’agire umano in quanto comportamento sociale il principio di libertà, che non può mai essere contraddetto. E’ un atto di fede.
L – Proprio voi parlate di fede!
DG – Anche lo scienziato quando accetta il principio di razionalità compie un atto di fede. Una fede che, sia ben chiaro, ha le sue buone ragioni, del tutto intuitive; a differenza, per esempio, della credenza nell’infallibilità d’un uomo vestito di bianco: cosa che, sempre intuitivamente, è una sciocchezza enorme.
L – Quindi, se ho ben capito, rifiutate la legalità.
DG – Certo che la rifiuto! Intendimi bene: con questo non voglio dire che, per fare un esempio, se il Codice della Strada è stato introdotto da una legge dello Stato, si può benissimo passare col semaforo col rosso o non fermarsi a uno stop. Anche senza lo Stato, chi percorre una strada dovrebbe attenersi a certe regole imposte dal proprietario della strada stessa; regole che nel complesso non potrebbero essere molto diverse da quelle attualmente vigenti. Però se il medesimo Stato, come avvenne con le leggi razziali, obbligasse gli insegnanti a rifiutare l’adozione di testi scolastici scritti da ebrei, allora penso che non bisogni essere libertini come me, ma semplicemente persone moralmente responsabili, per sentirsi in obbligo di violare una disposizione così infame. Poi, è vero, tutti tengono famiglia, il coraggio nessuno se lo può dare, e allora….la legalità va rispettata!
L – Ma il Fascismo era una dittatura…
DG – Costituitasi con mezzi del tutto legali, col beneplacito del re, senza che mai formalmente venisse abolito lo Statuto Albertino, il quale a parole garantiva le libertà dei sudditi.
L – Ma oggi c’è la costituzione più bella del mondo, perciò non sarebbe mai possibile…
DG – Bravo! Pensa all’articolo che riconosce la libertà d’intrapresa economica a patto che non sia in contrasto con l’utilità sociale. Visto che l’utilità sociale, quella che i preti chiamano “bene comune” -un concetto in sé privo di senso- è definita da chi comanda, un partito comunista, una volta giunto al potere, potrebbe trasformare il Bel Paese in qualcosa di simile al vecchio regime sovietico o all’attuale regime della Corea del Nord. Senza modificare una virgola della costituzione! E, per fare un esempio più vicino alla realtà d’oggi, il Renzino, se riuscisse a formare il “partito della nazione” dopo aver riformato il senato a suo modo e approvato una legge elettorale su misura, avrebbe in pugno tutte le leve del potere. Con procedure del tutto legali! Per fortuna, come ha detto uno dei pochi giornalisti italici capaci di andar contro corrente, è solo furbastro; se fosse anche intelligente sarebbe un nuovo Mussolini. Ma pare che le cose si stiano mettendo maluccio per lui. Se la ripresa economica di cui blatera è, come io credo, una fanfaluca, cadrà nella polvere per non più rialzarsi.
L – Lo spero anch’io. E ancora una volta mi avete convinto. Ma da che cosa è nata quest’idea quasi sacrale della legalità?
DG – Purtroppo dal pensiero di un filosofo del diritto rispettabilissimo e amante della libertà, Hans Kelsen. Il quale, nel tentativo di svincolare la dottrina giuridica sia dal giusnaturalismo, sia dall’utilitarismo, definì la legge come precetto imperativo munito di sanzione la cui validità deriva dall’esser stato approvato secondo procedure conformi a disposizioni costituzionali dettate da un’istanza superiore.
L – E quest’istanza superiore da che cosa trarrebbe a sua volta la propria legittimità?
DG – Ti confesso che non l’ho mai ben capito. Dal fatto che c’è! Ma visto che tutte queste istanze superiori, cioè gli Stati, sono nate da atti di violenza e di sopraffazione, ecco che il castello di carte del buon Kelsen crolla. Anche lui deve compiere un atto di fede in una sorta di dio sommamente buono per definizione, non contingente ma necessario, che è perché non può non essere. Il razionale è reale, il reale è razionale. I teutonici faticano a liberarsi di Hegel. Io preferisco la fede nella libertà, non in un’autorità originaria che si autolegittima non si sa bene a che titolo…
L – Dopo quel che mi avete detto, questo Kelsen mi è proprio antipatico…
DG – No, no, antipatico no, poveretto, lui era onestamente convinto di quel che diceva. E -ironia della sorte- in quanto ebreo dovette fuggire all’estero all’avvento di Hitler, che, non dimentichiamolo, arrivò al potere per via democratica, nel pieno rispetto della costituzione!
L – Se fosse stato coerente, avrebbe dovuto rimaner lì a farsi accoppare.
DG – Il suo torto non è questo, ma di aver perseverato nella sua dottrina, solo con qualche piccolo aggiustamento, anche dopo aver patito quel che ha patito.
L – Perseverare diabolicum!
DG – Bravo Leporello! Per concludere: diffida di chi ti parla di educazione alla legalità, rispetto della legalità e altre fandonie del genere.
Antigone, meravigliosa creatura, per amore del fratello violò la legalità, pagando con la vita la sua sacrosanta trasgressione. Gandhi, per amore della libertà, violò la legalità, prendendo manganellate e finendo in carcere. Se si vuol fare la rivoluzione bisogna violare la legalità. E’ bambinesco pensare di poter fare la rivoluzione “con licenza de’ superiori”, con l’approvazione di papà e mamma.
L – E chi sarebbero questi papà e mamma?
DG – Oh, Leporello, come sei pedante! Era un modo di dire. Se proprio vuoi, la mamma è la Chiesa e il papà è lo Stato. Per fortuna, oggi la Chiesa conta come il due di briscola. Ci sono voluti secoli e secoli. Forse fra qualche secolo anche lo Stato…
L – Siete così pessimista?
DG – Conoscendo la stupidità della massa “democratica”, sì. Rimango un aristocratico, più di mente che di sangue.

Giovanni Tenorio

Giovanni Tenorio

Libertino

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