Giustizia di ieri e giustizia di oggi

Gentili Signori, fu davvero una brutta avventura quella che ebbe inizio la notte in cui quel bel tomo del mio padrone mi obbligò a vestirmi dei suoi panni perché potessi intrattenere, traendola in inganno, la sua ex amante Donna Elvira, mentre lui cercava di sedurre, vestito dei miei, la di lei cameriera… Ad un tratto, mentre io eseguivo alla meglio la mia incombenza, sbucarono dal buio quei brutti ceffi di Don Ottavio, Donn’Anna, Zerlina, Masetto, che volevano trucidare il mio padrone. Mi scambiarono per lui, fui costretto a rivelare la mia identità. Allora anche Donna Elvira s’inferocì contro di me, e tutt’e cinque si misero a inseguirmi per far scontare anche a me la pena che avevano deciso di infliggere a Don Giovanni. Riuscii a trovare un ronzino, vi montai in groppa e mi misi a fuggire… E loro, dietro, a passo di carica. Arrivai trafelato alla caserma della polizia locale d’un paesino. Bussai, chiedendo aiuto. Mi rispose una voce piena di sonno, informandomi che i vigili erano fuori a far le multe ai clienti delle battone; ritornassi in un altro momento. Mi rimisi in groppa a quella povera bestia, e via di nuovo a spron battuto. Arrivai a una caserma dei carabinieri. Scampanellai, si affacciò alla finestra un piantone imbacuccato, che alle mie richieste, stizzito più che mai, esclamò:” Signore, a quest’ora i carabinieri dormono, torni domani, ma non all’ora della colazione e neppure del pranzo, perché i carabinieri mangiano: l’orario di apertura al pubblico è dalle 9 alle 11,30, esclusi sabato e domenica e le altre feste comandate”. Ero disperato: ormai i miei inseguitori mi avevano raggiunto. Don Ottavio mi puntava una pistola, ma da quel codardo che è tremava come una foglia. Io riuscii a mollargli un calcione negli zebedei, atterrandolo; gli altri, vedendolo fuori gioco, se la diedero a gambe, e fui salvo. Dopo una settimana mi vidi recapitare un avviso di garanzia: quel cretino di Don Ottavio mi aveva denunciato per tentato omicidio e lesioni gravi ( come se a lui, quell’impotente, gli zebedei fossero mai serviti). Fui chiamato per un interrogatorio dal sostituto procuratore del re cui era stata assegnata la causa. Mi accolse nel suo studio, situato nello scantinato d’un brutto palazzo di giustizia, proprio vicino al cesso (ma il il sostituto puzzava più del cesso, perché d’estate faceva il contadino maneggiando letame). Gli spiegai per filo e per segno com’erano andate le cose. Mi rispose che non potevo scagionarmi invocando la legittima difesa, non ci azzeccava: perché Don Ottavio non aveva sparato, faceva solo finta, la sua era una pistola ad acqua, mentre io gli avevo mollato un calcione vero, rendendolo impotente per il resto della vita. Il mio non era neanche eccesso di legittima difesa, ma solo tentato omicidio. Fui rinviato a giudizio, con la seguente imputazione: “Il Leporello, perseguendo un unico disegno criminoso, si mascherava da gentiluomo per circuire una nobildonna; indi tentava di togliere la vita a un nobiluomo accorso a difendere la medesima, causandogli menomazioni permanenti agli organi genitali”. Me la vidi brutta. Per fortuna il mio padrone, che è sempre stato generoso, si impietosì, mi propose di espatriare con lui e di rimanere all’estero per un po’ di tempo. Accettai di buon grado. Andammo in Turchia, dove poté sedurre novantun donne (ma anch’io feci la mia parte). Un po’ pochine rispetto al suo solito ritmo, ma là le donne se ne stavano in casa e quando uscivano erano sempre accompagnate da padre o fratello o marito, ed erano coperte da capo a piedi, senza lasciar vedere un centimetro di pelle: Kemal Pascià Ataturk era ancora di là da venire; ma vedrete che fra poco, grazie a Recep Tayyip Erdogan si tornerà all’antico. A proposito del soggiorno in Turchia, gli amici Da Ponte e Mozart nell'”aria del catalogo” fanno un po’ di confusione anticipando i tempi delle nostre conquiste turche, ma sono peccati veniali…
Oggi, per fortuna, quel che è capitato a me non potrebbe più capitare in nessun Paese civile, tanto meno nel Bel Paese ch’Appennin parte e il mar circonda e l’Alpe. Lì hanno ben sette o otto polizie, con organici così esuberanti da potersi permettere schieramenti di settecento o ottocento uomini armati fino ai denti per difendere le autorità che presenziano alla prima della Scala, e nel contempo tener a bada i bulli nelle periferie, controllare le moschee, prevenire le malefatte dei cosiddetti “centri sociali”, impedire ai graffitari di insozzare case e monumenti, allontanare i borseggiatori notturni dalla Stazione Centrale, sventare l’ occupazione violenta delle case sfitte, vanificare i tentativi di furto negli appartamenti, le rapine alle banche e ai supermercati. E magari, ciliegina sulla torta, menar via a spintonate un cingalese che vende fiori rompendo le scatole alla moglie del prefetto o del questore al termine d’uno spettacolo teatrale. E avanzano ancora uomini per controllare gli scontrini fiscali, multare per adescamento i puttanieri, contestare divieti di sosta con l’aiuto degli ausiliari, che con tanta abnegazione danno il loro contributo alla tutela dell’ordine pubblico. Quanto alla legittima difesa, nessun sostituto procuratore potrà mai incriminare un cittadino che spara a un aggressore e lo secca. Vedrete: a quel benzinaio che, per difendere una ragazza in pericolo, ha ferito mortalmente con un colpo d’arma da fuoco un bandito che, al suo intervento, gli si faceva incontro con un mitra, non solo non si intenterà nessun processo, ma sarà donata una targa d’oro al valor civile, e chissà, dopo la morte saranno intitolate strade e piazze, Vogliamo scommettere?