Auguri, sovranisti!

Luigi Einaudi li chiamava “fantocci polemici”. Per dirla in soldoni, sono etichette fasulle, appiccicate a oggetti la cui natura è ben diversa da quella indicata. Li chiamava anche “scatoloni vuoti”: imballaggi vistosi, accattivanti, dentro cui però non c’è nulla. In somma: una bottiglia che dovrebbe contenere Champagne, e invece contiene acqua minerale;  un bell’uovo di Pasqua dove il bambino vorrebbe trovare una bella sorpresa, e invece non trova niente (e magari il cioccolato è pessimo). Veniamo al concreto e all’oggi. Se si vuole screditare un assetto economico-politico che non piace, basta bollarlo con l”etichetta del “liberismo” o , peggio, del “neo-liberismo”, e il gioco è fatto. Ma “neo-liberismo” non vuol dire niente, perché il liberismo è liberismo, punto e basta, non è né nuovo né vecchio. E il “liberismo” che cos’è? E’ semplicemente l’economia di mercato. Si badi bene, l’economia di mercato, non il capitalismo, che in moltissimi casi liberista non è. Ma quale assetto politico-sociale di oggi è liberista? Nessuno. I mercati, tutti i mercati, sono fortemente condizionati dai poteri pubblici. Dazi, brevetti, proprietà intellettuale, copyright, interventi della mano pubblica a favore di alcuni comparti produttivi e a danno di altri, modelli di tassazione che orientano le scelte degli imprenditori e dei consumatori in un senso piuttosto che in un altro, sistemi monetari a corso forzoso fondati sul monopolio delle Banche Centrali, e via di seguito. Dov’è il libero mercato? Certo, non siamo più, da nessuna parte del mondo, tranne forse qualche eccezione, in un sistema pianificato come quello dell’Unione Sovietica. Certo, in molti Paesi, fra cui ‘Italia, molte imprese un tempo pubbliche sono state privatizzate. Ma anche la privatizzazione, come il capitalismo,  non è sinonimo di liberismo. Ad esempio, si dice che la Banca d’Italia è stata privatizzata. Vero, nel senso che le cinque banche un tempo pubbliche, che ne detengono il capitale, sono diventate private. E’ cambiato qualcosa? Assolutamente no. La Banca d’Italia opera allo stesso modo in cui operava prima. Ora fa parte del sistema bancario europeo, guidato dalla BCE. Si dice -e in un certo senso è vero- che anche la BCE è una banca privata. D’accordo, ma opera secondo normative pubbliche. Dov’è la differenza? Dov’è il liberismo, dov’è il mercato? Può forse un qualsiasi soggetto, a suo piacimento, emettere una propria moneta? No. Le criptomonete, come i Bitcoin e altre geniali invenzioni consimili, hanno aperto una breccia che sicuramente va nel senso del libero mercato, quindi del liberismo rettamente inteso, ma proprio per questo non hanno nulla che fare con il sistema che viene bollato come “liberista” o “neo- liberista”! Il mercato nero, il lavoro nero,  il contrabbando, il commercio di beni e servizi con evasione dell’Iva, la vendita clandestina di sostanze psicotrope, la semina di prodotti OGM vietati dalla legge, il gioco d’azzardo sono altre brecce aperte nel sistema, e contro il sistema. Quello è liberismo! Non è né liberismo né neo-liberismo, invece,  il fatto che alcuni Paesi, per attirare capitali esteri a vantaggio del proprio PIL e delle proprie finanze pubbliche fissino aliquote fiscali inferiori a quelle di altri Paesi. Le anime belle si strappano le vesti dicendo che in questo modo si “rubano” gli introiti fiscali a chi avrebbe il diritto di percepirli. Le cose non stanno affatto così. In realtà. chi propone aliquote fiscali inferiori ruba, ai produttori e ai consumatori, meno di chi ne propone di più alte. E’ una concorrenza fra ladri, e se proprio si deve essere derubati, meglio andare dal ladro più “onesto”. Si dirà: qui però c’è di mezzo la concorrenza, e la concorrenza è l’anima del mercato. Risposta: il mercato è inconcepibile senza il riconoscimento del diritto di proprietà, come condicio sine qua non. Il furto è violazione del diritto di proprietà, quindi dove c’è furto non c’è mercato; e la concorrenza tra ladri non è concorrenza di mercato.A proposito di Banche Centrali privatizzate nel nome del “neo liberismo” , le solite anime belle dicono che in questo modo la produzione di moneta è stata sottratta al popolo, quindi le Banche Centrali devono tornare ad essere pubbliche; e in particolare la BCE dovrebbe sparire; oppure, chi vuole deve poter uscire dal sistema monetario europeo per tornare alle monete nazionali. Ma a me non risulta che quando la Banca d’Italia era formalmente pubblica potesse stampare denaro a piacere. Il denaro lo prestava, magari comperando a piene mani i titoli di debito pubblico. Guido Carli, uno dei più sciagurati suoi governatori, diceva che comperare titoli pubblici era un gesto patriottico. Peccato che in questo modo abbia regalato per anni all’Italia un’inflazione a due cifre, e abbia favorito la crescita indiscriminata del debito pubblico. Il famoso “divorzio” tra Banca d’Italia e Tesoro è stato uno dei pochi provvedimenti sensati di Nino Andreatta. Oggi le stesse anime belle che tuonano contro la privatizzazione lo considerano un provvedimento esecrando. Dicono che non solo la Banca Centrale dovrebbe poter comperare titoli di debito pubblico a piacimento (sul mercato primario, quindi direttamente dallo Stato, non su quello secondario, come fa la BCE con il “Quantitative Easing”), ma addirittura stampare moneta cedendola a credito, non a debito! Ho sentito di recente un illustre giurista sostenere proprio questo. Mi verrebbe voglia di dirgli: “Ne ultra crepidam, sutor”, oppure “Ofellee fa’l tò mestee” come si diceva una volta a Milano. Sapete qual è la giustificazione? Nel 1971, con la fine della copertura aurea del dollaro, decretata da Nixon, veniva meno il sistema di Bretton Woods, in base al quale tutte le monete erano convertibili in dollari, e i dollari in oro: un sistema aureo di secondo grado, potremmo dire. Da allora la moneta non ha più un retrostante merceologico, ma è soltanto la misura convenzionale della potenziale ricchezza di una nazione, una “promessa per il futuro”, secondo quanto diceva Luciano Gallino. A questo punto la produzione di denaro potrebbe davvero diventare prerogativa del popolo sovrano, in linea con quanto recita l’art. 1 della Costituzione. Ragionamento capzioso, quest’ultimo. Un conto è la titolarità della sovranità (che appartiene al popolo), un conto l’esercizio della stessa (che appartiene a chi comanda nel nome del popolo). Allo stesso modo, un conto è la titolarità del potere di stampare moneta (che possiamo anche fingere appartenga al popolo, in quanto sovrano), un conto l’esercizio effettivo di quel potere (che, senza finzione alcuna, appartiene a chi manovra di fatto la stampante).Qualcuno ha ritirato fuori questo bel discorso della moneta che appartiene al popolo e che le Banche Centrali nazionali dovrebbero poter stampare a piacere, distribuendola a credito anziché a debito, in occasione della paurosa crisi economica che si dovrà affrontare una volta terminata l’emergenza del Coronavirus. Perché ricorrere al MES, con i suoi poteri giugulatori, di là dalle belle promesse di voler prestare “senza condizionalità (per inciso: parola orrenda;vorrei sapere chi è quel mentecatto che l’ha inventata)? Perché ricorrere ai “Recovery fund”, che sono pur sempre prestiti da restituire? Perché gravare di nuovo debito pubblico una situazione finanziaria già periclitante? Basta stampare nuovo denaro, e il gioco è fatto.Certo , il gioco è fatto, promessa per il futuro. Il Gatto e la Volpe, nella fiaba di Pinocchio, non erano imbroglioni: erano fior di galantuomini. Se semini moneta oggi, domani cresce un albero pieno di monete. Non pare che le cose siano andate così. Ma almeno quelle seminate da Pinocchio erano monete vere (che il Gatto e la Volpe poterono appropriarsi), mentre quelle stampate dalle Banche Centrali sono soltanto carta, che carta rimane (anzi, sono numeri registrati in una serie di memorie elettroniche…)Forse non è il caso di scomodare Pinocchio, basta avere qualche conoscenza storica. Nell’anno 166 d.C,, al tempo dell’imperatore Marco Aurelio, scoppiò in tutto l’Impero Romano una terribile pestilenza (forse peste bubbonica, forse vaiolo), portata in Occidente dalle truppe che erano state inviate sul fronte asiatico per ristabilire i confini, minacciati dai Parti. Il morbo, tra alti e bassi, imperversò per una ventina d’anni. In alcuni giorni a Roma morivano fino a 2000 persone. Il totale delle vittime è difficilmente calcolabile, oscilla tra i 5 e i 30 milioni.Si temette addirittura che l’esercito potesse perdere quasi tutti i suoi effettivi. Anche allora all’epidemia seguì una terribile crisi economica. Si cercò di ovviare aumentando la quantità di circolante, cioè riducendo la quantità di oro fino nelle monete. Risultato: una terribile inflazione (la cui entità, a dire il vero, alcuni storici tendono ora a ridimensionare, non a negare). La decadenza dell’Impero Romano cominciò in quel momento. Auguri, sovranisti e signoraggisti!

Giovanni Tenorio

Giovanni Tenorio

Libertino

One thought on “Auguri, sovranisti!

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    21 Maggio 2020 in 10:01 am
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    Allora non c’è speranza, di persone ne stanno morendo pochissime rispetto all’anno 166. E quasi tutte in età avanzata, oltre le aspettative di vita. Se anche i loro terrificanti dati fossero autentici, si parla di cinque milioni di contagiati. Su sette miliardi e quattrocento milioni di individui siamo quindi intorno allo 0,76 per mille, di cui solo un decimo defunge (spesso per altre patologie). L’impero, pertanto, rischia di sopravvivere alla sua stessa inflazione. Però non mi lamento più: ho saputo che grazie all’ultimo decreto emergenziale emanato dall’esecutivo, sono di nuovo consentiti i rapporti di coppia. Purché a distanza di un metro.

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